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R Recensione

7,5/10

Michele Gazich

La via del sale

Il settimo disco di Michele Gazich si presenta da subito come un lavoro importante, pensato a lungo, meditato, profondo e di valore. Il disco prende spunto dalla via del sale, la strada attraverso la quale un tempo veniva trasportato questo elemento allora preziosissimo, e oggi fatta di percorsi dimenticati, per raccontare storie di ieri che parlano all’oggi, e in particolare all’Europa di oggi. Per raccontare queste storie Gazich si circonda di strumenti antichi, legati a quei tempi e soprattutto a quelle terre, che si mischiano ai suoni del rock ed a quelli della musica classica. Se infatti nel brano d’apertura, la title track La Via Del Sale, un brano intenso che introduce nel modo migliore nel racconto, troviamo i suoni antichi di piffero e zampogna, nel seguente Un Tempo La Fuga Era Un’Arte troviamo Bach e lo swing, il violino di Gazich e i ritmi balcanici, in un brano che sa di mitteleuropa. E l’Europa la ritroviamo anche in altri due brani centrali del disco, La Vita Non Vive e La Biblioteca Sommersa.

La Vita Non Vive, accompagnata solo dal suono delle corde (violino, chitarra e violoncello) è una canzone dolce che racconta lo sfascio dell’Europa, una regione uniformata e standardizzata, con ovunque le stesse insegne, le stesse architetture, gli stessi  “non luoghi” (per usare una celebre definizione di Marc Augé), descritta con parole crude (l’Europa venduta al prezzo di un taglio di cocaina). La Biblioteca Sommersa racconta un episodio realmente accaduto nel cuore dell’Europa, a Colonia, che viene qui usato come allegoria per descrivere quello che accade al nostro continente. Una storia piccola, che racconta bene quello che sta succedendo. Il racconto della biblioteca che crolla diventa il simbolo dell’Europa che vuole dimenticare le sue radici, umanistiche e tolleranti. E le poche e toccanti note del violino di Gazich si alzano contro la violenza e la potenza di fuoco delle multinazionali. Troviamo ancora le radici dell’Europa, in questo caso quelle ebraiche, in Dia De Shabat, un brano intenso e toccante composto in occasione delle Giornata della Memoria e tratto da un testo ebraico spagnolo, dove alla voce di Gazich fanno da contorno solo violino, buzuki e percussioni.

I richiami alla religione ricorrono sovente nel disco, con citazioni più o meno esplicite, da Giobbe citato nella title track a Matteo in Un tempio era la fuga, dal San Sebastiano del Mantegna in Storia Dell’Uomo Che Vendette La Sua Ombra, dove Gazich è accompagnato dalla graffiante voce di Lilith, a San Giovanni della Croce in Viaggio Al Centro Della notte. Un disco pieno di citazioni anche letterarie e colte, da Montale a Gaspara Stampa, fino al Bartolo Cattafi a cui è dedicato il brano Barcellona, Sicilia in cui compaiono versi del vangelo di Giovanni nel dialetto siciliano di Barcellona, con la voce ospite di Salvo Ruolo. Brano che vede l’artista bresciano lasciare il violino per il pianoforte, accompagnato in questo caso da clarinetto, chitarra, basso e batteria. Sono invece il violino e la zampogna gli strumenti utilizzati per ricordare in Collemaggio il terremoto a L’Aquila e la militarizzazione del centro storico della città.

Tutti i racconti che compongono questo splendido affresco, così come le citazioni religiose, storiche, filosofiche e letterarie che costellano il disco, servono a Gazich per ricordarci la cultura dalla quale veniamo, che sempre più sembra soccombere. Così la conclusiva Una Lettera Della Barricata, in cui ritroviamo tutta la band al completo, sembra cercare di costruire una barricata simbolica, un argine al collasso della nostra civiltà. Una canzone non tanto di lotta, quanto di speranza: opporre l’arte alla barbarie.

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