V Video

R Recensione

10/10

Neil Young

Rust Never Sleeps

My my, hey hey,

rock ‘n’ roll is here to stay,

it’s better to burn now

than to fade away…

1979. Neil Young pubblica il suo ennesimo capolavoro,  e a pochi mesi di distanza a nome della band simbolo del glorioso rock inglese dei ‘70s uscirà The Wall. La ruggine e il muro, metafore diverse ma altrettanto potenti nel cantare la fine di un sogno e di un’epoca. Ovvio, inutile mettersi ad elencare le differenze tra due opere così radicalmente contrastanti sul piano musicale e anche concettuale: eppure la loro uscita a pochi mesi di distanza dal tramonto della decade pare farsi, specie se vista retrospettivamente, profetica. Ma se The Wall mette in luce la drammatica solitudine della rock star, il suo sentirsi ed essere emarginato malgrado un mondo sempre più affollato di voci, rumori e denaro, quella cantata da Neil Young è una solitudine molto più metafisica, lontana da guerre e palcoscenici che paiono tribune davanti a raduni totalitari. Per Waters il chiudersi all’interno del muro equivaleva al grigiore di una sempre più degradata esistenza urbana (Goodbye Blue Sky); nell’America di Neil Young ci sono ancora cieli azzurri, lo sguardo può abbracciare gli sconfinati spazi della prateria, ma proprio questo diviene luogo di solitaria riflessione, di aspra consapevolezza del fallimento di un sogno e di una generazione.

E così in apertura, sulle note della leggendaria My my, hey hey, ci viene consegnato il manifesto che racchiude in se’ l’essenza dell’album e forse dell’intera poetica di Young: su un grottesco sottofondo di voci e applausi, si canta della morte e resurrezione del rock. “Il Re se n’è andato ma non è dimenticato” (Elvis), è tempo di un inevitabile passaggio di testimone (Johnny Rotten dei Sex Pistols) perché la musica resti in vita e con essa il suo sogno. Inutile poi spendere parole sul verso più celebre di Young, quel “It’s better to burn now than to fade away” con il quale Kurt Cobain ha deciso di abbandonare il suo sogno, o forse di bruciare prima che quel sogno svanisse. “Rock ‘n’ roll can never die”: non sembra tanto un’affermazione quanto un disperato tentativo di auto-convincimento, una liturgica preghiera a un dio sconosciuto mascherata da esibizione live…ma non è che la cornice, come in un moderno e allucinato Decameron: la preghiera ritornerà, non può non ritornare, ma deve prima passare attraverso un percorso di decostruzione e ricostruzione, una dialettica al termine della quale nulla sarà come prima.

L’atmosfera cambia di colpo per riportarci a campi e praterie di harvestiana memoria: Thrasher è semplicemente splendida, forse una delle ballate più intense e toccanti del canadese. Canto dimesso, quattro accordi di chitarra e pochi tocchi di armonica sono sufficienti a disegnare un paesaggio lirico e sonoro straordinario. Young se la prende con i vecchi amici ormai troppo pigri e stanchi per seguirlo “where the pavement turns to sand” (li vede addirittura come un “peso morto”), ma non c’è rabbia nelle sue parole: solo una profonda e struggente malinconia, una nostalgia di avventure forse mai vissute ma che paiono ormai irrimediabilmente lontane.

Nella parte centrale del disco torna un tema caro a Neil Young dai tempi di Zuma, quello dei nativi americani: se Ride my llama ci porta nelle polverose strade delle Ande precolombiane,  Pocahontas trasporta in un mondo dove la drammatica integrazione dei pellerossa è vista attraverso le tinte color pastello del sogno. Vita indiana, realtà metropolitana e cinema hollywoodiano si mescolano in un gioco innocente, e per questo le parole suonano ancor più drammatiche (And maybe Marlon Brando will be there by the fire, we’ll sit and talk of Hollywood and the good things there for hire… Marlon Brando, Pocahontas and me). Bella anche la dolce Sail Away, dove il viaggio appare come l’unica alternativa al degrado della moderna sedentarietà (There’ll be wind in the canyon, moon on the rise, as long as we can sail away).

