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R Recensione

6/10

Gravenhurst

The Ghost In Daylight

Cinque anni non sono pochi di questi tempi. Cinque anni musicali, intendo. Le uscite discografiche si rincorrono ad un ritmo infernale, i generi si accavallano e si sovrappongono, nuovi gruppi descritti come i “nuovi qualcuno” si guadagnano la ribalta con cadenza non più annuale ma mensile, se non addirittura settimanale. Cinque anni musicali possono rendere obsolete perfino le nicchie che un po’ lo sono sempre, eccetto che per i loro appassionati. Cinque anni fa, mese più mese meno, i Gravenhurst toccavano probabilmente l’apice di una carriera nel complesso un po’ ombrosa e defilata con la pubblicazione di “The Western Lands”, un lavoro per palati fini che incantava con il suo chiaroscurale tratteggio di ricami folk molto british e sessanteschi a là Nick Drake, punteggiature elettroniche (non a caso il gruppo incide per la Warp) per tastiere e rettifili post rock a lenta percorrenza. Non tutti, all’epoca, lo tennero nella dovuta considerazione, ma noi si. Tanto che il disco ottenne diverse nomination nella classifica redazionale di fine anno e sfiorò la Top 30. Dopo un lungo silenzio interrotto qua e là da sporadiche cover, collaborazioni e progetti paralleli (Nick Talbot, leader e factotum del gruppo, è anche metà del progetto Bronnt Industries Kapital), i Gravenhurst ritornano in punta di piedi con il nuovo “The Ghost In Daylight”, un lavoro che già nel titolo suggerisce quel senso di torpore ed evanescenza poetica insita nel loro stile e che la lunga pausa sembra avere persino accentuato. Le atmosfere sono le stesse, brumose, oniriche, psichedeliche in senso lato, i suoni magnificamente intessuti nel minimale interplay fra il picking bucolico, le linee sibilanti di organo o mellotron, l’elettrica appena scalfita, i tocchi elettronici e la ritmica sospesa con la batteria praticamente assente o accennata dalla drum machine (il batterista storico, Dave Collinwood, ha lasciato il gruppo nel 2008). L’unica e non trascurabile pecca è che, rispetto al predecessore, il repertorio lascia un poco a desiderare, il songwriting risulta più monocorde e prevedibile e la classe (innegabile) di Talbot e i suoi non basta a riscattare l’impressione che con cinque anni di tempo a disposizione si poteva fare di meglio.

Intendiamoci, da qualche parte i brani ci sono: come “Fitzrovia”, ad esempio, arpeggio silvestre e notturno accarezzato da uno stormire sintetico, diluito e reiterato lungo quasi 8 minuti (troppi, per inciso); il british folk più canonico e circolare di “In Miniature” (superbo l’attacco: “They try to capture the face of a killer/ In the eyes of a girl/ That last in its still on the retina/ On the retina”: quasi un Dario Argento in versione ballata romantica e simbolista) o più austero e leggermente screziato di distorsione come in “The Foundry”; o dove la componente electro ha la meglio sul resto come nel cullante brusio shoegaze dai rintocchi krauti ed eniani di “Islands” (altri 8 minuti sforbiciabili). La sensazione però è che la sequenza sfoci troppo spesso nell’autoripetizione, che il cambio di passo, il pezzo miracoloso alla “Song Among The Pine” o "Nicole", non arrivi mai, sensazione riacutizzata dalle melodie e dal cantato di Talbot, malinconico e non privo di fascino ma alla lunga un po’ piatto. E allora ci si deve accontentare dell’ipnosi post folk di “Circadian”, del crescendo chitarristico ed “orchestrale” che chiude “The Prize”, dell’itinerario celtico e impercettibilmente adombrato di lo fi di “The Ghost Of Saint Paul”. Un lavoro, il quinto in totale per i musicisti di Bristol, che conferma la statura più che dignitosa del progetto ma non riesce quasi mai a colmare la distanza, non solo temporale stavolta, che lo separa da “The Western Lands”.

V Voti

Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 6 voti.
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REBBY 6,5/10

C Commenti

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crisas (ha votato 7 questo disco) alle 0:28 del 30 maggio 2012 ha scritto:

Lieve e delicata the Prize, perfetta in questo momento.

crisas (ha votato 7 questo disco) alle 1:09 del primo giugno 2012 ha scritto:

La purezza e semplicità dei brani, la loro avvolgente atmosfera mi hanno assolutamente convinto. Da servire ovviamente nelle ore notturne.

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 10:37 del 2 agosto 2012 ha scritto:

Condivido quello che scrive Simone, sia per quanto riguarda il giudizio su quest'album, sia per quanto riguarda quello precedente.

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 10:00 del 25 febbraio 2013 ha scritto:

Riascoltato questo fine settimana, senza le grosse aspettative che avevo ai primi ascolti, continuo a trovare la recensione di Simone perfetta anche per me: "ci si deve accontentare dell’ipnosi post folk di Circadian, del crescendo chitarristico ed orchestrale che chiude The Prize, dell’itinerario celtico e impercettibilmente adombrato di lo fi di The Ghost Of Saint Paul”.