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R Recensione

8/10

Causa Sui

Summer Sessions vol.1

Un sibilo, un attimo, un istante sospeso tra spazi vertiginosi, una dissolvenza che ci si para davanti riempiendosi pian piano di corposità via via acquisita. Spazi aperti ed infiniti, nulla di umano. Fino a quando una pulsazione appare dal nulla, segue il ritmo, primordiale nemico dell'indistinto fluire, strumento troppo umano per dare ordine al caos cosmico in cui, volenti o nolenti, ci troviamo pienamente immersi. Ma anche l'espressione di una vitalità impulsiva, lasciva, vogliosa di riscoprire quel caos che fino a poco fa si tentava di incasellare in rigide strutture temporali: e allora i battiti si fanno più vorticosi, frenetici, rutilanti, si slegano da ogni categorizzazione mentale, accompagnati da rintocchi di organetto vellutati ed immensi.

Tutto si infiamma in un procedere di cui abbiamo già perso l'inizio, chitarre elettriche gonfiano man mano che la batteria picchia e si perde negli spazi infiniti annunciati inizialmente. L'assolo, quell'assolo lacerante inaugura una seconda fase di espansione facendo subentrare una melodia scottante, dove basso e chitarra solista si rinfacciano ogni loro limite, dipingendo con la loro dialettica creatrice un mondo dopo l'altro. Il gancio del riff della seconda chitarra ci catapulta ora in un sublimato anfratto stellare dove ogni cosa è richiamata a nebulizzarsi in fragili essenze.

I richiami ai Pink Floyd, tra i primi a navigare con le loro circolarità sinuose gli spazi siderali, sono unite a quelli dei primi grandi pionieri cosmici, quelli del krautrock, quelli che rispondevano ai nomi di Ash Ra Tempel e i primi Tangerine Dream, i quali diedero un suono al cosmo. Ancora un gancio melodico a dislocarci in una terza dimensione parallela, dove ogni microelemento torna ad aggregarsi in masse monolitiche e compatte, ondeggianti all'agitarsi delle percussioni tribali e al serrare le fila della batteria.

Un sali scendi incessante quello che stiamo intraprendendo, un percorso dove a salite sfiancanti e caldissime si contrappongono le nobili cesellature delle chitarre, punte gelide a solleticarci i sensi e stordire la percezione, e algide note di organetto chieste in prestito ai Cavalieri della Tempesta doorsiani per celebrare la bellezza dell'ambiente etereo che le sta accogliendo. Si interseca con se stessa, la chitarra, seguendo un filo immaginario capace di donarle un'espressività quasi magica, in grado di dipingere vere e proprie figure in movimento. Progressioni che paiono ora immobilizzate, ora in pieno impeto.

Poco manca alla fine, annunciata dall'ennesima nebulizzazione degli elementi, incoraggiate da leggeri arpeggi immersi in nebbie di synth, in fruscii leggeri e ciondolanti ritmiche soporifere. Distorsioni pacate massaggiano i neuroni oramai inebetiti ed incapaci di interrompere questo viaggio rivelatore: solo l'ultimo desiderio di un'esplosione finale multicolore ed epocale dona loro ancora un minimo senso del “volere”. L'esplosione arriva, per loro grazia, ogni luce si accende, ogni particella converge, spinta da una misteriosa forza gravitazionale, ad un centro vorticoso, sospinta da organetto e chitarra, spinta con forza dallo scrosciare dei piatti, dal fragore nervoso del rullante. La chitarra approfitta del tripudio per dominarlo con le sue incandescenti emissioni spiritate.

E quando il tempo ha smesso di avere un significato da un pezzo, ecco sopraggiungere la fine.

Il viaggio appena affrontato, della durata di 24 minuti abbondanti, è merito dei danesi Causa Sui (Jonas Munk, Jess Kahr e Jakob Skøtt) e del loro ultimo album Summer Session vol.1. Come al solito, quando si affrontano i lidi della psichedelia rock e kraut, non c'è molto spazio per innovazioni e assolute novità. Bisogna però dire che è un innegabile merito quello di essere in grado di affrontarlo in maniera così personale e così abilmente in grado di non far precipitare il tutto nel bieco campo revivalista. Certo, la nostalgia gioca qui un ruolo fondamentale, ma c'è anche la passione, la voglia di sballo e di esplorazione di dimensioni altre rispetto al comune srotolarsi materialistico dei giorni.

