R Recensione

10/10

Alice in Chains

Unplugged

Ho sempre diffidato nei concerti Unplugged di Mtv. Una tipica moda anni '90: prendevi la band del momento che vendeva un botto, la mettevi in uno studio televisivo con un pubblico ossequioso, gli facevi eseguire uno dietro l'altro i loro pezzi più famosi e incidevi il tutto su cd, lp, vhs e dvd. Il gioco era fatto: poca fatica e una valanga di copie vendute. La musica spesso si riduce al solo business, questo lo sappiamo tutti, ma quando il business genera il capolavoro allora forse il gioco vale la candela.

E' il 28 maggio del 1996 e al Majestic Theatre della Brooklyn Academy of Music si esibiscono gli Alice in Chains: Layne Staley voce,  Jerry Cantrell chitarra solista e voce, Mike Inez al basso, Scott Olson alla chitarra ritmica e Sean Kinney alla batteria. Questo concerto divenne il canto del cigno della band considerata una delle quattro meraviglie del Grunge. L'ultima apparizione del grande Layne Staley davanti un pubblico, dato che l'eroina lo stava divorando lentamente.

Luce soffusa di lumini rossi e chitarra sognante: si apre così il concerto degli Alice, con i musicisti che salgono uno alla volta sul palco, salutati dagli applausi del pubblico. L'ultimo a salire è il frontman, accolto da un boato. Pelle bianchissima  e occhiali da sole neri che non lasciano intravedere nemmeno un ciglio. La bellissima Nutshell scorre lentamente e impalpabilmente, con quei versi da pelle d'oca e quel giro di chitarra che chissà in quanti avranno imparato a strimpellare.

La seconda è la intima Brother, scritta da Cantrell, come la maggior parte del materiale della band, ed eseguita con freddezza e distacco, enfatizzando ancor di più quei versi cupi.

No Excuses e Sludge Factory sono due fantastici pezzi che fungono da meraviglioso preludio alla perla dell'album: la straziante Down in a Hole. La band scherza col pubblico e quando Layne toglie gli occhiali, il suo sguardo resterà per sempre impresso nel cuore di ogni fan del gruppo: pupille inespressive e senza colore e occhiaie da paura. E' chiaro che la tossicodipendenza lo sta stroncando. Down in a hole, proposta in versione del tutto diversa da quella incisa in Dirt, è cantata anche da Jerry Cantrell, come molte delle canzoni proposte nello show, ed è la tipica canzone che contringe l'ascoltatore a pigiare il tasto "repeat".

La lugubre Angry Chair propone un inedito Staley alla chitarra, mentre Rooster è l'altro capolavoro dell'album. Dedicata da Cantrell al padre e alla sua esperienza in Vietnam ( Rooster era il suo nomignolo ), parte sottotono per poi esplodere in un ritornello urlato dal cantante. Got Me Wrong è il tipico pezzo grunge, con quel cantato che richiama subito alla mente Cobain, mentre Heaven Beside You è cantata da Cantrell e il suo ritornello ha fatto epoca.

Un giro di basso di Inez introduce la bellissima Would? e Jerry Cantrell dimostra ancora una volta che oltre ad essere un chitarrista pregevole, è anche dotato di un'ottima voce. Layne, come un presagio, comunica al pubblico la bellezza e l'importanza di quello show, nemmeno sapesse che quella sarebbe stata l'ultima volta e immediatamente dopo Jerry, con un arpeggio, introduce la misteriosa quanto stupenda Frogs. La blueseggiante Over Now, eseguita impeccabilmente dai cinque, è il preludio dell'ultimo brano di questo meraviglioso concerto. L'ennesima perla regalataci è Killer is Me, eseguita come al solito dal duetto vocale Staley-Cantrell.

La band ringrazia il pubblico e quel "thanks" decreta non solo la fine di un concerto meraviglioso, ma anche l'uscita di scena di una band che ha fatto la storia del suo genere e che si colloca come pietra miliare degli anni '90.

Forse troppo oscurati dai colleghi di Seattle Nirvana e Pearl Jam, gli Alice in Chains sono un gruppo fondamentale per chiunque pensa che il sentimento e le emozioni debbano esser messe in primo piano nella musica. 

