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R Recensione

7/10

Ryley Walker

Golden Sings That Have Been Sung

Dopo avere prodotto un classico metatemporale come “Primrose Green” uscito nel 2015, ma scritto con la testa nei Sixties e Seventies, ed averlo portato in tour per quasi un anno, anche in compagnia di una gloria di quelle stagioni folk rock come Danny Thompson, non era semplice per Ryley Walker rimettersi a comporre per il terzo album. L'alternativa per il chitarrista di Chicago era come sviluppare la propria strada, nata sulle orme di grandi fingerpickers come John Fahey ed ormai indirizzata verso il mondo degli autori completi: continuare ad indagare la vena Tim BuckleyJohn Martyn Van Morrison che permeava tutto il lavoro precedente, o spingersi ad esplorare nuovi territori? Evidenti i rischi e vantaggi di entrambe le soluzioni, con “Golden Sings That Have Been Sung”, il buon Ryley sembra aver scelto una via di mezzo, mantenendo l'attitudine alle ampie ballate spruzzate di jazz dal contrabbasso e piano elettrico, ma componendo con maggiore scioltezza, quasi incurante dei propri mentori, e con una cifra che si avvicina ad una identità originale.

Se poi questo sia il frutto del presunto avvicinamento alla scena avantgarde di Chicago propiziato dal produttore Leroy Bach è questione da indagare per chi la giudichi rilevante. Io qua non sento quasi nulla di Tortoise e Gastr del Sol, eccetto labili tracce in alcuni frammenti, come il dialogo iniziale chitarra/clarinetto di “The Halfwit In Me”, qualche intrigo di corde su “Funny Things She Said”, o la base di tamburi che incornicia la melodia dal vago sapore post rock di “A Choir Apart”. Dove riesce a fare incontrare forma e sostanza, costruendo di suo sulle basi del passato, Ryley dà vita agli episodi migliori del lavoro. Ovvero l'iniziale "The Halfwit In Me”, allestita sul solido riff scandito dal basso e con un finale dai molteplici campi di tempo, le personali riflessioni nello slow motion psichedelico di “Funny Things She Said”, o “Sullen Mind”, satura di chitarre acide che lievitano con il piano elettrico in ripetuti crescendo, per poi tornare al riff iniziale avvolgente e rassicurante. Dopo la breve “I Will ask you twice”, bozzetto acustico in due minuti, due esempi di ballata liquida, increspata dal piano elettrico “The Roundabout”, e impreziosita da quello acustico,“The Great And Undecided”. In chiusura “Age Old Tale” dopo una intro piuttosto free, fa presagire grandi cose con una felpata andatura degli strumenti, ma risulta alla fine l'episodio più inconcludente, sviluppato per otto lunghi minuti senza variazioni. Tutto qui, in poco più di quaranta minuti.

L'impressione è che “Golden Sings...” sia il frutto, forse un po' forzato, del recente apprezzamento e relativa esposizione del chitarrista ed autore di Chicago. Probabilmente avrebbe giovato lasciar maturare ancora le cose per arrivare ad un disco tutto ai livelli degli episodi migliori. I quali comunque riflettono il valore ed alimentano le aspettative per il futuro di Ryley Walker. E per il nostro godimento.

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