Can
Tago Mago
Il kraut rock è stato, grazie a figure come Faust, Amon Duul II, Henry Cow, Popol Vuh e Can, uno dei fenomeni musicali più rivoluzionari del XX° secolo. Le influenze straniere del rock psichedelico, del progressive rock, del free jazz, dell’avanguardia, sono fuse dagli artisti tedeschi con elementi mistici ed esoterici per dar vita ad un’esperienza unica nel suo genere.
Se da una parte si cerca di intraprendere le vie dell’elettronica (Tangerine Dream e Klaus Schulze su tutti), dall’altra si ha il tentativo di esplorare fino in fondo i territori del rock “chitarristico” dell’epoca. Qui i Can con Tago Mago danno forse il meglio di sé: l’album in questione è un cocktail esplosivo di jam psichedeliche e pura avanguardia…tutto da gustare!
Paperhouse si apre tra rumori elettronici a cui segue un ritmo scomposto e lento di chitarra e di batteria impreziosito dalla voce allucinata di Damo Suzuki, intervallata da momenti più concreti e poi dal primo grande assolo, fluido e limpido, di Michael Karoli. Ecco che a due minuti esatti la batteria di Liebezeit stravolge il tema iniziale per dare il via ad una jam sensazionale in cui spicca in particolare la chitarra tagliente e diretta. È proprio l’uso sapiente di questo strumento, forse superiore ai connazionali Amon Duul II, e un abile padronanza delle sonorità del rock americano che caratterizza le prime tracce di Tago Mago. Certo, facendo venir meno l’aspetto mistico/evocativo proprio del rock teutonico… Dopo vari minuti sensazionali di divagazioni musicali ecco che il tutto finisce per esplodere in un rapido crescendo di intensità che apre la seconda traccia.
In Mushroom, la psichedelia viene portata ai massimi livelli, la voce sempre più stordita di Suzuki è sorretta da una batteria spastica e da cristalline pizzicate di chitarra. Come un fluido oleoso il brano scorre lento, accompagnato da un basso regolare e minimalista e da ripetute sfuriate acide e rumoriste: potrebbe andare avanti all’infinito, ma un boato ci porta violentemente a Oh Yeah.
La batteria si fa sempre più vicina con il suo ritmo regolare e ipnotico, immersa in un’atmosfera sempre più rarefatta e acida. La voce è qui totalmente fuori controllo, in preda ai più micidiali effetti di strane sostanze. Veniamo così avvolti in un’atmosfera pregnante, in cui i piatti delineano esplosioni cromatiche e le corde della chitarra e del basso vanno avanti regolari. Il tutto viene interrotto e reso più concreto dagli arpeggi di Karoli, degno di entrare nella hall of fame dei migliori chitarristi del rock, che arricchiscono la voce avvolgente di Suzuki per poi sovrastarla con un assolo psichedelico davvero corrosivo. Di nuovo la jam prende forma, con una totale armonia degli strumenti, per poi chiudersi e lasciare spazio alla coinvolgente Halleluhwah.
Impossibile non muoversi al battito delle percussioni, ai veloci accordi della chitarra e al melodioso ritornello. È proprio l’incedere anestetizzante e allo stesso tempo trascinante di Liebezeit a tenerci le cuffie incollate alle orecchie. Il basso sempre minimale sostiene magistralmente il pezzo fino a che tutto viene interrotto da un improvviso cambio di ritmo in cui spicca un piano vagamente jazz. È un istante, una brevissima boccata d’aria prima della seconda parte della jam. Il solito drumming attorniato da rumori vari e dall’onnipresente Karoli ritorna a farci sognare per innumerevoli minuti, riuscendo a non stancare mai grazie ad un ensemble di strumentisti davvero invidiabile.
Aumgn giunge dopo un finale scatenato memorabile, con aperture al funk e effetti elettronici che offrono un preludio di ciò che Tago Mago ha ancora da offrirci. Infatti ecco che nuovi effetti elettronici dominano incontrastati, avvolgendoci in un paesaggio surreale ed onirico, arricchiti dagli accordi sublimati della chitarra e dal basso di Czukay. L’avanguardia giunge così prepotentemente ponendo fine all’acid-rock che ci eravamo abituati a sentire. La vicinanza a gruppi come gli Amon Duul ora si fa più evidente, così come finalmente si materializzano gli aspetti esoterici del genere: un Aaauuummm scandito all’estremo stravolge regolarmente i “rumori” da cui è caratterizzato il brano, facendosi sempre più oscuro e minaccioso e avvolgendoci in uno stato di inquietudine ai limiti del sopportabile. L’elettronica pacata dei Tangerine Dream è resa dai nostri Can micidiale ed esplosiva: non è il suono dello spazio che si vuole riprodurre ma quello del ribollire delle viscere della terra. Con l’arrivo delle percussioni, nel segno dell’improvvisazione, giunge anche la seconda parte, quella conclusiva, di questo impressionante brano.
Siamo finalmente giunti a Peking O, introdotto da una voce ubriaca alla Faust attorniata da un muro sonoro di effetti elettronici e da ripetuti rintocchi sui piatti, e destinato ad un estenuante crescendo di rumorosità corrosiva, che si affievolirà in seguito per lasciare spazio ad un pezzo di elettronica futurista disorientante. Le tastiere velocissime caratterizzano questo secondo momento fino a che un improvviso terzo cambio di ritmo mette nuovamente tutto in discussione. Le percussioni elettroniche si fanno deliranti, così come anche la voce, ora totalmente impazzita, libera di sfogarsi in un crescendo di non-sense dadaista: la musica è finalmente del tutto destrutturata per dare spazio solo ed esclusivamente alla sperimentazione.
12 minuti di pura follia ci portano così all’ultima traccia, Bring me Coffee or Tea, decisamente più convenzionale (ogni cosa lo sarebbe dopo la traccia appena sentita). Il sound psichedelico e le melodie attraenti e misteriose delle prime composizioni ritornano assieme ai tanto preziosi virtuosismi di chitarra e basso e ai ritmi anestetizzanti della batteria.
Possiamo finire questo viaggio in relativa pace.
Ringraziamo i Can.
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