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R Recensione

9/10

Grand Funk Railroad

On Time

Ma quanto sarebbe considerato rozzo, grossolano e poco credibile un gruppo se, tipo, fosse di Roma, non si proponesse deliberatamente l’obiettivo di far ridere la gente e si chiamasse, che-ne-so, “Grande Accordo Anulare” o se, di origine campana o calabrese, si chiamasse “Salerno Arpeggio Calabria”?  La stessa cosa deve essere successa, circa 45 anni fa (!), quando nel Michigan tre ragazzi poco più che ventenni (Mark Farner, voce e chitarra, Don Brewer, batteria e Mel Schacher al basso) misero su una band che da lì a poco avrebbe cambiato, comunque la pensiate, le sorti della musica rock. Si fa presto a dire “esagerato”. Non esagero proprio per niente.

Grand Funk Railroad gioca con il nome della più famosa e importante ferrovia della zona (la Grand Trunk Railroad) che collegava, ed in parte lo fa ancora oggi, gli stati canadesi del Quebec e dell’Ontario a gran parte degli stati nord-orientali statunitensi, tra cui appunto il Michigan dove un’importante stazione era quella della città di Flint, residenza dei tre ragazzacci di cui sopra.

Forse vi ricorderete del 1969 per l’uscita di album seminali quali Kick out the jams degli MC5, Volunteers dei Jefferson Airplane, Abbey Road dei Beatles, gli omonimi esordi degli Stooges e  dei Led Zeppelin, questi ultimi con l’immediato seguito nello stesso anno (Led Zeppelin II), o per il capolavoro di Isaac Hayes, Hot Buttered Soul; forse siete tra quelli che ritengono che in quelle stesse ore, in giro per l’America e per il mondo, c’era, nel pieno della loro luce e vitalità artistica, gente come la Jimi Hendrix Experience, i Blue Cheer, i Greatful Dead, gli Uriah Heep, i Deep Purple, i Cream (e mi fermo qui, già in lacrime) e che quindi altro non bisogna aggiungere ad un discorso nobile, granitico nelle conclusioni e soprattutto chiuso; forse siete tra quelli che stentano a formarsi una propria opinione su ciò che vale e ciò che non vale la pena ascoltare se non glielo dice un famoso giornale specializzato o uno dei tanti, in gran parte inutili (come il sottoscritto), collaboratori di webzine

Qualunque siano le vostre convinzioni, il 1969 è, inconfutabilmente, anche l’anno del debutto sulla scena musicale dei Grand Funk Railroad con l’album On Time, seguito poi a pochi mesi di distanza dall’altrettanto valido Grand Funk. Fu un successo straordinario di vendite e di pubblico ai concerti, soprattutto dopo l’uscita, trainante, di questo secondo album, così come un fiasco quasi totale a livello di critica e media. Il loro era un rock nuovo. Esplosivo. Impetuoso. Rude, anche se meno rispetto a quello degli MC5. Di base c’è sempre tanto blues, persino delta-blues (sentire “High on a horse”) ma la rilettura è in chiave rumorosa, funkeggiante, su ritmi decisamente più accelerati, quasi dei Black Keys ante litteram. La voce di Farner non è affatto possente ma cerca sempre di spingersi verso il limite, con impeto e passione, lasciando spesso intravedere delle inflessioni soul e arrenbì che su impianti ritmici alla fine non troppo diversi, sono la chiave di (s)volta del contemporaneamente attivo soulgoesfunk. La sua chitarra è ruvida e sporca, spesso semplicemente strusciata freneticamente sulle corde amplificate e stoppate sulla tastiera, precisa e concentrata su riff freschi e sostanzialmente basici ma sempre straordinariamente accattivanti. Qualcuno potrebbe dire “ruffiani”, perché ti acchiappano facilmente con qualcosa che vuoi ascoltare senza pensarci tanto su. In piazza, giorni fa, ho visto della gente con dei cartelloni dove c’era scritto “siamo tutti puttane”. Per quanto l’oggetto e la finalità di quella manifestazione non mi appartenessero, ritengo che avessero alla fine profondamente ragione. E se nel tutti è dato inserirci qualsiasi cosa, per me quella chitarra era proprio una gran puttana, che ti invitava a passionali e smodati amplessi che alla fine non ti costavano mai più di tanto. Il basso di Don Brewer è un mulinello felpato costantemente in rotazione su linee contorte ma lucide e precise. Assieme alla irruenza viscerale di Mel Schacher alle pelli definisce un impianto ritmico micidiale dal sapore blues rock e dal marcato retrogusto funk.

Are you ready” è il pezzo che apre la discografia dei GFR. Suona come un avvertimento per quello che sarà. Una sorta di parental advisory per gli ascoltatori. “Gente, qui non si sta fermi”. Il ritmo è un fiume sempre in piena. Le pulsioni sono esplicite. Non ci si nasconde dietro nulla, non si fa politica, non ci si incupisce mai troppo e si punta a fare musica tirata al limite, ideale per trascinare verso il delirio la gente ai concerti. L’approccio agli strumenti è sempre passionale, viscerale ma mai volgare (sebbene non tutti si trovino d’accordo sul punto). Questo gruppo, molto semplicemente, fa musica rock che presto, anche grazie alle loro intuizioni, verrà definita hard rock. E se siete alla ricerca di punti di riferimento, i Grand Funk Railroad, a parere del sottoscritto, lo sono, decisamente.

