Alice in Chains
Dirt
Lo ammetto: ho conosciuto la musica degli Alice in Chains solo dopo la morte del loro leader Layne Staley nel 2002. Pochi giorni dopo lessi un articolo scritto da Andrea Scanzi sul loro Unplugged e sulla figura decadente e poetica di Staley che mi fece venire la pelle d'oca, e così, dal basso dei miei vent’anni, decisi di comprarmi Dirt, a detta della critica il loro capolavoro. In quel periodo la mia testa era in pieno fermento adolescenziale e si muoveva lenta tra chitarrine e rugiada, erano i tempi dei Belle & Sebastian e dei Kings of Convenience, il massimo azzardo me lo concedevo coi Black Heart Procession, e, credetemi, non ero per niente pronto a ricevere l'eucarestia di un album come Dirt.
Mai amato il grunge, tuttora riconosco la portata importante del fenomeno ma fatico non poco ad accostarmici, digerisco a stento il classicismo stucchevole dei Pearl Jam e mi limito all’apprezzamento tiepido di album - lo riconosco, giganteschi - come Bleach dei Nirvana e Superunknown dei Soundgarden.
Però.
Distratto, ascolto Dirt più o meno fino alle urla scomposte di Tom Araya degli Slayer ospitato nell’Untitled (Iron Gland) e decido che non è roba per me. La seconda volta arrivo fino in fondo, e qualcosa succede: quel grido finale, disperato, negli ultimi secondi dell’ultimo brano (“If i would, could you?”) mi fanno pensare che si, questo mi piace. Prendo il disco tra le mani. Una donna in copertina è sdraiata, nuda, agonizzante, guarda il cielo con occhi acidi, sta per essere ingoiata da una terra arida, bollente. Diluisco gli ascolti nelle settimane, nei mesi e poi negli anni, mi perdo nella malata decadenza delle liriche, nella voce lacerante di Staley, e soprattutto nell’ipnotismo circolare della chitarra di Cantrell. La sensazione perenne è di risucchio, di vertigine, di caduta.
In Them Bones mi aggredisce da subito l’isterismo di un urlo che è quasi un singulto, e a un certo punto una chitarra lancinante mi prende per la giacca e mi trascina a terra: non mi lascerà più andare. Dam That River incendia la scena saturando voci e chitarre in un mantra iperteso, Rain When I Die sin dall’apertura è pura psichedelia e quelli otto accordi di chitarra ripetuti allo stremo mi violentano e mi nauseano: una catarsi. Sickman è acida, tribale, dove Rooster si mostra invece epica e commovente (Rooster è il padre di Cantrell combattente in Vietnam), una litania che deflagra all’improvviso come bomba nel silenzio e che si chiude com’era cominciata, in preghiera. Junkhead è un’altalena allucinante e allucinata, pervasa dal benessere paradossale degli stupefacenti (“You can’t understand a user’s mind/But try, with your books and degrees/If you let yourself go and opened your mind/I’ll bet you’d be doing like me/And it ain’t so bad” – parole che sono un manifesto).
Nella successiva Dirt, la schiavitù è completata, il concetto è straziante quanto il grido di Staley, un delirio d’amore e odio nei confronti della droga da cui è corteggiato mortalmente: “You use your talent to dig me under and cover me with dirt”. Una pronuncia scandita, che si fa parola, che si fa immagine, che si fa copertina. In God Smack e Hate To Feel è come se il “viaggio” in qualche modo ricominciasse, le sonorità si fanno crossover, i ritmi scanditi e impercettibilmente sghembi, nel mezzo la breve Untitled di cui abbiamo già detto è un fantasma che entra senza chiedere permesso e subito esce sbattendo la porta. La scena è vivida, siamo spettatori consapevoli della discesa agli inferi… Ecco ora l’apatia dell’uomo delirante di pochi minuti prima, seduto su una Angry Chair, tra quattro “mura arrabbiate che rubano l’aria, con lo stomaco dolorante di cui non m’importa”, ecco la splendida ballata Down In A Hole e la desolante voglia di rivalsa subito negata (“I’d like to fly but my wings have been so denied” è la conclusione intrisa di lacrime)…
La conclusiva Would? chiude il disco con un’invettiva nervosa, quasi liberatoria, contro i censori e i giudici delle vite altrui, e una dedica a un amico scomparso. Forse proprio Would? è il capolavoro assoluto dell’album, così adatta e appropriata a chiudere le danze… il già citato urlo finale, dopo il quale resta solo silenzio, è probabilmente la più bella fine di un album che abbia mai sentito.
Layne Staley morirà invece, con tempistiche del tutto inopportune, dieci anni dopo la pubblicazione di Dirt, a causa dell’eroina. Nessuno lo incenserà né farà di lui un mito, si spegne nel 2002 solo e quasi dimenticato. Ma questa è un’altra storia, che lascio volentieri raccontare a qualcun altro.
If I Would, Could You?
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