Jennifer Gentle
The Midnight Room
Valende era tutta un’altra cosa, su questo non si discute. Ed era un’altra cosa in tutti i sensi. È vero che alla fine i Pink Floyd si sono sentiti molto pure lì (e forse anche troppo, quasi ai limiti del plagio), e in particolare il periodo barrettiano è stato costante fonte d’ispirazione per i Jennifer Gentle.
Qui però Marco Fasolo sembra aver decisamente esagerato. Se Valende manteneva un ottimo equilibrio tra pop e psichedelia, qui viene tutto stravolto all’insegna di un viaggio completamente astratto e fiabesco. A sentirli così brani come The ferryman (tra l’altro una delle cose migliori) , Quarter to three, It’s in her eyes e altri sembrano usciti dall’ipotetico nuovo album di Syd Barrett, tornato in grande stile dopo trent’anni di esilio musicale. Peccato solo che tra queste bizzarre pensate e la realtà ci sia un mezzo metro di terra sotto cui riposa il vecchio folletto di una volta.
E allora le soluzioni sono due: o Fasolo ha voluto omaggiare il grande artista scomparso recentemente con un disco sui generis oppure è semplicemente arrivato allo stesso grado di delirio psichico in cui si trovava Syd nel 1970. Siccome abbiamo comunque molto rispetto per un marchio comunque molto importante come quello dei Jennifer Gentle preferiamo optare per la prima opzione.
Ne viene fuori però un risultato sì sorprendente per il suo essere fuori dal tempo ma anche qualitativamente non all’altezza dei capolavori barrettiani. Anche se a tratti riesce questo viaggio in un utopistico mondo fantastico fatto di gnomi e fatine d’oro riesce, anche se era da tempo che non si respirava una così genuina aria ‘60s sufficientemente freak da richiamare alla mente certe cose di Zappa e dei Gong, anche se ci sono un paio di brani davvero azzeccati, nel complesso non si può che rimanere interdetti di fronte ad un’opera appesantita, lenta e stancante (penso soprattutto a Twin ghosts, ma anche a Electric princess) … forse perché eccessivamente ripetitiva nei suoi schemi fin troppo semplici, forse perché alla fine di questi percorsi circolari non rimane poi molto e ci si chiede se ne valeva davvero la pena, forse perché le scaglie di anarchia violenta alla Ummagumma che si trovano in Granny’s house sembrano buttate lì apposta per fare i fighi. Ad ogni modo rimane il fatto che The Midnight Room non convince. Rimane un plauso per la volontà di seguire una strada fuori dal mondo ma Valende e i precedenti, come si diceva, erano un’altra cosa.
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