Layne Staley, apparso in pessima forma fisica durante il concerto, morirà il 5 aprile del 2002 ( esattamente otto anni dopo la morte del leader dei Nirvana ) in seguito ad un'overdose di speedball. Il suo cadavere verrà ritrovato solo due settimane dopo. Aveva deciso di condurre una vita solitaria e in seguito alla morte della sua ragazza, l'eroina divenne la sua unica compagna. Il mondo della musica, lo sappiamo tutti, è spietato e crudele e le riviste musicali dedicarono solo qualche trafiletto per  Layne: un artista che se fosse morto quando il Grunge era ancora alla moda, oggi sarebbe uno specie di mito superuomo alla Kurt Cobain.

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varlem 10/10
leax 10/10
tecla 6,5/10

C Commenti

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fabfabfab (ha votato 9 questo disco) alle 23:34 del 13 gennaio 2009 ha scritto:

La voce migliore di tutta l'epoca grunge, alla faccia dei "vibrati" di Eddie Vedder e dei "latrati" di Chris Cornell. Uno degli album rock più belli dei '90 ("Facelift") e uno degli unplugged più belli di sempre. Loro, tra l'altro, suonavano unplugged anche quando non era di moda farlo ("Sap", "Jar of flies"). "Nutshell" è una delle dieci canzoni che ho più vicine al cuore.

Ciao Layne.

simone coacci (ha votato 8 questo disco) alle 23:38 del 13 gennaio 2009 ha scritto:

Disco-concerto esemplare per scaletta, atmosfera, esecuzione. Gli Alice allungano penombre espressioniste sui controluce di MTV. Il miglior Unplugged dopo quello dei Nirvana.

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 0:04 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

Non so se sia stata la migliore voce grunge come dice Fabio, sicuramente assieme a Cobain è stata la più toccante e personale. Il miglior lascito acustico di Alice è senza ombra di dubbio "Sap", assieme a un paio di gemme da "Jar of flies" come "Nutshell" e "Don't follow". Questo è una sorta di "greatest hits" ben camuffato ( a differenza dell'unplugged dei Nirvana, che aveva pezzi meno conosciuti e diverse cover). Non a caso c'è pure un classico come "Rooster" che senza la sua cupa elettricità è spento e involuto. Ma parliamo di grandissime canzoni, e la flebile e intima voce di Staley, nonostante sia qui chiamato a uno sforzo vocale non indifferente date le condizioni in cui già versava, vale sempre il prezzo del biglietto. Ottima anche la versione di "Down in a hole", che su Dirt è oggettivamente un po' troppo metallara: qui la bronzea e nuda resa evidenzia al meglio i toccanti intrecci vocali tra Layne e Jerry. Non sono d'accordo col recensore sul paragone conclusivo tra le morti dei due illustri compianti, e trovo questa conclusione anche abbastanza antipatica. La morte di Cobain è stata così tanto mitizzata soltanto a causa della smisurata portata della sua icona, tale in quanto Kurt fu capace di interpretare col piglio del trascinatore le ansie, le paure e le speranze di una generazione. Se Layne fosse morto prima, non sarebbe stato altrettanto celebrato. Non perché fosse meno bravo o torturato, ma semplicemente perché di "Nevermind" ce n'è stato uno solo.

dario1983, autore, alle 0:13 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

DonJunio

questa è sempre stata una delle cose più odiose del rock e nn puoi negarlo... da Cobain a Hendrix, da Morrison a Curtis: quando sono morti sono diventati delle specie di dei intoccabili e incriticabili. Loro sono dei grandi, questo è scontato, ma molti loro colleghi ancora in vita, una volta passati di moda nn se li caga più nessuno. Non è impiccandosi o sparandosi una fucilata in gola che si diventa un mito eterno. Di nevermind c'è n'è uno solo, questo è vero, ma anche di transormer c'è n'è uno solo, ma oggi se chiedi a un nn appassionato chi è lou reed, ti risponderà un personaggio dei fumetti o una marca di sigaarette. se fosse morto di overdose oggi lo conoscerebbe pure mia nonna. è ora di finirla: questo tipo di mito lo inventano le riviste musicali da teenagers, nn di certo i veri critici competenti.

