Chelsea Wolfe
The Grime And The Glow
Nell’anno del semi-bluff witch house, arriva Chelsea Wolfe. Non con un synth o un pc, ma con una chitarra stravolta. Cacciatrice delle pieghe funebri nascoste in vita, doom lady bruciata dal sole, psych-girl in trance per eccesso di rumore, riesce a sapere di terra, immersa com’è tra suoni grezzi e abrasivi, e assieme farsi poesia che sfugge alla presa. Nell’arco di un anno e mezzo ha scritto di tutto, e pubblicato un Ep (“Advice & Vices”), un disco reperibile soltanto in formato digitale (“Ἀποκάλυψις”) e un altro, questo, uscito in vinile per la Pendu il 28 dicembre scorso. Alla faccia delle classifiche di fine anno. D’altronde il suo pezzo più intenso, tanto per non sbagliare, Chelsea non l’ha inserito in nessun disco. Ed è una torch-song da brividi (“Gold”), roba da classico subito.
“The Grime and The Glow”, pur se pubblicato dopo “Ἀποκάλυψις” (che ha visto una sorta di instant-release, non essendo passato attraverso il filtro di un’etichetta), si deve considerare, a stesso dire della Wolfe, il suo primo disco. A segnalarlo basterebbe, in realtà, l’aspetto sfaldato e dissonante, lo sviluppo pieno di spaccature e borri, la disomogeneità tipica dell’opera prima. A scheletriche ballate da lutto si succedono squarci noise, a elegie sul pianoforte momenti di caos performativo e di industrial calato nel deserto, a melodie vocali ‘popular’ schizzi gotico-caciaroni urticanti, ma gli sbalzi non stonano mai. Ci sono Pj Harvey e Carla Bozulich, Scoutt Niblett, Siouxsie e i Sonic Youth. L’odore è mefitico, anche grazie a una produzione volutamente claustrofobica, tutta escoriazioni e raschiature: “The Whys” è una melodia surf-rock su un’elettrica svangata con la cazzuola (e zero batteria!), “Moses” (anche in “Ἀποκάλυψις”, ma in una versione più accomodata) una marcia biblica sfregiata nella distorsione, “Widow” un carillon cimiteriale. Il tratto comune dark pialla gli scarti.
Ma è solo l'orlo del baratro: è già notte piena quando in "Cousins Of The Antichrist" la Wolfe intona versi sbattezzati a una luna che è specchio dei suoi pallidi tormenti di chitarra, e che in "Benjamin" si gonfia a spettro di risonanza per gli accordi accavallati di un pianoforte scordato, scanditi a quattro mani con Soap&Skin. Col tempo, i lamenti della giovane californiana suonano sempre distanti, imprigionati nelle pareti di vetro di "Noorus" assieme a un basso al tetano e a un ritmo da sincope, o nella vecchia cameretta a serrande abbassate di "Halfsleeper", da Tiny Vipers affittata, in cui rimbombano i tocchi di una chitarra dolente e gli echi di una ninnananna rarefatta. Una voce, la sua, che è partecipe testimone delle contaminazioni a bassa fedeltà che permeano l'intero lavoro e che solo nel "Fang" trovano la loro consistenza e forma più adatta, al seguito di percussioni scardinate e corde sfibrate di chitarra; perché solo il fango può sporcare così bene, e solo l'acido puro corrodere meglio delle distorsioni al cherosene di "Deep Talks".
E dopo la notte più nera, l'alba più mera: muto raccoglimento per noi e i gelsomini. E una gola incavata nella nuda pietra attraverso la quale, ci pare, la prossima America 'death underground' dovrà passare.
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