Il trip in ogni caso continua, e possiamo ora godercelo appieno avendo sbrigato le formalità. La seconda traccia, con i suoi toni suadenti e sommessi, mette in piedi una nuvola rigonfia e dall’incredibile leggerezza: i battiti sul rullante sono come carezze, quelli sui piatti fruscii, la chitarra è liquida e fresca, il basso si limita a sorreggere morbidamente il tutto. Il terzo “movimento” sfrutta un poderoso riff chitarristico colorato dai campanacci e dalla frenetica ritmica della batteria, mentre sbuffi vaporosi di sintetizzatore accompagnano con le loro ventate turbinose lo srotolarsi del pezzo. La chitarra è qui libera di esprimersi in maniera più aggressiva, carnale e ruvida, supportata da un clima caldo, molto meno ideale rispetto al mood dominante dell’album. Il cosmo qui cessa di essere impersonale ed etereo, ma si tratta solo di sette minuti, con la successiva quarta traccia si torna a quell’incanto espanso che ci eravamo abituati ad amare. Fluidità, lentezza, acidità celestiale, spazi siderali gassosi ritornano a imperversare con forza. A questo però si aggiunge lo sfarzo colossale ed imponente di un riffone stoner che dona un ulteriore volto al poliedrico e creativo lavoro dei Causa Sui.

Non ci si fa mancare niente, per dirla tutta, sia quantitativamente che qualitativamente. E se tutto ciò vi pare pacchiano e già sentito sono problemi vostri, io tornerò spesso a viaggiare in compagnia di questa nuova gioventù cosmica.

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 8 voti.
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REBBY 6/10
ThirdEye 10/10

C Commenti

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Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 10:22 del 20 ottobre 2008 ha scritto:

stupenderrimo disco! Uno dei miei preferiti di questo magro anno

Peasyfloyd (ha votato 9 questo disco) alle 20:54 del 24 novembre 2008 ha scritto:

disco della madoi

revival hard-rock, garage, psichedelia, krauti, heavy blues, blue cheer, hawkwind, eccetera. Probabilmente un rétro migliore anche dei black mountain (per restare nell'annata in corso). Grande cas che hai tirato fuori sta perla

Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 16:40 del 8 gennaio 2009 ha scritto:

Miglior disco dell'anno per il sottoscritto! Vi consiglio l'acquisto vinilico: pressatura pesante, bella copertina, e finalmente i nomi delle tracce!

ThirdEye (ha votato 10 questo disco) alle 23:21 del 30 agosto 2009 ha scritto:

azz

Band immensa e sconosciuta...

Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 22:50 del 20 ottobre 2009 ha scritto:

Causa mei

Di questi ho sentito parlare davvero bene nell'ultimo periodo, in concomitanza con l'uscita del volume 2 di queste Summer Session. Ho notato fra le altre cose che incidono per la Elektrohasch che, se non prendo una topica clamorosa, dovrebbe essere l'etichetta del cantante dei Colour Haze (altro gran gruppo). A questo punto li provo, anche perchè a leggere Matteo e commenti a seguire perdo molto. Solo una domanda: da dove parto?

Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 10:27 del 21 ottobre 2009 ha scritto:

parti da questo, bellissimo. Mi son piaciuti meno i volumi II e III. Se interessa a fine anno dovrebbero metterli tutti in cd. Anche perchè mi sa che i vinili sono esauriti.

Cas, autore, alle 10:41 del 21 ottobre 2009 ha scritto:

si si parti da questo. il II non è un granché, il III già meglio, ma questo ti folgora

Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 23:03 del 23 gennaio 2010 ha scritto:

Rieccomi. Disco assolutamente e completamente affascinante: un viaggio nell'hard rock vintage, nello stoner e nella psichedelia con intrecci strumentali ogni volta nuovi e convincenti. Per l'agire delle chitarre, mi ricordano un po' i Motorpsycho. Più che i 24 minuti di "Visions Of Summer", a me piace un sacco la doppietta finale "Portixeddu" - sax sfrenato su salassate elettriche, come piace a me - e "Soledad", hard-blues da canicola al tramonto. Sicuramente una delle migliori scoperte dell'ultimo periodo. 8,5!