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 3:53 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

Facciamo un po’ d’ordine. In linea di massima il tuo intervento mi trova perfettamente d’accordo: il mio artista preferito è Neil Young, che grazie al cielo è ancora vivo e in ottima salute. Magari mi fa dannare perché ogni tanto sforna canzoni banalotte e non si decide a svuotare i brani inediti dai suoi leggendari archivi, ma per fortuna non si è perso in una spirale discendente come tanti, troppi suoi amici. Penso sia abbastanza pacifico che la chincaglieria dei cari estinti sia in parte roba da tabloid, o come stiamo vedendo attualmente per De André, materia da cannibalizzare persino in prima serata televisiva. Ma chi ama il rock e ne conosce la storia sa scindere la sostanza dalle apparenze. E sa bene che l'importanza di "Nevermind" prescinde da quel colpo di fucile, o che l’arte di Hendrix o Curtis va ben oltre il mito romantico dell’artista morto giovane. Se poi mia nonna sa chi è Cobain e non Paul Westerberg o Bob Mould, non meno validi e che gli hanno spianato la strada, sinceramente non mi interessa: io amo tutti e tre. E’ del resto risaputo che gli dei del rock decidono a seconda dei loro capricci a chi distribuire gloria e quattrini: per ogni Mick Jagger, Axl Rose o Bono che se la spassa con Briatore c’è sempre un Arthur Kane che si spara l’ultima dose sotto i ponti o un Robert Wyatt che vive lontano dai riflettori su una sedia a rotelle. Ciò premesso, faccio però fatica a capire cosa questi discorsi possano entrare nel merito del mio commento precedente. Non stiamo parlando di un simbolo carbonaro alla Rocky Erickson o alla Skip Spence, ma di uno come il povero Layne che ha venduto milioni di dischi. Anzi, a dirla tutta, la sua morte ne ha pure creato un vessillifero del genere "alternativo da MTV ma non troppo compromesso con lo stardom", alla Jeff Buckley insomma. Da questo punto di vista, secondo il tuo ragionamento che cita Lou Reed, nella considerazione critica sta messo molto meglio lui rispetto a tanti protagonisti di quella stagione. Si pensi a Chris Cornell, uno che nell’economia della scena di Seattle ha fatto certamente ben più di Staley, ma che il fatto di non azzeccare un disco da 10 anni e di essere diventato una macchietta modaiola lo rende un facile bersaglio. Tanto che i fan delle lagne e degli uccellini di Anthony Johnson come l’amico Fabio definiscono “latrati” i suoi superbi vocalizzi. E comunque il senso del mio discorso era preciso : anche se Staley fosse morto nel periodo in cui del grunge si parlava anche su "Panorama", non credo sarebbe mai stato un’icona generazionale. Sia perché Cobain, che piacesse o no, icona lo era già prima della morte grazie a “Nevermind”. Sia perché l’arte di Layne era diversa rispetto a quella di Kurt: meno immediata e più complessa, mentre al biondino bastavano quattro accordi e un paio di illuminazioni liriche per sintonizzarsi col cuore e la mente della sua generazione. Tutto qui.

fabfabfab (ha votato 9 questo disco) alle 10:24 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

Solo tre considerazioni, Don

Sul discorso di Stanley come icona generazionale sono sostanzialmente daccordo con te

Quando dico "migliore voce grunge" intendo proprio "la più toccante e personale", come dici tu. Dei superbi vocalizzi di Cornell mi importava poco dieci anni fa proprio come adesso. Se fosse morto avrei continuato a non apprezzare la sua voce, così come non la apprezzo oggi. Non ho mai amato i Soundgarden proprio per questo motivo. Uno dei pezzi più belli e famosi dei Soundgarden, "Black Hole Sun", non riesco mai ad ascoltarlo fino in fondo, proprio a causa di quei vocalizzi-latrati di Cornell.

Non mi offende essere definito "fan delle lagne e degli uccellini di Anthony Johnson" solo che: 1 - Anthony Johnson non esiste, quindi magari non ne conosci approfonditamente ne lagne ne uccellini

2 - Antony Hegarty canta effettivamente come un uccellino. Di 120 chili.

