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R Recensione

7/10

Ascetic:

Self Initiation

Indagatori degli abissi, segugi nell'oscurità: così mi sentirei di definire gli australiani Ascetic:, che per modellare la propria arte sonora si sono rivolti a scenari prevalentemente post-punk o comunque dark-wave, dimostrando non solo di aver ben assimilato una lezione tanto impegnativa, quanto di saperla incarnare con uno spirito talmente verace da rendere credibile ogni episodio del loro debut, "Self Initiation". Ritmiche asciuttissime (Damian Coward, già con gli Heirs), chitarre taglienti (Saxon Jörgensen, responsabile anche di synth siderali e distanti), basso martellante e viscerale, una voce – quella di August Skipper, autore anche delle pulsazioni delle quattro corde – dalla timbrica che rievoca i frontman più importanti di quella inquieta stagione musicale (Peter Murphy, Ian Curtis, Ian McCulloch, Dave Gahan). Scorrono veloci, come in una girandola impazzita, le proiezioni astrali di  Joy Division, Wire, (queste due costituiscono le "presenze" più ingombranti e ricorrenti), The Chameleons, The Cure (dalle parti di "Seventeen Seconds"), Swans, Echo & The Bunnymen, Depeche Mode, ma anche le  più contemporanee manifestazioni di Portishead (quelli più avvezzi alle sperimentazioni) e The Soft Moon. Ognuna di queste oscure emozioni plasmate nella forma di canzoni, talora ondivaghe ma sempre concretissime, tangibili fino al ferimento, porta in sé i semi generati da altri antichi arbusti, permettendo loro di giungere a piena maturazione attraverso un ispirato processo di germogliazione frutto di una sintesi fra fedeltà e alterazione.

In I Burn è sin troppo evidente il solco di quanto Colin Newman & sodali hanno scavato nell'epocale "154" eppure già con Before The Storm è palese quanto il seme sia scagliato lontano, a fecondare altri territori “post”. E se Pharmacy è il ricettacolo di quanto evocato da “Unknown Pleasures”,  Uroboros (Up From Eden) è, sotto molti di punti di vista, il brano cruciale di "Self Initiation": un vortice nella cui attrazione gravitazionale convergono ipnosi à la Portishead (avete presente Machine Gun da "Third"?), declamazioni a là Swans, eccentriche trame sintetiche à la Battles: vertiginosa. Formidabile anche l’incalzante andamento di We Are Not All Dead, che potrebbe essere il singolo più in linea con “le origini”: un cupo caleidoscopio, che in una volta sola, consente di prendere coscienza delle fonti che animano le menti e i cuori del trio di Melbourne.

Nella musica degli Ascetic: sussiste una volontà perseguire una realtà fatta di struggimento, di abbandono, di introversione: raramente si va al di fuori di una successione di “note dolenti”, anche se le chitarre di Jörgensen sono capaci di raffinatezze che non ti aspetteresti. Le aperture non sono contemplate nelle armonie, ma appaiono come chimere (diafane come quella in copertina), magari luminose ma irraggiungibili. Si nuota dunque nel nero mare dello smarrimento: ma ciò che emerge dalle acque è comunque una creatura dai tratti affascinanti e che sa esprimere, con potenza poetica, il suo profondissimo lamento.

 

La sensazione di maneggiare uno dei “dischi dell’anno” arriva alla fine di un lungo inverno, contrassegnando – in perfetta consonanza con la musica contenuta in "Self Initiation" – un cambio di stagione ancora sferzato da un freddo pungente che non lascia presagire la primavera imminente.

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fgodzilla alle 14:10 del 8 aprile 2013 ha scritto:

mi piaceeeeee e come al solito il dottor fasti zitto zitto ogni tanto mi esce dal cilindro una piccola perla

Love !