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R Recensione

9/10

Tim Buckley

Happy Sad

Quella di Tim Buckley non è solo musica, non può essere imprigionata nelle vane catalogazioni di folk, di rock, di psichedelia…L’opera di Buckley è pura sensazione, è la sublimazione della malinconia, è l’idea più astratta che possiamo concepire di melodia, di suono. È qualcosa di magico, per dirla tutta, un album di Tim Buckley.

Anche quando, come in questo Happy Sad, il nostro artista non si lascia andare alle sperimentazioni più coraggiose, quelle presenti per esempio in Lorca e Starsailor, riesce comunque a dare alla sua musica una connotazione altamente innovativa ed inusuale. Il suo folk, termine derivante da folcloristico, e quindi di radici popolari, si eleva ad un classicismo e ad una raffinatezza che, al contrario di come dovrebbe essere, risultano essere di matrice colta, difficilmente apprezzabili dalle masse, incapaci di star dietro alla sua spasmodica ricerca di un limite da sorpassare e di una qualche nuova influenza da assorbire. Non era Bob Dylan, ecco tutto.

Forse è proprio per questo che la figura di Tim Buckley è stata per lungo tempo quella del genio incompreso, finito vittima della sua stessa tensione a superare i limiti ed alla sua vocazione di trascendere il mondo fisico.

E sono proprio queste due caratteristiche ad essere evidenti nella sua musica.

E in Happy Sad.

Come non notarli per esempio in Strange Feeling? L’apertura onirica del brano lascia spazio all’incredibile voce di Tim, sostenuta dalla chitarra acustica e dal vibrafono, che da questo momento in poi partirà con i suoi ardui vocalizzi, che sembrano voler essere lo specchio dell’anima del cantante stesso. Appassionata, instabile, potente, sommessa, acuta, la voce dipinge ogni tipo di sensazione. Un assolo delicato e limpido da maggiore forza al pezzo, incatenandoci al suo progredire quasi improvvisato, libero dalle strutture tradizionali della forma canzone.

Chitarra e vibrafono si rincorrono a lungo per concludere questo primo grande pezzo.

Con Buzzin’ Fly abbiamo la conferma assoluta del genio di Tim Buckley,capace di regalarci mille sorrisi con la semplicità disarmante di questo pezzo. L’intensità di gioia sprigionata dall’assolo iniziale di chitarra elettrica e da quel magnifico tappeto di vibrafono è incredibile. La voce è nuovamente da pelle d’oca, riuscendo ad essere espressiva come poche altre sono state capaci nella storia della musica rock. Le sue qualità di songwriter sono così più che consolidate.

Love From Room 109 At The Islander (On Pacific Coast Highway) è una lunga composizione malinconica e sommessa, di incredibile delicatezza, dove l’esecuzione di Tim sembra cavalcare un flusso di pensieri improvvisato . Pare quasi di ascoltare un sogno, vista l’ineffabilità di fondo e l’infinità di piccole variazioni presenti durante i quasi 11 minuti di musica. Il vibrafono poi è essenziale per immergere il tutto in un’atmosfera fantastica. Il suono delle onde dell’oceano, nel frattempo, continua a lambire le coste della Pacific Coast.

Ed eccoci a Dream Letter, dove viene riproposto il tema del sogno, una costante nell’opera di Buckley. Veniamo ora catapultati nella tristezza più nera, sempre fluttuante in una profonda impalpabilità, quella propria del sogno per l’appunto, amplificata dai lamenti trascinati di un violoncello.

Arriviamo ora a Gipsy woman, vero culmine dell’arte di Tim Buckley, che ci giunge attraverso i ritmi tribali delle percussioni e il rintocco del contrabbasso, e presto anche la chitarra inizia il suo singhiozzo di note. La voce di Tim rimane dapprima in sottofondo, lasciando libero sfogo agli strumenti, impegnati in un incalzante free-jazz tribale. Sempre più coinvolgente. Ed eccola potente più che mai la voce, quella voce bellissima ed ispiratissima, pronta a ruggire, ma anche a concedersi attimi di contemplazione assorta, sempre nel segno della sperimentazione e nel tentativo di esplorare i limiti dell’estensione vocale (immensa d’altronde). E da qui non possiamo far altro che lasciarci ipnotizzare da questa frenetica e coinvolgente ondata “free” di suoni, ritmi e vocalizzi.

Il commiato è affidato alla breve Sing A Song For You, immancabile ballata spleenetica, con cui abbandoniamo il magico mondo di Buckley.

Sospesi tra tristezza e felicità certo.

Ma, grazie a Tim Buckley, con nuovi occhi con cui ammirarle e con nuovi orecchi per ascoltarle.

So let me sing a song for you

Just to help your day along

Let me sing a song for you

One I've known so very long

Oh, please could you find the time”

V Voti

Voto degli utenti: 9,4/10 in media su 32 voti.

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Peasyfloyd (ha votato 10 questo disco) alle 11:58 del 24 agosto 2007 ha scritto:

un disco meraviglioso

di un artista sublime.

Un disco che io personalmente adoro spassionatamente ed è forse il mio preferito di Buckley. Ottimo lavoro Cas

fredneil alle 16:08 del 26 dicembre 2008 ha scritto:

un classico capolavoro

Appunto, come essere innovatori e, al contempo, fondatori di una nuova "classicità" incentrata sul canto che dà "forma" alla forma-canzone. Però si sente la grande lezione di Fred Neil (scusate l'autocitazione..)senza il quale persino un genio come Tim forse non sarebbe sbocciato del tutto.Per chi non l'ha già fatto, ascoltate Fred Neil, nella raccolta in due CD "The many sides of Fred Neil"

sarah (ha votato 10 questo disco) alle 19:29 del 22 gennaio 2010 ha scritto:

Che altro aggiungere, disco meraviglioso....

bart (ha votato 9 questo disco) alle 21:57 del 19 marzo 2010 ha scritto:

il primo capolavoro del più grande cantante di tutti i tempi.Love From Room 109 At The Islander e Gipsy woman sono da antologia

bart (ha votato 9 questo disco) alle 12:10 del 23 aprile 2010 ha scritto:

La cosa che mi piace di più di questo disco è che ha un suono moderno; non sembra affatto registrato nel '68.

Filippo Maradei (ha votato 10 questo disco) alle 23:56 del 7 maggio 2010 ha scritto:

Bellissima recensione di un album cristallino.

SamJack (ha votato 10 questo disco) alle 14:03 del 5 febbraio 2011 ha scritto:

Disco tra i miei preferiti di sempre,un "viaggiatore delle stelle" in uno dei suoi momenti più alti...

dalvans (ha votato 10 questo disco) alle 15:16 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Straordinario

Il primo capolavoro di Tim Buckley

Alfredo Cota (ha votato 9 questo disco) alle 21:41 del 23 novembre 2011 ha scritto:

Tim che spicca il volo. Capolavoro.

Paolo Nuzzi (ha votato 10 questo disco) alle 14:28 del 27 novembre 2013 ha scritto:

Capolavoro assoluto. Il mio disco preferito di Tim, senza se e senza ma.

glamorgan alle 20:57 del 21 luglio 2015 ha scritto:

Mi basterebbe buzzin fly per giudicarlo un capolavoro. Disco essenziale, non riuscirei a farne a meno

zagor (ha votato 8 questo disco) alle 17:43 del 17 ottobre 2016 ha scritto:

"gypsy woman" splendida, c'e' un pizzico di omogeneità di fondo che impedisce un voto piu alto ma siamo comunque di fronte a un disco di grosso calibro