Pearl Jam
Vitalogy
Realizzato in un periodo in cui la tensione tra i componenti della band era alle stelle, Vitalogy, nel suo raggiungere certi limiti dell’espressione sonora e portarli all’estremo, nell’intensità e insieme violenza delle emozioni che vuole e suscita, nella denuncia totale ma anche personale e privata dei suoi testi, è tutto e contemporaneamente il suo esatto opposto, Vitalogy è il capolavoro assoluto dei Pearl Jam e, per me, l’essenza della comunicazione.
Comunicazione di sentimenti, idee, paure: morte, vita, fato, follia, incubi si incrociano tra di loro su ritmiche che passano dal convulso, frenetico andare di Spin the Black Circle, Last Exit, Whipping, all’avvolgente benché drammatico trascinarsi di Immortality, o Better Man, lanciando accuse e insieme richieste di pace per se stessi e per gli altri.
“P.R.I.V.A.C.Y. is priceless to me” biascica e poi grida Vedder, prima che attacchi Corduroy, dove scarica tutta la sua rabbia contro la stampa invadente e pettegola, colpevole di intrufolarsi nella sua vita per nutrirsi delle sue vicende private, mentre Not For You critica la ribellione dei giovani oramai mercificata: “All that sacred, comes from youth/dedication, naive and true/ with no power, nothing to do/ I still remember, why don’t you?”.
L’onirica Bugs; la stralunata Aye Davanita; Nothingman, che ti si appiccica addosso con la tenacia e la sofferenza causata da una medusa, narrando della delusione derivata dalla rottura di un rapporto; Immortality, non definibile come una semplice ballata, bensì come The Ballad, che angosciante e rassegnata ti porta verso la fine del cd, ricordando che “Some die just to live”; sfumature, totalità di intenti e sentimenti, ma molto e molto altro, contribuiscono a fare di Vitalogy uno dei migliori album degli anni novanta, raggiungendo vette e limiti tali da costringere i suoi creatori a reinventarsi nell’album successivo, rompendo, con No Code appunto, linee e stili seguiti fino ad allora, e che erano riusciti a portare ad un margine di rottura, ma anche di perfezione e, quindi, in qualche modo, a un completo e appagato esaurimento.
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