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R Recensione

6,5/10

Vaura

The Missing

Ricordate quei dubbi rodenti che introducevano, appena un anno fa, il discorso su “Selenelion”? Uno, incredibilmente, si è avverato – anche i sogni più arditi, a volte, si confondono con la realtà: chi mai avrebbe potuto dirlo. Come se non bastasse, pure l'altro rischia di non essere ancora a lungo astrazione ipotetica. Due le cause scatenanti: da un lato personali – il cambio di etichetta dei Vaura ed il passaggio a Profound Lore, tana e giaciglio di chi queste cose le sa –, dall'altro personalistiche – l'enorme successo fatto registrare dall'ultima prova dei Kayo Dot, magniloquente ritorno all'ovile di “Choirs Of The Eye” e degli antichi fasti maudlin of the Well, in grado di sparare nuovamente nell'etere dei geni moderni, a piena gittata, il nome di Toby Driver. Ci auguriamo il successo possa incrementare di giorno in giorno, dopo tale e tanta gavetta. Qui ritorniamo nel letto prominente: proprio i Vaura, le cui peculiarità di fascinosa (ed ombrosa) incompiuta avemmo modo di sviscerare all'epoca, potrebbero oggi recitare il ruolo di passepartout verso l'empireo.

Se è vero ciò che Driver suole esternare nelle interviste in merito, cioè, che la sua presenza stabile al basso fretless si limiti alla scrittura di proprie partiture e non sconfini nel processo pratico di composizione, interamente demandato ai due chitarristi Kevin Hufnagel (Dysrhythmia, Gorguts) e Josh Strawn (anche alla, bellissima, voce), tanto di cappello a chi ha avuto la costanza di sorreggere e sostenere, pur al netto delle percepibili difficoltà dell'esordio, il progetto Vaura. “The Missing” decapita una volta per tutte la progenie metallica di “Selenelion” – quella esuberante ed appariscente, perlomeno – e decide, con coraggio, di concedersi anima e corpo alle pulsioni umbratili, gotiche, policrome che, già all'avanzare dei primi passi, ne infettavano il genoma. Volgarmente parlando: i cervelloni dell'avant metal statunitense filtrano oculatamente le distorsioni e scrivono un inventivo, ibrido, particolare disco di dark wave.

Le costruzioni informi del first act si rarefanno ulteriormente, ad un tempo semplificandosi e perdendo di consistenza. Non si veda negativamente quest'ultimo appunto: la voce è un acquarello sfaccettato che stinge nelle acque profonde delle sei corde, oceani di umori e sensazioni le cui risacche echeggiano e si espandono attraverso la volonterosa sezione ritmica – v'è una spontanea, involontaria sensibilità emocore nel vorticoso girovagare di riff ed arpeggi, indefinibili grigi risultanti da mescilanze sempre differenti di neri e bianchi. Quando i Les Discrets narrano l'epica degli I Love You But I've Chosen Darkness nascono brani mozzafiato, come il singolo “Incomplete Burning”. “Mare Of The Snake” rimette in circolo il sangue sporco dei Wire, in una litania profana e sciamanica sposata ad un fantasioso corredo di acustiche. “Braced For Collapse” è l'urlo titanico e disarticolato del viandante di Friedrich, post-core emozionale di scuola Three One G rigettato in un'esagerata quantità di tinte ritmiche in espansione jazz – magnifico il lavoro circolare di Driver e il tocco tonico quantitativo sui piatti del batterista Charlie Schmid. “Passage To Vice” è forse l'episodio maggiormente vicino al recente passato, tribalismo su pelli al servizio di levitante psichedelia chitarristica: apprezzabile, ma non eccezionale.

We will never be the same / We are fading to the dark”, si canta nella conclusiva “Putting Flesh To Bone”, l'arte dello slowcore applicata al black-gaze, e non è un caso se “The Missing” sembri sbandare vistosamente nei frangenti in cui i timbri si irrobustiscono, i toni si fanno sostenuti, la solidità della commistione scricchiola: dove, for brevity's sake, i Deafheaven, i Pyramids e gli ultimi Alcest chiedono la loro esosa devchirma, da pagarsi sotto sventagliate di blast, voci angeliche, antiquate armonie black (la title track, “The Fire”). Fa eccezione “Abeyance”, aritmica saturazione noise che sventra lo shoegaze e lo espone ad un ferino flagello: i Vaura come mai li avete sentiti finora e, forse, come non li sentirete più, d'ora in avanti.

Ammirevoli, nonostante tutto.

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