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R Recensione

8/10

The Mekons

Fear and Whiskey

Partiamo da quello che, per quanto mi riguarda, è un assioma: i Mekons di John Langford sono il miglior gruppo folk britannico degli anni ’80, l’unica vera risposta dell’Impero al sound sfavillante di band come Meat Puppets e Violent Femmes. Non è un caso se sfodero il parallelo: i Mekons sono usciti di testa, dopo aver ascoltato i lavori di debutto delle band americane coeve, e in effetti sono le medesime istanze che hanno ispirato i colleghi d’oltreoceano a pretenderne la grandezza.

Se Kirkwood e Gordon Gano speculano sull’hardcore, o almeno raccolgono il messaggio iconoclasta e ignorante del punk per ravvivare il sound della tradizione, i Mekons sono un gruppo di improbabili reduci del ’77 disillusi dalla piega presa dalla scena punk, degenerata nel trinariciuto Oi!, oppure in una musica artificiosa e noiosa, dove la povertà di idee e di capacità diventa una gabbia, anziché uno stimolo.

Come molti altri spiriti inquieti dell’epoca, i Mekons non si buttano su funk e reggae, pure seminali per tutta la new-wave che li ha preceduti, né si mettono a giocare con le tastiere elettroniche. Abbracciano la musica folk, per esprimere il proprio smarrimento davanti a un mondo che sembra sempre più lontano e incomprensibile (la Thatcher, in tal senso, ha svolto un ruolo speculare a quello di Reagan negli USA).

Oltre che alle muse alt-folk degli USA, i Mekons si ispirano – e non può essere altrimenti – alla musica popolare delle terre d’origine: anche se cancellano ogni ambizione progressiva e colta, si avverte qualche affinità con il movimento folk dei primi anni ’70. Le somiglianze più marcate sono però quelle che avvicinano la band e gli irlandesi Pogues.

Volendo semplificare, i Mekons suonano come un incrocio fra dei Pogues con meno voglia di fare baldoria e dei Meat Puppets meno ultraterreni.

Il titolo “Fear and Whiskey” cattura la weltanschgaaung del gruppo meglio di ogni avventata descrizione: i ragazzi sono vittime dell’ansia, e provano ad annientarla facendo ricorso ai superalcolici. Non so se possano cantare vittoria, ma è certo che il conflitto musicalmente li ispira alla grande.

Chivarly” apre le danze moderatamente festosa nella melodia, ma ringhiosa nel testo: l’altra notte mi sentivo orribile, lacerato da paure e whiskey. Gli anni ’80 sono una carestia e io proprio non mi raccapezzo in mezzo a tanto caos.

La strumentazione consente alla band di assemblare sarabande alt-folk catartiche e avvolgenti, inni in stile Clash annegati fra sonorità roots del midwest (“Country”, con il significativo verso nostalgico “I’m not ready for this, I’m not ready at all”), preghiere para-corali e para-tribali (“Tribbles Down South”), crescendo che fondono anima irlandese e alt-rock americano come non è mai riuscito a nessuno (“Hard to Be Human Again”, che cristallizza l'humus emotivo del disco).

Darkness and Doubt” esemplifica ancora una volta l’attitudine esistenzialista del gruppo, chiamato a fronteggiare un presente che le scivola dalle mani come un sapone: la stanza è piena di luci abbaglianti, ma oscurità e dubbi mi hanno seguito anche qui. Sì, sono entrati alla Festa.

Psycho Cupid” vede una voce femminile sussurrare racconti obnubilati, mentre i musicisti abbozzano la propria versione della psichedelia folk, con voci in dissolvenza, fiati e violini colti in un momento di lotta fratricida. “Fitcraft” nasce marziale e roots sino al midollo, mentre la voce è più enfatica e piena della media.

Lost Highway” è rock a rotta di collo, celebrazione solenne dello spirito ramingo che si è impossessato della band, mentre “Last Dance”, pur degna di un festival di ballerini ubriachi, porta un velo di malinconia.

I Mekons sono inimitabili perché evitano i cliché della musica britannica del periodo, e non si limitano a seguire pedissequamente la via tracciata dagli amerindie più coraggiosi: scovano traiettorie uniche, una peculiare fusion che li rende stimolanti ed efficaci anche oggi.

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