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R Recensione

7/10

Mamasuya & Johannes Faber

Mexican Standoff

Ecco un disco ricco di sorprese, a partire dall’ idea di base, ovvero rappresentare in musica l’istante nel quale uno “stallo messicano”, la situazione d’ impasse che si crea quando diversi uomini armati si tengono sotto tiro, un classico dei film western, ripreso dal Tarantino nella scena della taverna di “Bastardi senza gloria”, si sblocca con la prima scintilla di movimento. E da lì, almeno per Tarantino, inizia la strage. Autore del singolare concept è un’improbabile unione fra il trio piemontese di psych-rockers dei Mamasuya, (Nicola Bruno al basso, Matteo Cerboncini alla chitarra e Stefano Resca alla batteria), qui alla seconda prova, ed il trombettista Johannes Faber, un poliedrico musicista tedesco che in carriera ha collaborato, fra gli altri, con Billy Cobham, Chaka Khan, Anthony Jackson, George Adams, Charlie Mariano e Dado Moroni, ha diretto festival e corsi di  jazz, suonando la sua tromba o cantando in concerti o spettacoli di teatro e danza, lungo un inarrestabile e variegato percorso artistico tuttora in pieno svolgimento.

Un connubio che, al di là delle previsioni, risulta organico ed efficace, raffinando con sapori jazz la torrida miscela chitarristica dei tre Mamasuya, senza rinunciare agli elementi basilari del ritmo spasmodico usato quale impalcatura di distorte traiettorie rock e grooves funky.

 “The Driver” fa partire l’ora di musica da una sorta d’indice di quello che seguirà: un riff che sembra preso dal catalogo dei Calibro 35, piano elettrico e pedale wha wha, i fiati a rincalzare il ritmo, alternato a sezioni dominate dalle tastiere elettroniche di Faber. La simbiosi presenta un risultato più ricco di contrasti in composizioni continuamente cangianti come l’estesa title track o “Ley De Fuga”, che alternano fumiganti sezioni chitarristiche a linee dominate dalle incisive linee melodiche della tromba di Faber, per concludersi in crescendo parossistici dichiaratamente rock. Ma l’orizzonte dei quattro sembra non avere confini, spaziando dal funky elettrico di “A frog in the fog” all’elaborato jazz rock davisiano di “Pussy trap”, fino alle elettriche atmosfere tex mex e western di “El Pueblo”.

La vena più jazzistica è rappresentata da ballad come “Brain rain” scura, notturna, basso e piano elettrico che lasciano largo spazio ad un dialogo di assoli tra la  tromba e le sei corde elettriche di Cerboncini, dal perentorio tema declamato all’unisono da chitarra e tromba di “Sakura”, o dai toni easy di “Amore mio”, che però rappresenta l’unico mezzo passo falso del disco. La finale “The Pond/Ducks” è un altro caleidoscopio a più facce: parte con una densa intro di tastiere, evolve verso una jam hendrixiana condita d’elettronica ed all’ improvviso svolta in un ostinato groove funky diretto dal basso.

Nonostante tanta materia messa sul tavolo, “Mexican Standoff” mantiene identità e tiro lungo tutto il percorso, grazie alla verve ed alla grande perizia tecnica dei tre Mamasuya, orientata e diretta dal sornione maestro Faber. Il quale, qua è là, ci mette pure la voce (accade su “El Pueblo” e “Ley de fuga”): naturalmente è roca e profonda come ci si potrebbe aspettare fra uomini (ironicamente) duri coinvolti in uno “stallo messicano”.

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