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R Recensione

7/10

Japan Suicide

We Die in Such a Place

Parlare bene una lingua straniera non è solo una questione di lessico, di grammatica. Ci vuole pratica per uscire dai rigidi e impacciati formalismi scolastici. Chi padroneggia una lingua straniera conosce i suoi meccanismi intimi, le logiche che rendono elastica e sciolta la sintassi, i segreti gergali. Così facendo gli idiomi esteri finiscono col diventare parte del proprio modo di pensare. Naturali. Domestici.

È il caso dei Japan Suicide, band umbra che con questo “We Die in Such a Place” dimostra di masticare alla perfezione una parlata dark wave riproposta e attualizzata senza imbarazzo alcuno. “We Die in Such a Place” pesca a piene mani dall'immaginario dark anni '80, spaziando in libertà tra le varie tonalità che separano i Christian Death di “Only Theatre of Pain” dai Cure di “Disintegration”.

L'attacco è dei migliori: “Shame” è post-punk oscuro ed aggressivo, con quella sessione ritmica imponente, massiccia, che procede a testa bassa solcando un mare di synth sfrigolanti e chitarre taglienti e rumorose, intente ora a ricamare una nenia oscura, ora ad addensarsi in informi impasti timbrici. A spiccare, fin da subito, è il grande senso spaziale della band: la scelta è quella di un sound espanso, riverberato, dove ogni elemento è impegnato in una costante interazione d'insieme. Sono le grandi vedute ad avere la meglio in brani come “A Mood Apart”, solenne elegia gotica in salsa Sisters of Mercy, “Death”, dominata dalle cupe risonanze di un basso continuamente puntellato dagli arabeschi delle chitarre, o ancora in “Even Blood” e “Hideous Man”, declinazioni dark-psichedeliche dal mood onirico di marca Red Temple Spirits.

Una formula che si impreziosisce passo dopo passo, incastonando una dopo l'altra gemme come “Naked Skin”, “Insight”, “Tokkotai” e “I Don't Exist”, affascinanti declinazioni del talento di una band attenta ad ogni particolare, dalle ottime trame delle chitarre all'intenso lavoro sugli arrangiamenti di dettaglio, per un lavoro completo, rifinito, ammaliante.

Pubblicato per la francese Unknown Pleasures Records,We Die in Such a Place” è dotato di una grandissima espressività, in grado di non sfigurare accanto ai nomi caldi dell'odierno revival wave. L'ho sempre detto che a saper parlare bene le lingue straniere ci si guadagna.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 15:35 del 9 agosto 2015 ha scritto:

Bello davvero, ascoltandoli a caso ero convinto fosse qualche nuovo progetto di Robert Smith in notevole forma