R Recensione

6/10

Aidan Moffat & the Best-Ofs

How To Get To Heaven From Scotland

Andai a vedere gli Arab Strap dal vivo poco prima che si sciogliessero. Era il 2006, e il duo scozzese volle salutare il pubblico italiano con un breve tour d’addio. All’epoca non mi resi neanche conto di quanto stesse succedendo. Semplicemente stavamo salutando (per sempre?) una delle band più tristi e intense degli ultimi dieci anni. Gli Arab Strap toccavano il fondo della depressione in maniera esplicita e voluta, senza ricorrere agli archi lamentosi dei Dirty Three, senza appoggiarsi alle tetre partiture pianistiche dei Mogwai e senza avvalersi dei sovraccarichi emotivi della scena canadese (Godspeed you black emperor e affiliati).

Gli Arab Strap erano tristi, e te lo dicevano in faccia. Gli piaceva esserlo. Erano “Mad for Sadness”. Quella sera, a Torino, qualcuno pensò “magari sono addolorati perché questi sono i loro ultimi concerti”. Invece no, proprio no. Loro sono così e basta - pensai - e il fatto che questo sia un addio non cambia certo le cose. Anzi, ad un certo punto, sulle note struggenti di una “The Shy Retirer” in versione acustica (una delle cento canzoni più belle che io abbia mai ascoltato), Malcom Middleton abbozzò un sorrisetto beffardo. In quel momento capii che era finita. Il divorzio era firmato. Perché, lo sapete meglio di me, una storia d’amore non finisce con una sfuriata, ma con placida e reciproca rassegnazione. Bevvi un bel numero di birre medie scure, quella sera.

Middleton portò avanti con risultati alterni una carriera solista già discretamente avviata. Lui era il motore musicale della band, con quegli arpeggi di chitarra ariosi e circolari e quella bella scrittura slow-rock. Middleton sorrideva perchè aveva un punto di (ri)partenza.

Per Aidan Moffat fu tutto più complicato. Lui era la componente “spirituale” degli Arab Strap, se vogliamo ne costituiva il tratto distintivo, o addirittura folkloristico. Un cantante che non cantava, un frontman che non si muoveva, un musicista che non suonava. E poi era grasso, sfatto, si vestiva male (con quel cappotto sempre addosso), aveva la barba lunga e incolta, gli occhi pesti. Insomma era il prototipo dello scozzese: gran bevitore, burbero, e magari tirchio. In realtà, Moffat non è mai stato avaro, quantomeno dal punto di vista artistico. Moffat è uno che si è sempre speso, che ci ha sempre raccontato le sue delusioni, gli amori, le malinconie e i rari momenti di felicità. Moffat è uno che non è cambiato, e forse non cambierà mai.

Dopo aver tentato qualche bislacca sperimentazione con i Lucky Pierre, torna (utilizzando il suo nome e facendosi accompagnare da questi Best-Ofs) a fare ciò che ha sempre fatto: cantautorato morbido e accenni pop sulla scia degli ultimi Arab Strap (“Atheist lament” - con accenni quasi bossanova – “Big Blonde” ), momenti di puro lirismo (“Lover’s song”), epiche e oscure ballate sull’orlo del precipizio (“A scenic route to the isle of Ewe”, forse il brano più bello, soffusamente percussivo tra archi e lacrime di pianoforte). Solo che a volte il buon Aidan si fa prendere la mano, e inizia a registrare coretti da pub ubriaco che neanche Bob Geldof (“Oh Men!”, “That’s just love”, “The last kiss”), stonati momenti indietronici (“Ballad of the unsent letter”) e gospel noiosi composti con tre note (“Now I know I’m right”, “Living with you know”).

E decidiamo di chiuderla qui, per salvaguardare la sufficienza ottenuta con i testi e con quella voce sempre profonda e drammaticamente vera. Senza rancore Aidan. Anzi, la prossima volta che passi da Torino, fa uno squillo. Dietro casa mia hanno una doppio malto che è una meraviglia. Offro io, ovviamente.

V Voti

Voto degli utenti: 6/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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target (ha votato 6 questo disco) alle 11:39 del 26 febbraio 2009 ha scritto:

Moffat? Macchettelodicoaffà?

D'accordo con ogni tua parola. Il disco del Moffat è deludentiello, tenuto a galla dalla sua voce di sangue e da qualche pezzo delizioso (Big blonde, Atheist's lament, A scenic route...). La seconda parte, in particolare, direi che cade quasi per intiero nel regno della lagnanza.