Nirvana
In Utero
“Il disagio giovanile ha fruttato abbastanza, ora sono vecchio e annoiato”. Il fenomenale incipit di “Serve the servants” riassume mirabilmente la parabola del grunge e del suo riluttante profeta Kurt Cobain. L’accecante vitalità di “Nevermind” e l’inebriante teen spirit avevano ridato senso al rock overground, portando in superficie la parte migliore della cultura indie sviluppatasi nei desolati anni ‘80. Un album ispirato, intelligente, sincero, in grado di fotografare con ruvido lirismo l’alienazione collettiva e le emozioni della gioventù americana nella terra desolata di inizio anni Novanta: questo fu il segreto di quelle dodici canzoni, a cominciare dalla più celebre del lotto, “Smells like teen spirit”. L’impatto di “Nevermind” sulla società creò probabilmente l’ultimo vero sussulto rock della storia, l’ultimo momento culturalmente significativo: il rock che tornava al centro della musica pop, riuscendo a coagulare valori puri e destabilizzanti nell’attimo in cui i Nirvana avevano scardinato le gerarchie del rock statunitense.
Ma quel momento non durò molto. Come sempre accade, l’industria si impadronì del fenomeno di Seattle e in generale del nuovo rock alternativo che – via Lollapalooza e MTV – stava impazzando. Nel periodo di massimo fulgore del grunge, Cobain iniziò l’album della consacrazione in maniera dunque sarcastica, avendo la lucidità di mettersi alla fine del ciclo.
Non fu un album facile, “In Utero”. Animo inquieto e punk, Cobain intendeva allontanarsi dagli stilemi più accattivanti che lo avevano incoronato rockstar più importante del pianeta. L’abrasiva produzione di Steve Albini, cardine del noise USA e produttore di band venerate da Cobain come Pixies e Jesus Lizard, non fu casuale. Gli scazzi con la Geffen ( che impose il rimixaggio di un paio di brani), il tormentato rapporto con la moglie Courtney Love, l’endemica tristezza che si portava dentro, la faccia oscura e il prezzo del successo: tutto questo confluì in un album schietto e malato, caratterizzato dalle migliori liriche mai scritte dal ragazzo di Aberdeen, contenenti spesso foschi presagi di quella fucilata che ne avrebbe presto terminato l’infelice esistenza (“You can’t fire me because I quit”, “Look on the bright side is suicide”.
Ne derivò un album stilisticamente schizofrenico. L’equilibrio tra le penetranti melodie e le felici intuizioni punk-noise che aveva fatto la fortuna delle varie ”Lithium” è spezzato. Se brani come “Heart-shaped box”, “All apologies” e “Rape me” si riallacciano al lavoro precedente, con quella alternanza di parti lente e rumore che è un po’ il marchio di fabbrica del gruppo, altrove il trio spiccò il volo verso inusitati empirei noise, ad esempio nella conclusiva “Gallons of rubbing alcohol flow though the strip”. La mano di Albini si sentì in particolare in quegli episodi in cui affiorava la vena plumbea e rumorista del debutto “Bleach”: pezzi come “Scentless apprentice”, “Milk it” e “ Radio friendly unit shifter” sono tra le cose migliori mai fatte dal trio. L’incedere monolitico della sezione ritmica, ancorata al monumentale drumming di Dave Grohl, accompagna il buon Kurt in deraglianti esplosioni di feedback, tra riff al vetriolo e spigolosità assortite. L’alchimia tra musica finalmente senza compromessi e un Cobain ispirato come non mai nello sciorinare i suoi demoni è semplicemente perfetta.
Non mancavano i pezzi dalla struttura più classica (l’album avrebbe dovuto chiamarsi, ironicamente, “Verse, chorus, Verse”), ma proprio in questi episodi Cobain confermò la sua natura di songwriter ormai maturo, abbondantemente oltre i confini del grunge. “Frances Farmer will have her revenge on Seattle”, col suo furore e un testo splendido ( “mi manca il piacere di essere triste “): “Dumb”, avvolgente litania in cui si intrecciano echi della tossicodipendenza e dell’infanzia di Kurt, sua ballata definitiva e struggente confessione accompagnata da un soave violino e da una voce appesa a corde emotive sottilissime ( “My heart is broke / but I have some glue”): “Pennyroyal Tea”, magnifico midtempo elettrico, e versi come “Give me a Leonard Cohen afterworld, So I can sigh eternally” che fanno salire un groppo in gola ad agni ascolto.
Un album dunque mirabile, irripetibile figlio dell’ epoca in cui fu concepito, dei cui splendori e ambiguità i Nirvana furono gli indiscussi primattori.
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