R Recensione

8/10

Graham Coxon

The Spinning Top

È una piccola grande odissea acustica quella in cui s’imbarca coraggiosamente il capitano Coxon nel suo ultimo lavoro solista intitolato The Spinning Top. Lui che un po’ Ulisse e un po’ argonauta lo è sempre stato. Da sempre nei Blur, ma sempre con un piede fuori, più defilato, alieno al glamour alimentatosi attorno alla band di Albarn dalla consacrazione in poi. Lui un po’artista da loft, un po’ nerd, un po’ professore di Cambridge, con quell’occhiale alla Harry Palmer/Michael Caine, agente umano, molto umano, e molto poco speciale, di “Ipcress”. Sempre un po’ con la voglia di trovarsi altrove, insomma. Magari, anzi meglio, se da solo. Che poi, certe volte, ci si viene a noia anche da soli. Difatti mentre parliamo ha di nuovo cambiato rotta e sembra in procinto di ricongiungersi, amichevolmente e provvisoriamente, all’equipaggio della sua vecchia band, come fece già per qualche data nel 2004, dopo il congedo di due anni prima. 

Così disponibile e puntiglioso, oltretutto, da farsi l’esegesi dell’album per conto suo, risparmiando a noi scribi accaldati un sacco di tempo e di fatica. Scherzi a parte, sentite qua: “L’album è per lo più acustico, anche se ovviamente c’è qualche esplosione di chitarre elettriche. In un momento in cui la musica acustica appare o troppo carina o troppo sdolcinata, volevo mostrare quanto sia eccitante il suono di questi strumenti, quanto sia ricco di dinamiche e crudo da far palpitare il cuore. Influenze evidenti sono qui lo straordinario Martin Carthy, e i defunti, grandissimi, Davey Graham e John Martin. Ci sono anche alcuni ospiti! Robyn Hitchcock fa la parte della chitarra antagonista (…). Danny Thompson mette in campo la sua leggendaria Victoria, Graham Fox swinga che è un piacere su tamburi e piatti e Loui Vause picchietta sui tasti. La mia amica Lucy fa la parte della moglie, mentre Natash Nash quella dell’incantatrice, tipo Medea”. 

“The Spinning Top” è un opera delicata e complessa, un concept di folk-rock atlantico dove il grande sfoggio elettroacustico di arte chitarristica (il picking, il riff, l’assolo, la fuga, la distorsione) non è discinto dal valore delle composizioni che si presentano come un insieme compatto e sfaccettato di stili e di ispirazioni, rielaborati e arrangiati in chiave sognante, meditata e personale e catturati in una cornice leggiadra ed elegante da un grande progettista del brit-sound recente come Stephen Street. E dove oltre alle fonti citate dall’autore stesso se ne palesano altre, non meno evidenti e non meno interpolate. Nick Drake ad esempio, che apre e chiude il disco sovrintendendo a due brani, ugualmente splendidi, ma completamente diversi fra loro, la luce e la tenebre, la nascita e la morte, gli argini opposti del flusso della musica e dell’esistenza: l’albeggiante, trasognata, effervescente Look Into The Light  e la ferale November straordinario requiem per fisarmonica, organo, coro e tastiere, in cui i fantasmi di Nick e Nico (Desertshore) s’incontrano per pregare insieme sulle rispettive tombe.

In mezzo poi troviamo incanti barrettiani/floydiani come Home, coi riverberi della voce e dell’arpeggio accentuati dagli effetti spaziali delle tastiere o un mezzo capolavoro come Caspian Sea, flutti bucolico-lisergici in cui Syd rincorre le struggenti sirene del Morricone di “C’era una volta il West”. In The Morning un folk-psichedelico di 8 minuti e 27: il roveto di trame acustiche per chitarra che raggiunge forse il massimo della complessità traghettando i topoi della canzone verso la jam dilagante per poi riprenderli, intatti, nel finale. Poi ancora: If You Want Me, apertura acustica sul rintocco fiabesco del vibrafono e poi incedere brit-rock venato di psichedelia e fortemente imparentato con certe cose dei Blur di 13; un pezzo aspro e roccioso come Dead Bees spinto fino alla soglia dell’hard-blues; una godibile scampagnata al trotto come Feel Alright; il folk tradizionale di In This House e quello spaziale del dittico Far From Everything/ Tripping Over sono i cardini di un’opera che s’impone di diritto fra le più gradite sorprese dello scorso semestre.

 

Anche se, per chi lo segue da quasi due decenni, il talento di Coxon non è certo una sorpresa.

Sito Ufficale: www.grahamcoxon.co.uk

Myspace: www.myspace.com/gcoxon

V Voti

Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 6 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
target 7/10
REBBY 5/10
madcat 10/10
ThirdEye 5,5/10

C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

target (ha votato 7 questo disco) alle 15:46 del 27 luglio 2009 ha scritto:

Mai così yankee, acustico, un Coxon compatto e vario assieme, come dice bene il buon Coax. Il disco è pure molto lungo, il che a me piace sempre (quando la musica vale l'ascolto, chiaramente), perché dà la possibilità di trovare continue pieghe nuove su cui deliziare l'orecchio (l'accusa a un buon disco di essere troppo lungo mi è sempre e soltanto parsa nascondere il rammarico per non sapersi concedere il tempo di goderselo). "Sorrow's army", "Feel alright", "Far from everything", "Brave the storm" apici attuali. Ma è probabile che possano cambiare.

REBBY (ha votato 5 questo disco) alle 15:48 del 30 luglio 2009 ha scritto:

Grazioso nel complesso, ma il "centro pieno" con

me lo centra solo con This house e Humble man.

Peasyfloyd (ha votato 6 questo disco) alle 21:06 del 2 agosto 2009 ha scritto:

mah confesso che mi ha un pò deluso, nel complesso un pò troppo soft, lo preferivo nei dischi precedenti in cui ci dava dentro con le chitarre ed era un pò più energico

madcat (ha votato 10 questo disco) alle 16:12 del 12 maggio 2013 ha scritto:

elettroacustico e psichedelico, si discosta parecchio dal suono alternative/noise/lo-fi dei precedenti, ma diventa uno dei suoi migliori