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R Recensione

7/10

Here We Go Magic

A Different Ship

Che bello il lavoro di progressivo  riempimento di Hard to be Close. Si inizia con un'atmosfera  ingannevolmente indie-folk, ma ecco che arriva la batteria in contro tempo, e poi il basso a gonfiare le armonie, ed infine quei riccioli  di chitarra elettrica che lavorano di contrappunto. Non basta, perché  un leggero velo di synth interviene ad aggiungere un tocco sfumato al  tutto, mentre le liriche ondeggiano abili tra un Chris Martin  e un Thom Yorke. In definitiva: una costruzione impeccabile.

Stiamo parlando degli Here We Go Magic, da Brooklyn, band dedita ad una rilettura in chiave  neo-psichedelica della scena made in UK contemporanea (si, quella arty, post-radioheadiana ecc.ecc). Un'operazione condotta  secondo un canovaccio composito, ma entro un frame di elementi  riconoscibili (lo scheletro di certo post-punk, le fascinazioni  kraute, le fughe in avanti sintetiche). Un lavoro, questo A  Different Ship, dotato quindi di una forte personalità, di un  grande estro, dove la cura negli arrangiamenti (e nella produzione  impeccabile affidata, non a caso, a Nigel Godrich) è il  contraltare di una capacità di scrittura di alto livello.

Partiamo subito dalla patata bollente  di Alone but Moving: ampiamente riconducibile alla band di  Yorke e soci, il pezzo riesce però a smarcarsi, dimostrandosi  incantevole nel suo incedere sonnolento, nelle incursioni di synth  che corrompono la superfici nitide, nei riverberi dei tocchi di  piano, nel cantato dolente. Tutto sembra funzionare a meraviglia,  così come funziona il pezzo gemello Over the Ocean, dove il  basso portante sorregge un brano delicatissimo ed evocativo. I pezzi  forti non finiscono qui. Make Up You Mind è irresistibile nel  suo plasmare un funk bianco e schizzoide a metà strada tra Talking  Heads e Xtc, in una tavolozza sonora che tanto deve alle  incursioni del synth che, come una pennellata grumosa, impasta le  textures aprendo sullo sfondo una dimensione levitante, per un  groviglio ipnotico e psichedelico (stesso discorso per I  Believe in Action, dissolta e polverizzata nelle frequenze  magnetiche della coda). Il motorik di Made to Be Hold si  avvale di una cura delle armonie vocali che mette insieme Zulu  Winter e Stereolab,  mentre la splendida ballata di Miracle of Mary,  con i suoi layers sfumati, ricorda da vicino i War  on Drugs.

Il difetto  maggiore, se bisogna proprio trovarne uno, è la chiusura piuttosto  scialba del pezzo omonimo: si lascia aperto ed incompiuto un discorso  fin qui brillante e ricco di stimoli. Si perdona facilmente la caduta finale, però: un piccolo gioiello di ottimi brani pop glassati in  una materia sonora ricca e sfaccettata, dove tra motivi circolari e  atmosfere sognanti quello che si erige è un delicato eden  soft-psichedelico. La proposta di Luke Temple si arricchisce  grandemente, con questo A Different Ship.  La strada è quella giusta, ora non resta che attendere una  conferma definitiva.

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Voto degli utenti: 8,3/10 in media su 2 voti.
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REBBY 7,5/10

C Commenti

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REBBY (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:09 del 10 aprile 2013 ha scritto:

Quando le band americane oltre ai "classici" della loro terra studiano anche quelli europei sovente raggiungono i risultati migliori (per il mio palato). Album molto eterogeneo e come dice Cas "piccolo gioiello di ottimi brani pop glassati in una materia sonora ricca e sfaccettata, dove tra motivi circolari ed atmosfere sognanti quello che si erige è un delicato eden soft-psichedelico"....

Un EP con Hard to be close. Make up your mind, Made to be old e How do I know sarebbe stato perfetto, ma la proposta mi convince anche nel suo complesso e sono già in attesa del prossimo eheh