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R Recensione

7/10

Husky

Forever So

Non ce ne voglia Bruce Pavitt, mitico fondatore della label che passò la mano nel 1996 per insanabili divergenze sulla gestione artistica ed economica della stessa (e che, come direbbe Fantozzi, “è un po’ come se fosse anche mio padre”), ma la Sub Pop sembra aver scoperto il segreto dell’eterna giovinezza. Per come ha saputo cambiare pelle, non saltare sul carrozzone giusto, attenzione, ma sintonizzarsi perfettamente sulla trasversalità, la contaminazione dei gusti e della fruizione musicale figlia del Big Bang internettiano degli anni 2000. Dall’ortodossia del Seattle Sound e dell’indie-rock americano alla stimolante ricchezza del roster odierno (indie-pop, neo-folk, perfino avant rap e dintoni). Sempre nel segno della qualità. E, simile ad una vincente squadra di provincia, se anche qualcuno le “ruba” i suoi “campioni” (ieri i Nirvana, oggi Iron & Wine per dire), ha subito pronto qualche degno sostituto. Difficilmente i loro talent scout sbagliano un colpo. Altro che “x factor”.

Nella categoria rientrano, a buon diritto, anche gli Husky, australiani felicemente trapiantati in California, capitanati dall’omonimo “Husky” Gawenda (voce, chitarra e bandleader), che giungono all’esordio dopo un buon rodaggio live sul suolo americano dove hanno spesso diviso il palco con gente come Noah And The Wale, Gotye e Devendra Banhart. La loro musica ricorda un po’ le cose più mature di quest’ultimo, ma depurate d’ogni traccia di acidità o freakeria, come pure in certi punti la si potrebbe accostare a Sufjan Stevens, molto meno barocca, però, parca nella strumentazione (chitarra folk, accenni d’elettrica, tastiere/piano, basso, batteria), ai Fleet Foxes per la ricercatezza di certe armonie corali seventies e perfino a Joanna Newsom per un certo taglio folkish dagli accenti progressivi ma parecchio più essenziale e legato alla circolarità delle forme. L’unico torto degli Husky, forse, è di essere emersi un pochino tardi, nel momento contingente in cui questo tipo di neo-folk itinerante, bandistico, comunitario è inflazionato fino al punto di traboccare quasi nel mainstream (o nel limbo di ciò che ne resta). Sarebbe ingiusto, tuttavia, affermare che ciò costituisca un peccato originale, perché in “Forever So” la componente personale e poetica si sente eccome, le melodie tristi e affusolate di Gawenda sono di prim’ordine e la band è brava a farle venire fuori, con i controcanti soffusi di Preiss e Tweedie e l’eccellente fraseggio della sessione ritmica (quest’ultimo al basso e Luke Collins alla batteria).

Ritmiche che si esaltano fra digressioni calcolate e sentori jazzati in brani come “Fake Moustache”, con quell’incipit basso/voce che richiama quasi i Morphine (sebbene in tutt’altro contesto) e la splendida “History’s Door” che alterna pause dolenti e contemplative a ripartenze a briglia sciolta (superbo il finale) e “Hundred Dollar Suit”. Più crepuscolare ma comunque ispirata è la vena che percorre, invece, l’opener, la marciante e carezzevole “Tidal Wave”, il sonetto frugale per chitarra voce della title-track, la commovente e delicata “Don’t Tell Your Mother”, riverberi poetici di una fuga romantica che, quasi come un secolo fa, si trasforma in un vagabondaggio per l’America profonda e depressa alla ricerca del proprio destino, e la bellissima “Animals & Freaks”, uno dei loro apici, con la rugiada pioggerellante del piano, quasi nei pressi degli Shearwater. Dalle parti di Sufjan troviamo invece “Hunter” e la piccola suite in tre parti della conclusiva “Farewell (In 3 Parts)” dove, verso la fine, spuntano anche quei fiati da piccola orchestra stevensiana. Qualche episodio minore si segnala qua e là (la melodia quasi radioheadiana su tappeto folkish di “The Woods”, le più modeste “Dark Sea” e “How Do You Feel"), ma non spostano più di tanto il giudizio di un esordio complessivamente molto positivo.

E par già di vederli gli Husky trainare la loro slitta carica di strumenti fino alla prossima piccola città. Magari la nostra.

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crisas alle 12:51 del 4 giugno 2012 ha scritto:

Non amo il genere però si distinguono.