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 12:17 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

Ahahah, tranquillo Fabio. Non intendevo certo porre un nesso tra la tua opinione su Staley-Cornell e la retorica sugli estinti. Era un discorso generale, ma mentre scrivevo mi sono ricordato della definizione "latrati" per Chris e allora ho pure inserito un commento sul tuo amato cinghialone (senza ovviamente volere offenderti, ci mancherebbe). Del quale per fortuna ho ascoltato solo l'album tagato Del Piero-Uliveto, sufficiente però a farmi provare sensazioni non dissimili da quelle di un certo ragioniere alle prese con una famosa corazzata sul Mar Nero. Ciao.

simone coacci (ha votato 8 questo disco) alle 14:37 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

RE:

Non nominate il nome del Capitano invano!

lev (ha votato 8 questo disco) alle 13:09 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

eh già, è proprio un bel dischetto. certo, l'unplugged dei nirvana x me è di un altro pianeta (ma anche rispetto a tanti altri), ma anche questo mette i brividi.

dario1983, autore, alle 15:53 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

donjunio

vedi che la pensi proprio come me? Cobain ha cambiato le sorti della musica a prescindere da quella fucilata. Però non puoi negare che la morte conferisce una specie di aura mitologica al musicista rock e alla sua arte e questo non è giusto. Ti faccio un esempio: se nel 1996 Noel Gallagher si fosse suicidato, tu pensi che (What's the Story) Morning Glory? oggi sarebbe considerato un qualsiasi album britpop che a metà anni '90 ha venduto un botto perchè andava di moda quel genere? NO caro. Oggi sarebbe considerato il capolavoro dei capolavori, un qualcosa di irraggiungibile al pari di nevermind,e questo tu lo sai. Pace.

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 20:14 del 14 gennaio 2009 ha scritto:

Io certo non nego che la retorica della "ruggine non dorme mai" influenzi certe dinamiche critiche, ma non credo ne modifichi più di tanto la sostanza. Morrison, Hendrix o Cobain sarebbero in qualsiasi storia del rock a prescindere. Non è che basti una morte "mitica" e aderente agli stereotipi romantici a fare di un gruppo automaticamente il migliore del lotto. Freddie Mercury è andato via in modo non meno drammatico rispetto a Cobain, nel momento in cui l'Aids era un autentico incubo nel modo occidentale: ma i benefici sonostati soltanto sulle vendite dei dischi, non certo sulla considerazione critica. Sarebbe successo lo stesso se Gallagher si fosse sniffato una fatale dose di coca ( non è proprio tipo da suicidio). Tante prime pagine, tanti dischi venduti in più a Natale, una reputazione non rovinata da tutti i dischi di merda sfornati in seguito, ma niente di più.Perché gli Oasis non hanno certo segnato l’immaginario collettivo della loro epoca come i Nirvana. Ma identico discorso lo farei se mi facessi i nomi di Eddie Vedder o Michael Stipe. Soltanto con Cobain, l'unico in quegli anni a propinare una visione del mondo che andasse oltre il mero contenuto delle canzonette, quel tipo di iconografia si poteva rinnovare. E poi c’è suicidio e suicidio: l’autore di “Smells like teen spirit” si uccise anche perché ERA GIA’ un ‘icona, ed era palese che la spropositata grandezza del ruolo da messia che gli avevano conferito mal si conciliava con un ragazzo depresso e arrivato da una città di boscaioli. Cronaca di una morte annunciata: chi sapeva delle sue condizioni lo ha lasciò solo come un cane nei suoi ultimi giorni di vita, preparando il terreno per l’ultimo agnello sacrificale sull’altare del rock.

dario1983, autore, alle 16:24 del 15 gennaio 2009 ha scritto:

cosa?????

cosa cosa cosa ????Gli Oasis non hanno certo segnato l’immaginario collettivo della loro epoca???? sai scherzando spero!!!!! Gli Oasis hanno avuto un impatto nella società inglese (e nn solo) impressionante! In Gran Bretagna nn si vedeva nulla di simile dai tempi dell'esplosione punk! se non addirittura dai tempi della british invasion!Per le due date al parco di Knebworth (fonti wikipedia), due milioni di persone, ossia il 5% della popolazione britannica di persone cercarno di procurarsi il biglietto! Non ti sembra sufficiente come impatto? lo sai che di recente (What's the Story) Morning Glory?, un album vecchio di quattordici anni, è rentrato in classifica? DonJunio!!! non è da te!!! mi sembri abbastanza ferrato in materia per concederti questi scivoloni! possono anche non piacere, ma se mi parli di impatto...

