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R Recensione

9/10

Amon Duul II

Yeti

Velvet Underground, Jefferson Airplane, Grateful Dead … questi i primi gruppi che possono affiorare alla mente ad un primo ascolto dello splendido Yeti, più aperto alle influenze straniere rispetto al precedente Phallus Dei. Già, peccato che gli Amon Duul II siano tedeschi e poco c’entrino con il “flower power” o cose simili.

Eppure gli spunti ci sono: il blues, l’acid rock, le jam sessions…Certo, però il tutto è aggiustato in chiave “kraut rock”, vale a dire uno dei (non) movimenti musicali più innovativi del XX° secolo. Gli Amon Duul II infatti riescono ad aggiungere alle sonorità rock d’oltre oceano un profondo misticismo di stampo mitteleuropeo,unito ad una esplicita volontà avanguardistica, portata all’apice da rivoluzionari come Faust, Can e i nostri, appunto.

Soap Shock Rock è una lunga suite acid rock dai tratti fortemente “americaneggianti”, un vortice psichedelico caratterizzato da un chitarrismo pregnante e tecnicissimo che si sviluppa ed infine evolve per assumere le caratteristiche sonorità del kraut rock, che si impone con la voce lirica della valchiria Renate Knaup-Krotenschwanz, imprimendo il suo marchio al pezzo: il tutto si fa mistico, quasi una rituale evocazione di forze primordiali, e si avvicina allo stile di Phallus Dei. Il violino, elemento fondamentale per questo gruppo, contribuisce a dare connotati diabolici e sinistri tanto alla traccia in questione quanto al resto dell’album.

C’è il rischio di perdersi in questo viaggio acido, ma il tema iniziale ritorna per riportarci (quasi) con i piedi per terra.

Ed ecco che l’orientaleggiante She Came Through the Chimney, con i suoi tamburi tribali e il violino alla John Cale ci regala un altro bellissimo viaggio. Perché si tratta proprio di viaggi, di trip, che questi fricchettoni tedeschi vogliono riprodurre in musica.

Il rock torna prepotente con l’elettrica e VelvettianaArchangels Thunderbird. La voce ricorda quella di Marty Balin e ci urla prepotentemente che il rock non è proprietà esclusiva di americani e inglesi. Provare per credere: questa invocazione acida è troppo trascinante per rimanere inerti!

Una sorsata d’acqua ci introduce al mistico pezzo strumentale di Cerberus. L’atmosfera è di nuovo medio-orientale, con gli arpeggi della chitarra vagamente ripresi da certe composizioni dei Jefferson Airplane, con le solite percussioni tribali e l’atmosfera cupa caratteristica dei lavori degli Amon Duul. Il pezzo si fa scottante con l’arrivo della chitarra distorta, che rende il pezzo decisamente più acido, per poi concludersi.

Siamo giunti a The Return of Ruebezahl, un veloce intermezzo in cui torna a ripetersi quel misticismo acido tanto caro ai nostri artisti.

Eye-Shaking King consiste in una struttura a spirale, ripetitiva, fatta di suoni distorti, compresa la voce che sembra recitare una preghiera, accompagnata da una pulitissima e tecnica chitarra elettrica, degna di reggere il confronto con chitarristi quali Hendrix o Page.

Ed è proprio la chitarra che, avendo la meglio sugli altri elementi, ci introduce in un’atmosfera psichedelica, tempestata dal rumore dei piatti su cui si scatena il batterista. La voce interviene poi per chiudere il brano, che in un orgia strumentale si apre alla settima traccia: cupa, con un incedere ossessivo della batteria ed una trama elettronica dai tratti sacrali, Pale Gallery avanza tra effetti sonori inquietanti.

Yeti e Yeti Talks to Yogi sono due lunghe improvvisazioni, pilastri portanti dell’intero album.

Una nebbia elettronica, derivata dalle composizioni di Schulze e dei Tangerine Dream, apre Yeti, per poi dipanarsi senza lasciarci intrappolati in essa: sfuggenti accordi di chitarra e veloci battute irregolari di batteria costruiscono il pezzo, ancora una volta intriso di valenze mistiche e sacrali. Pur riuscendo a trovare riferimenti ad una certa psichedelia americana (alcuni passaggi dei Quicksilver Messenger Service per esempio), l’originalità di questo gruppo non viene mai meno, e le loro composizioni non si riducono mai ad una mera riproduzione di suoni già sentiti. Le trame chitarristiche compongono un sempre più affascinante mondo elettrico, che sfocia nelle solenni invocazioni di Renate e Lothar Meid (ecco l’originalità di cui parlavo…). Da notare poi l’uso sapiente del basso che sostiene questo pezzo acido con maestria. Siamo ancora molto lontani dalla meta di questo viaggio, a cui giungeremo attraverso più cambiamenti di ritmo, effetti elettronici stranianti, assoli geniali di chitarra e basso e atmosfere oniriche che tenteranno di farci smarrire la strada. Yeti Talks to Yogi riprende il tema precedente sviluppandolo ulteriormente, portando ai massimi livelli il senso di smarrimento dell’ascoltatore.

Il provvidenziale arrivo di Sandoz in the Rain ci concede finalmente un po’ di riposo dopo lo sconvolgente viaggio appena affrontato. Come i nomadi del deserto giungono all’oasi per abbeverarsi, così per noi questa traccia è come acqua fresca. La cantilena di Lothar, i delicati arpeggi di chitarra e un dolce flauto compongono questo pezzo. L’atmosfera si fa decisamente meno oscura, per offrirci un ritorno a casa tranquillo, anche se irrimediabilmente segnato dal ricordo degli spettri che ci hanno minacciato durante l’intero ascolto di Yeti.