“Anybody’s answer” abbassa leggermente il ritmo, specie per quel suo inizio falsamente lento, in sordina, con un combo chitarra/basso che presto però si rimettono regolarmente in carreggiata per far ripartire la locomotiva fino al momento più roccioso dell’album, quell’effetto mostruoso della chitarra che intorno al terzo minuto irrompe sulla scena come credo mai nessuno avesse ancora sperimentato prima (forse giusto i Blue Cheer, appena un anno prima), e che appena un anno dopo sarà il punto di forza degli esordienti Black Sabbath. La bomba dell’album, dal punto di vista più prettamente commerciale, è il terzo brano in scaletta, probabilmente il loro pezzo più famoso di sempre (“Time machine”), se si escludono le parentesi nazional popolari e decisamente kitsch di “We are an american band” e la cover di “The Locomotion”. Questi ultimi furono i brani che seppellirono definitivamente la loro fama a livello della critica musicale “colta” facendogli assurgere contemporaneamente a divinità musicali del campanilismo e dell’identità nazionale ammerigana, notoriamente sempre molto contenuta e discreta. Ma tornando al brano in questione, lo stesso è un classico blues rock elettrificato alla B.B.King, solo leggermene più veloce, maggiormente rude nell’approccio al riff e cantato con la solita voce maliziosa che strizza l’occhio al soul e all’R&B culminante, ad intervalli regolari, in classici assoli di armonica a bocca.

High on a horse  nella versione rimasterizzata rilasciata nel 2002 figura anche nella imprescindibile, magnifica, versione originale, dove sembra di respirare pure la polvere smossa dagli amplificatori incandescenti. La quintessenza della goduria e della inconsapevole e pure rozza voglia di farsi trascinare nel loro mondo,  ai confini di un lussurioso e perverso “rock cafonal”. Into the sun nella quale sono distinguibili ben tre intro, diversissimi eppure unomegliodell’altro (un primo, energico, basato sul chitarrone affilato, poi quasi due minuti di riffettino-relax, per arrivare ad un vero e proprio intro funk, quello che dà il via per davvero al brano, che di funk sporco e distorto ne ha in effetti molto al suo interno (l’anno successivo esordiranno i Funkadelic, da tenere in mente). Che dire poi di Heartbreaker. Potremmo dedicare una recensione solo a questo brano, tanto è bello e tanto è significativo nella loro discografia. Di base sarebbe una rock ballad melodica, ma gli strumenti adoperati, dalla chitarra così come il basso sempre ammiccanti all’universo funk, la voce soul, il ritmo essenzialmente blues, ne fanno una perla di rara bellezza, in gran parte inqualificabile musicalmente, semplicemente da ascoltare, e poi riascoltare. L’atmosfera di Can’t be too long è forse quanto di più classico si ritrovi nell’album nei confronti del rock di quegli anni, che si apprestava appunto a porre le basi del nascente hard rock/heavy metal.  Intro di pelli tribali sul canale sinistro, coro magistrale, rarefatto nei momenti di massima estensione, sul canale destro, conditi dal chitarrone sbattuto in faccia con il garbo del prepotente (l’anno successivo uscirà Fire and Water dei Free, anche questo da tenere in mente). Ed è stupendo constatare con disarmante stupore come quest’album sia pieno zeppo di perle di inestimabile valore racchiuse in appena un'ora di musica.

Alla fine si parla tanto – giustamente -  di garage rock, di garage blues, ma poco, sempre che qualcuno l’abbia mai fatto seriamente, di garage funk. Ma se “qualcuno” un giorno vorrà approfondire un discorso in tal senso non potrà esimersi dal cominciare, tutto o quasi, da qui. Da questi tre ragazzi, poi in seguito diventati quattro, che un bel giorno decisero di mettere, forse inconsapevolmente, il rock su una locomotiva carica di soul, funk, blues e garage. Comunque la pensiate, tre fantastici pionieri.

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Voto degli utenti: 9,3/10 in media su 2 voti.
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VDGG 8,5/10
brogior 10/10

C Commenti

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FrancescoB alle 9:31 del 17 luglio 2013 ha scritto:

Riconosco la mia vergognosa ignoranza, ma so poco nulla dei Grand Funk. Vedrò di rimediare, prendendo spunto dall'ottimo Franz

Franz Bungaro, autore, alle 10:51 del 17 luglio 2013 ha scritto:

Grazie Fra, recupera recupera, ne vale la pena...non sai quanto mi senta piccolo io di fronte al tuo bagaglio jazz...recupero pure io, ma sto messo proprio male...però prometto di mettercela tutta!

nebraska82 alle 0:39 del 29 luglio 2013 ha scritto:

bellissimo disco, loro assieme agli zeppelin e ai blue cheer hanno creato la prima grande ondata hard rock.

brogior (ha votato 10 questo disco) alle 17:56 del 10 gennaio ha scritto:

orgasmo sonoro, musica che viene dall'anima, che goduria