loson (ha votato 3 questo disco) alle 19:11 del 15 gennaio 2009 ha scritto:

Junio, ma davvero secondo te Cobain fu "l'unico in quegli anni a propinare una visione del mondo che andasse oltre il mero contenuto delle canzonette"? Proprio l'unico? Aveva il monopolio dell'arte?

simone coacci (ha votato 8 questo disco) alle 19:48 del 15 gennaio 2009 ha scritto:

RE:

Mh ne dubito. Non era l'unico, neanche il solo, né tantomeno il migliore. Anzi era in buonissima compagnia. Ma gli Oasis frequentavano proprio un'altra comitiva. Poco ma sicuro. ih ih ih ih.

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 20:10 del 15 gennaio 2009 ha scritto:

No, non mi sembra sufficiente. A mio parere non basta certo vendere milioni di copie (anche i Take That non erano da meno allora) o generare isterie collettive per un biglietto a Knebworth ( quelle accadevano anche per i Guns and Roses)per marcare in modo decisivo l’immaginario collettivo. E molti dei record commerciali degli Oasis sono stati in questa decade sbriciolati da “quelle puttane dei Coldplay” ( copyright Matteo Losi): secondo il tuo parametro, dovremmo dunque sfornare panegirici dei socialisti che bevono champagne alla Chris Martin? Non credo proprio, stiamo parlando di quei campioni di costume rock che Albione sforna a getto continuo da sempre. Mentre un fenomeno come i Nirvana fino a prova contraria non è ancora stato replicato. Se mi vuoi fare il nome di un gruppo inglese che ha avuto lo stesso impatto della band di “Smells like teen spirit”, tira fuori gli Smiths piuttosto. Loro sì che hanno inciso pesantemente sul tessuto sociale e culturale inglese, con “The Queen is dead “ in particolare ( album che a me proprio non piace, ma di cui certo non posso ignorare la portata). Perché i signori Rossi propinavano una visione del mondo, di cui si trovavano citazioni nelle più svariate forme artistiche e culturali, anche e soprattutto negli anni successivi. E perché facevano coagulare in ogni album lo spirito della loro epoca, con ritratti, caricature e intuizioni che sono rimaste scolpite come il marmo nel substrato pop. In base alla tua premessa iniziale ( di quello stiamo parlando, non mi voglio certo addentrare nella qualità intrinseca dei gruppi trattati altrimenti non si finisce più), se Morrissey si fosse suicidato, sì che adesso sarebbe probabilmente un’icona ancora più ammorbante. Non certo dei tangheri da pub come i Gallagher ( per altro bravi a sintetizzare 30 anni di pop rock targato UK). E poi, il suicidio è esaltato nella mitologia rock anche e soprattutto quando già nella musica di chi lo ha commesso c’erano avvisaglie: i Nirvana hanno sempre giocato con quel lato oscuro dell’anima, trasformando la sofferenza in arte, che dai tempi dei Velvet Underground e dei Doors tanto caratterizza lo scibile rock. E sull’impatto intrinseco di “Nevermind”, basti pensare a una cosa. Secondo te perché nonostante abbia venduto meno di “Appetite for destruction” o del Black Album dei Metallica ha prodotto sconquassi ben maggiori, essendo un cardine indiscusso per la rilettura storica del pop? Perché è stato il primo album di cultura punk ad andare al vertice delle charts USA. Non dimentichiamo che negli States non ci fu un gruppo come i Sex Pistols, e il punk per tutti gli anni 80 fu tenuto ai margini del mainstream, affiorando progressivamente in superficie con tutto l’indie-rock per trovare in Cobain e soci il passo decisivo. Ovvio che un traguardo del genere abbia prodotto effetti e cambiamenti enormi. A ciò Cobain aggiungeva il quid del sintonizzarsi su un disperato mood generazionale ben diffuso dopo gli anni del deserto reganiano (Generazione X, i film di Van Sant, etc), interpretandolo in modo unico e personale, insistendo come mai nessuno prima di lui nella cultura di massa sull’assoluta priorità delle emozioni, come scrisse Jon Savage. Avendo oltretutto la capacità di imporsi come portabandiera della rinascita "sociale" di un certo tipo di musica che si era ridotta ad essere solo per appassionati, in un periodo in cui si straparlava di “morte del rock”. C’è dunque una bella differenza. E , credimi, non c’entrano proprio niente i gusti personali: mi hai pure fatto scrivere un peana agli Smiths, e tutti qua dentro sanno quanto mi stiano sulle palle, mannaggia a te!

