V Video

R Recensione

7,5/10

Conor Oberst

Ruminations

In una notte di metà agosto di un paio d’anni fa, vicino al mare, al termine di un concerto con i Dawes che riecheggiava antichi fasti di Bob Dylan and The Band, Conor Oberst chiamò tutto il pubblico a raccolta sotto il palco per intonare “Common Knowledge”, una ballata che parla del coraggio necessario a scegliere il suicidio. In quel momento credo che tutti i presenti abbiano fatto un passo verso l’universo personale tormentato, ed il suo specchio artistico, del ragazzo che stava cantando. Si era, allora, all’indomani della pubblicazione di “Upside Down Mountain”, il suo secondo disco solista fra le diverse carriere parallele percorse come Bright Eyes, Mystic Valley Band o Desaparecidos, opera riuscita a metà secondo il giudizio espresso su queste pagine dall’illuminato Targhetta, che concludeva augurandosi un ritorno “ai livelli di grazia in virtù di qualche nuova ossessione che impronti da capo a coda un suo disco”. 

L’ossessione sembra essersi materializzata sotto forma di problemi di salute, contemporanei ai postumi di una lunga vertenza legale nata a causa di una denuncia per stupro poi rivelatasi infondata e diffamatoria. Ecco quindi la decisione di ritornare per un lungo freddo inverno nel Nebraska, ad Omaha, luogo di provenienza, di chiudersi a scrivere e musicare un nuovo viaggio introspettivo in completa solitudine, mettendo a nudo ambizioni, fantasmi e disillusioni in compagnia di una chitarra, un pianoforte ed un’armonica. “Ruminations” mantiene quel che il titolo promette: dieci canzoni, altrettante sedute psicoanalitiche con Conor sul lettino  che alterna la prima e la terza persona come spesso accade nella sua narrativa, per parlare essenzialmente di sé. L’operazione sembra confermare quell’identità tra arte e vita intima che già le prove precedenti avevano manifestato, ma qui tutto è più esplicito, perché la dimensione intima esalta i testi affidati alla voce tremolante del cantante, ci fa cogliere respiri e micro esitazioni delle interpretazioni in presa diretta, ed evidenzia una veste strumentale essenziale anche se tutt’altro che dimessa. 

La capacità compositiva di Conor, già comprovata da una carriera partita ormai agli inizi del millennio, è un’altra delle caratteristiche che saltano all’orecchio:con gli strumenti essenziali del mestiere, una chitarra o un piano, costruisce ballate struggenti sugli incubi per il processo e quelli delle dipendenze (l’iniziale “Tachycardia”) o sui consigli del terapeuta (“Gossamer Thin”), rappresenta una raggelante filastrocca sul disagio dell’insonnia (“Countin Sheep”) ed anima uno sghembo punk acustico (“A Little Uncanny”) ove attingere la forza per tirare avanti nel deserto di amicizie e figure simboliche (“I Miss Poor Robin Williams”). Altre ruminazioni, espresse forse nelle canzoni migliori, riguardano i viaggi mentali ed i simbolismi architettonici di “Mama Borthwick (A Sketch)”, le disillusioni di “Next Ok Kin” (“I met Lou Reed and Patti Smith / It didn't make me feel different / I guess I lost all my innocence way too long ago”) o la perdita di un amore collettivo, di “You All Loved It Once”, che pare l’esorcismo dei timori di un artista nei confronti del suo pubblico. 

Alla fine, il soul pianistico titolato con il nome del protettore dei depressi (“Till St. Dyphna Kicks Us Out”) suona tutt’altro che deprimente, e chiude, anzi, con un barlume di luce ed un briciolo di fiducia nel rapporto umano questa impegnativa ma affascinante indagine nella psiche di Conor Oberst.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.