V Voti

Voto degli utenti: 8,4/10 in media su 18 voti.
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cthulhu 10/10
bart 6/10
David 10/10
REBBY 10/10
ThirdEye 10/10

C Commenti

Ci sono 12 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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PierPaolo (ha votato 8 questo disco) alle 8:39 del 17 maggio 2007 ha scritto:

Grande gruppo

E ottima rece. I fricchettoni tedeschi avevano grandi idee compositive e teutonica forza evocativa.

Arnold Layne (ha votato 9 questo disco) alle 16:32 del 17 luglio 2007 ha scritto:

Eterno dilemma

Ah, gli Amon Duul, un gruppo fantastico, su questo non c'è dubbio. Questo Yeti mi piglia, mi piglia quasi da 10 (grr..maledetti i voti e chi li ha inventati..vorrei avere tra le mani il primo che osò giudicare un'opera d'arte con un numero!!), però putroppo i voti ci sono, e per valutare questo Yeti, oltre che tener conto delle indescrivibili sensazioni che mi da, ritengo sia giusto anche far notare che la prima traccia in buona parte è figlia dello Zappa di Burnt Weeny Sandwich (mi pare Valerie o un nome del genere), Arcargels thunderbird sono i Jefferson Airplane in una chiave più hard, gli stessi Jefferson ritornano in Sandoz in the rain che sembra un abbozzo di Martha, Cerberus mi ricorda molto i V.U. più caldi all'inizio ed è davvero troppo hendrixiana sul finale, Yeti sono spiaccicati i Pink Floyd di Careful whith that axe, Eugene e A Saucerful of secrets (la suite), sia nella struttura del brano sia nelle sonorità che definirei "pompeiane", in Yeti talks to Yogi è netta la matrice gratefuldeadiana (si può usar questo aggettivo o suona brutto?)di Caution (mi pare di ricordare)che è su Anthem of the sun. Inoltre queste due "Yeti" dovrebbero essere improvvisazioni, quindi non glie ne faccio un torto,ci mancherebbe . Questo giusto per dire che ci sono i pro e i contro: seppur derivativi, hanno saputo prendere il meglio della musica che era in giro e ne hanno forgiato un disco stupendo, che merita comunque un 9.

Baldaduke (ha votato 10 questo disco) alle 13:05 del 21 luglio 2007 ha scritto:

due paroline al riguardo

Gli anni bollenti del cosiddetto kraut-rock, che si inquadrano indicativamente nel periodo 1969-74, sono sicuramente stati tra i più rigogliosi in assoluto per quanto riguarda la proposta artistico musicale.

Nel 1970 usciva uno dei grandi obelischi di questo genere: il doppio album degli Amon Düül “Yeti”.

Uno dei più perfetti e azzeccati connubi tra le tendenze modaiole della cosmicità sperimental-acustica di quell’epoca e uno stile più orientativamente pop, che mentre vaga lontano da territori marcatamente consueti, ingloba in questo suo viaggio lisergico tutto il meglio che la cultura del rock psichedelico aveva prodotto fino a quel punto.

Ci sono anche notevoli incursioni nella musica classica (testimoniate dal canto simil-operistico di Renate Knaup-Kroetenschwanz e di Shrat), in alcuni frangenti approcciata con una maniera quasi dissacratoria e allo stesso tempo esplosioni del più genuino hard-rock di stampo settantiano.

C’è veramente il meglio del meglio di quel periodo e per questo va amato alla follia.

Nucifeno (ha votato 9 questo disco) alle 12:56 del 6 ottobre 2007 ha scritto:

Spaventosi...

Disco da canne multiple.

Mr. Wave alle 17:46 del 27 novembre 2008 ha scritto:

RE: Spaventosi...

''Disco da canne multiple'' ...ahahahahaah

cthulhu (ha votato 10 questo disco) alle 14:24 del 4 settembre 2008 ha scritto:

Yeti!!

Forse il disco più importante di tutto il rock dei '70.Complimenti per la magnifica rece!! Yeti!!

bart (ha votato 6 questo disco) alle 20:46 del 21 aprile 2010 ha scritto:

Il difetto dei primi album degli Amon Duul II era quello di essere troppo dispersivi e inconcludenti, ed il discorso vale anche per questo disco, che pur contenendo episodi validi, non convince appieno proprio per la sua prolissità e ridondanza.

Bellerofonte (ha votato 10 questo disco) alle 18:52 del 30 aprile 2010 ha scritto:

questo è "Il Disco" degli Amon Duul! Il tanto osannao Phallus Dei, che è cmq un capolavoro, non è sui livelli di questo monumento

Hexenductionhour (ha votato 8 questo disco) alle 18:01 del 20 gennaio 2011 ha scritto:

Kraut Rock

Questo è il vero Kraut-Rock

dalvans (ha votato 5 questo disco) alle 17:00 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Prolisso

Mai piaciuto

geezee alle 12:55 del 11 gennaio ha scritto:

Nei primi anni '70 sono sicurissimo di aver assistito a un concerto degli Amon Duul in un paesino in provincia di Cremona chiamato Pandino. Nessun altro ne ha ricordi o può confermarlo?