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 20:13 del 15 gennaio 2009 ha scritto:

x matteo

Tra le rockstar dell'epoca ( ovvio che stiamo parlando soltanto di grandi numeri, non di artisti culto)era per me, se non l'unico a saper cambiare la vita dei suoi ascoltatori, certamente il migliore e il più credibile comunicatore.

dario1983, autore, alle 2:52 del 16 gennaio 2009 ha scritto:

DonJunio

più che gli smiths di quell'odioso morrisey potrei citarti beatles o stones dal punto di vista politico-sociale, se intendevi quel tipo d'impatto. Dal punto di vista di rivoluzione musicale piuttosto che gli smiths io citerei bowie. Io ho nutrito una venerazione quasi maniacale per i nirvana, ma ricorda che stiamo sempre parlando di musica! tu a cobain per poco gli attribuisci la primavera di praga,la caduta del muro di berlino e, semmai un giorno ci sarà, il trattato di pace israelo-palestinese!!! per quanto riguarda l'isteria per i concerti dei guns n' roses, beh, magari tu avrai gusti musicali più "intellettualoidi" rispetto a quel che offrivano i guns, ma nn puoi negare che sono stati una grande band, unica nel loro genere se si pensa che a quei tempi dividevano la scena coi ratt, i poison e roba simile! citami un solo gruppo che ha saputo fondere il rock americano più classico, il metal e il punk più primordiale!generi che hanno sempre diviso e creato odio tra i rispettivi adepti. cazzo non puoi mettermeli nello stesso calderone coi take that! per quanto riguarda gli oasis, io non ho banalizzato il tutto giudicandoli dal numero di dischi venduti. sto parlando di capacità di coinvolgere una generazione di inglesi, anche se concordo con te sul fatto che musicalmente non hanno inventato nulla di nuovo e sono bloccati da 15 anni sulle stesse sonorità. inoltre trovo odiosa l'arroganza di noel, un musicista convinto di essere il lennon dei nostri tempi, sfiorando l'eresia nel paragonare dig out your soul con revolver!!! anche se in sua difesa c'è da dire che è stato l'unico "pezzo grosso" del mainstream a sputtanare bamboline pop usa e getta alla kyle minogue, definendo la sua musica "fucking bullshit"! con questa affermazione ha guadagnato un pò del mio rispetto. tu hai parlato di socialisti che bevono champagne, ossia di ipocrisia.beh, cobain insinuava che i pearl jam sfruttavano il l'underground e il suo pubblico per vendere qualche copia in più e dare una qualche pretesa artistaca alla loro musica, mentre, secondo lui, proponevano il solito "cock rock" alla aerosmith. beh, nevermind non mi sembra un album proprio "di nicchia" o underground, sembra proprio studiato e prodotto per raggiungere un grande pubblico, o sbaglio? non è di certo bleach! questo sempre a prescindere dal fatto che è un album unico ed inimitabile. si atteggiava a portavoce del malessere giovanile, ma neanche lui disdegnava godersi il danaro delle sue vendite stratosferiche. se fosse andato in giro conciato come gandhi, allora l'avrei apprezzato. senza offesa per nessuno, io non voglio sminuire la sua immagine, per carità, ma i profeti dell'u guaglianza sociale col jet privato e le folle osannanti alla bono vox mi sono sempre stati sul cazzo, valore artistico a parte.

swansong (ha votato 6 questo disco) alle 17:51 del 16 gennaio 2009 ha scritto:

Smitiamo il mito, per favore!