Ma è con Powderfinger che arriva la svolta: fin qui un ottimo Neil Young acustico sembrava far presagire un proseguo sugli stessi binari, come nel precedente (ma senza dubbio inferiore) Comes a time. E invece bastano pochi secondi e da quel country-folk rilassato e medidativo si viaggia lontano anni luce. Atterriamo nel presente dei seventies ormai al tramonto, del terremoto punk, e a darci il benvenuto c’è il Neil più energico di sempre, sostenuto dalla ritmica potente e dalle chitarre distorte dei sempreverdi Crazy Horses. Proprio qui sta  la grandezza e l’unicità di Rust never sleeps: qui più che mai le due anime del canadese si fronteggiano sul campo in una lotta che non può conoscere vincitori, confronto che diviene emblematico di due modi di concepire la musica e il suo ruolo nel mondo. Il pezzo è forse il capolavoro dell’album e uno dei vertici del cantautorato d’oltreoceano: lo sarebbe anche se il canadese blaterasse frasi prive di senso, vista la straordinaria energia dell’esecuzione, con due soli di chitarra assai efficaci nella loro semplicità. E invece si parla di un ragazzo che muore nel tentativo di difendere la propria casa: potrebbe essere il selvaggio west come la secessione come il Vietnam. Quello che conta è che in quel ragazzo c’è l’eroe moderno, quello che in guerra non ha timore di imbracciare il fucile ma che esita fatalmente prima di premere il grilletto, che sull’orlo dell’abisso rivolge un pensiero commovente all’amata. Shelter me from the powder and the finger: inutile sottolineare quanto suoni moderno un simile appello, quando in America come nelle altre società civili non siamo certo nuovi a tragedie in cui non c’è ragione né cuore dietro un’arma, ma solo un fragile dito.

La rabbia aumenta di momento in momento e negli ultimi due pezzi il punk diviene presenza tangibile: Welfare Mothers e Sedan Delivery sono due invettive alla società moderna, al degrado e all’ipocrisia che dominano l’ambiente familiare e le relazioni interpersonali. Battimani, pesanti riff di chitarra e continue accelerazioni sembrano voler mantenere in vita la speranza di un riscatto, di uno spiraglio in fondo al tunnel. E invece la fine non è che un ritorno alla preghiera iniziale, che ormai non ha più nulla di meditativo ma è urlo rabbioso, invettiva ad un cielo muto e impassibile. Hey hey my my, rock ‘n’ roll can never die, it’s better to burn now than it is to rust. Meglio bruciare subito che farsi consumare dalla ruggine, invecchiare sotto la pioggia in un mondo che non ci appartiene più.

Ogni volta che Hey hey, my my finisce tra gli applausi una parte di me è convinta che un nuovo pezzo arriverà a spezzare l’ovazione, come l’epocale Words sul finale di Harvest, come a dirci che è stato tutto un sogno, un brutto sogno in questo caso. Ma non è così. Questo è il mondo in cui viviamo, sembra dirci Neil Young, occorre prenderne coscienza: mai cullarsi nella dolcezza del rimpianto o del sogno svanito, mai distogliere lo sguardo dal pur doloroso presente. “Cause rust never sleeps

V Voti

Voto degli utenti: 9,3/10 in media su 19 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
NDP 10/10
Cas 9/10
Suicida 8,5/10
D10S 10/10
zagor 9,5/10
B-B-B 9/10
PinkMoon 10/10

C Commenti

Ci sono 9 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

nebraska82 (ha votato 9,5 questo disco) alle 11:18 del 23 gennaio 2014 ha scritto:

Il disco definitivo di Young, sia per la separazione acustico/elettrica, sia per la bellezza della canzoni e per i temi trattati ( dalla "ruggine" ai nativi indiani, c'è tutto il suo universo). Onestamente credo che "Pocahontas" sia la più bella canzone mai scritta, il testo è semplicemente commovente, ricco di immagini e metafore brillanti e con una tristezza di fondo lancinante.

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 10:06 del 24 gennaio 2014 ha scritto:

Powderfinger pezzo della vita. Discone, tra i miei preferiti di Young (che non credo abbia fatto un solo disco brutto negli anni Settanta).

nebraska82 (ha votato 9,5 questo disco) alle 16:49 del 25 gennaio 2014 ha scritto:

bellissima anche powderfinger, quando la terza strofa in particolare è un capolavoro lirico con pochi eguali "But when the first shot hit the dock i saw it comin'....."

simone coacci (ha votato 9,5 questo disco) alle 19:22 del 25 gennaio 2014 ha scritto:

"Daddy's rifle in my hand felt reassurin'..." uno dei dischi della mia vita. Lo ascoltai giovanissimo e ignaro, principalmente perché Kurt Cobain ne aveva citato un verso pochi istanti prima di suicidarsi e fu una specie di rivelazione.

D10S (ha votato 10 questo disco) alle 10:51 del 26 gennaio 2014 ha scritto:

Ai migliori di Neil faccio fatica a non dare il massimo

zagor (ha votato 9,5 questo disco) alle 20:19 del 26 gennaio 2014 ha scritto:

Welfare Mothers make better lovers, DIIIVOORCEEEE!!!

FrancescoB (ha votato 9 questo disco) alle 9:45 del primo febbraio 2014 ha scritto:

Non c'è una nota fuori posto, il mio pezzo preferito è "Sail Away", una fra le sue invenzioni melodiche più cristalline e toccanti. Nello genio senza confini.

Utente non più registrato alle 13:40 del 28 aprile 2015 ha scritto:

Uno degli album più belli del giovane nello

Paolo Nuzzi (ha votato 9 questo disco) alle 16:49 del 30 aprile 2015 ha scritto:

Assolutamente, ho un debole per Ride My Llama e l'immenso capolavoro che apre il disco.. quell'harmonica... Che voce che ha Neil, una delle più belle in assoluto