R Recensione

6/10

Faust

C’est com...com...compliqué

 Una cosa va riconosciuta ai Faust: c’hanno due palle così. Non sono i soliti residuati bellici di un epoca che fu, non sono quei patetici vecchietti ex-hippie un po’ bruciati che dopo una giornata passata a fare i fenomeni da baraccone tornano nel loro salotto alla moda a fare zapping alla TV.

I Faust sono un vero e proprio mito al di fuori del tempo, così come lo erano nel 1971, all’uscita di quel gigantesco capolavoro che è Faust. Degna di lode è la capacità di saper stare allo scorrere del tempo in modo del tutto personale, non lasciandosi martoriare dai cambiamenti, dall’età, dalla disillusione, ma cercando di fare sempre buon viso a cattivo gioco, di essere in qualche modo protagonisti ed interpreti e mai vittime in declino.  La loro forza è da ricercare nella natura stessa della maniera molto “pop” di intendere l’avanguardia: la concettualizzazione dell’arte viene per lo più dall’esterno, dalla critica, non dagli artisti stessi. E con ciò non si vuole affatto sminuire la genialità delle loro intuizioni e delle loro sperimentazioni, ma piuttosto mettere a fuoco il fatto che per questi prassi e teoria combaciano, l’arte è (per quanto avanguardista) espressione spontanea di gente che ha interiorizzato nella propria quotidianità i concetti presenti nella musica che altri hanno poi descritto e categorizzato.

 Va precisato a questo punto che i Faust sono rimasti in due (Jean Hervé Peron e Werner “Zappi” Diermaier) e che hanno in ogni caso la loro età, il che significa per forza un certo abbassamento dei toni, una certa perdita di quella creatività strabordante tipica dell’età giovanile, una netta “normalizzazione” della loro esperienza musicale.

 Il nuovo album C’est Com…Com…Compliqué, contenente registrazioni dell’epoca di Disconnected (tra cui la riproposizione della versione originale di Lass Mich), oscilla dunque tra sprazzi di esuberanza dadaista ed anarchica ed altri di stasi ripetitiva, sclerotica e eccessivamente conforme.

 La partenza è affidata al freak out di Kundalini Tremolos, un pezzo ossessivo, frenetico, agitato, caratterizzato da monolitiche distorsioni chitarristiche che graffiano per nove minuti un’impalcatura fatta di percussioni tribali, tra cui i spiccano i costanti fruscii dei sonagli. Siamo qui di fronte ad un espressionismo noise memore degli esperimenti dei Sonic Youth, la cui influenza pervade tutto l’album. Accroché à Tes Levres ripropone toni decisamente più kraut, grazie ad una linea di organetto straniante e mistica, su cui galleggia l’enfatico cantato in francese, sorretto da un basso pomposo e da una ritmica sconnessa ed ossessiva. Solo lo stacco finale, in perfetta chiave Sonic Youth-iana, scuote il brano dandogli una scossa sinceramente apprezzabile.  Ce Chemin Est le Bon si concede curiosamente alle atmosfere etno-orrorifiche dei Virgin Prunes, in un incedere monotono, invariato se non fosse per un sottobosco colmo di brusii e di tremolanti nebbie di synth.  Stimmen, serie di sovraincisioni di voci impegnate ad intonare mantra drogati, e Lass Mich costituiscono dei riempitivi, utili per staccare dalle imponenti tracce di cui è composto l’album.  Petits Sons Appétissants, tenera ballata a base di chitarra acustica ed organetto, si rivela presto altamente auto-referenziale e più come un divertissement che come un brano completo. Bonjour Gioacchino non riesce a riconquistare i coinvolgenti rumorismi del primo brano per lanciarsi in un caotico e confusionario sfogo strumentale, incapace però di produrre qualcosa di non già sentito o di lontanamente avveniristico.  En Veux-tu Des Effets, en Voilà cita se stessa ma riuscendo a connotarsi di una densa anima psichedelica, tra un basso plastico e riverberato, le rincorse improvvise della batteria e le distorsioni acide applicate alle incursioni chitarristiche.  Con la sua stazza di 13 minuti e 40 secondi, ecco che giungiamo all’ultimo brano omonimo, il quale per più di metà della sua durata si dilunga su un’impalcatura ambient qua e là disturbata da scampanellate, ritmiche secche e minimali e rumori di sorta, per poi esplodere in un marasma di effetti elettronici, battiti selvaggi sui piatti e feedback incontrollati.

 Un disco di non facile ascolto dunque, sia per durata che per proposte sonore. Un disco che da una parte ci rende ammiratori del modo dinamico e creativo di intendere l’avanzamento di età dei reduci Péron e Diermaier (per carità, spero di invecchiare anche io così), dall’altra però ci stufa con eccessi di ogni sorta.

Non bocciato ma sicuramente superfluo, un disco per appassionati che di certo però ci da la conferma che il cuore della creatura Faust batte ancora.

V Voti

Voto degli utenti: 4/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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REBBY alle 10:15 del 15 aprile 2009 ha scritto:

Bella recensione, com...com...complimenti davvero

Mr. Wave (ha votato 4 questo disco) alle 11:14 del 4 giugno 2009 ha scritto:

No, questi non sono i Faust! Non possono essere loro! O_O