Cobain mi ha rotto le palle! Già lo trovavo detestabile in vita: lui, la sua musica e i suoi fan (improvvisamente spuntati fuori come funghi, rockettari brufolosi dell'ultim'ora che probabilmente manco sapevano dell'esistenza di gruppi come Melvins, Dinosaur Jr, Husker Du, Sonic Youth e compagnia bella, che quella musica e quell'"attitude" l'avevano creata ben prima dei Nirvana...); adesso mi pare che si stia esagerando col creare quest'aura mitologica attorno ad un personaggio del quale tutto si può dire, tranne che abbia creato qualcosa di così decisivo, in ambito musicale, da essere orgogliosamente tralasciato ai posteri. Certo non stò dicendo che sia stato un artista falso, costruito o artefatto, ma sopravvalutato (e molto) questo sì. E sinceramente non credo nemmeno che, fosse stato ancora in vita, avrebbe così tanto gradito questa sovraesposizione mediatica. Ma è solo il mio parere. Quanto al presente live unplugged, come tutti gli unplugged della storia nessuno escluso (nirvana compresi e lo direi anche dei Led Zeppelin se ne avessero fatti, ma per nostra fortuna se ne sono astenuti...) non l'ho mai digerito! Noioso all'inverosimile ed ennesima riprova e riconferma che canzoni nate elettrice devono rimanere e morire tali, così come le canzoni nate e pensate per essere suonate acustiche...poi, per cartità, ottimi musicisti e grande passione, ma non mi arriva..sufficienza di stima.

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 19:59 del 16 gennaio 2009 ha scritto:

No recess!!!

SwanSong, ti assicuro che molti quattordicenni brufolosi i gruppi che tu citi li hanno scoperti proprio grazie ai Nirvana. (I Melvins li ho personalmente visti di supporto a loro nel 94). Concordo sul fatto che sulla mitizzazione post-mortem Cobain in primis ne sarebbe schifato, ma qui si sta solo discutendo sulla prospettiva storica di un’ artista che - lo si ami o lo si detesti - ha segnato splendori e ambiguità di un’ epoca. Tutto qui. Sulle questioni sollevate da Dario: No, “Nevermind” non è certo un album particolarmente innovativo, anche rapportato agli altri lavori di Cobain. Era però la punta dell' iceberg di un fenomeno enorme, che avrebbe aiutato a svelare grazie alla propria capacità di rivolgersi a un pubblico più vasto ( e per me è un pregio). Capitolo Guns and Roses: mi chiedi di citarti “un solo gruppo che ha saputo fondere il rock americano più classico, il metal e il punk più primordiale”. Facilissimo: i Jane’s Addiction, che nello stesso periodo e nella stessa città, agli elementi che citi tu, aggiungevano torbide scansioni new wave, cangianti derive psichedeliche, acido funk alla Sly Stone. Creando una formula rock davvero eccitante e innovativa, che sarebbe stata citata da una caterva di band degli anni 90, dagli Smashing Pumpkins a quegli Alice in Chains da te recensiti. Poi parlare di punk primordiale per i Guns..... …a parte che punk su limousine e jet privati non ne ho mai visti, musicalmente non basta avere il basso lercio di Duff per essere punk se il resto del gruppo si affida esclusivamente a una rilettura, per quanto a tratti energica e divertente, dei cliché più prevedibili dell’hard-rock anni 70. Sugli Smiths non aggiungo altro, un intervento in difesa "dell'odioso Morrisey" è troppo, passo eventualmente la palla a Dr.Paul....

george (ha votato 8 questo disco) alle 18:38 del 27 gennaio 2009 ha scritto:

...

Per me è un album eccezionale bellissimo...si stanley fa fatica ma comunque commuove! Anche per me una delle voci più belle...

Cobain, Veddere, Stanley e compagnia bella hanno davvero segnato e cambiato una generazione e io ne sono la prova vivente...se guardate nel mio armadio ci dovrebbero essere ancora una serie di camice di flanella...

NisiDominus (ha votato 10 questo disco) alle 14:36 del 7 giugno 2011 ha scritto:

Questo disco vale tutta la scena di Seattle.

varlem (ha votato 10 questo disco) alle 20:02 del 18 novembre 2011 ha scritto:

Fondamentale.Down in a hole ti si pianta nel cuore. Layne aveva nella voce un dono divino.

The musical box alle 20:38 del 13 agosto 2013 ha scritto:

Il miglior unplugged di sempre...superiore e non di poco a quello dei nirvana per intensità scenografia musica e soprattutto scrittura