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R Recensione

7/10

The Fresh & Onlys

House of Spirits

Dopo la svolta “sophisti-jangle” di Long Slow Dance (sorta di incontro tra The Go Betweens e The Smiths in salsa americana), che aveva ripulito per bene il sound della garage-band di Frisco, oggi è il tempo per una nuova fase, una nuova svolta che vede l'ensemble dare alle stampe una delle sue prove più ambiziose ed eteree. Sarà forse l'influsso esercitato dai grandi spazi del deserto dell'Arizona su Tim Cohen, che lì si è trasferito (“when you’re sleeping in a desert and it’s completely black outside and there’s no sound, dream states are really intense because your brain is now formulating all this stuff”), ma il sound dei Fresh & Onlys si è fatto più riflessivo ed espanso, prediligendo un approccio atmosferico e “texturale”, attento alla profondità sonora più che alla linearità compositiva.

House of Spirits si concentra quindi su una maggiore stratificazione, creando brani gonfi e dai contorni indefiniti, per una neo-psichedelia suggestiva e noir. Si prenda la splendida “Who Let the Devil”, dove il basso incalza minaccioso mentre le chitarre jangly sono tutto tranne che solari e sbarazzine, creando invece trame spettrali e malinconiche, ideale sfondo per le liriche di Cohen, immerse in riverberi e armonie gonfie e penetranti. Così “Animal of One”, che mette in scena una versione “desertica” dei Cure (periodo Seventeen Seconds/Faith), tra l'interplay delle chitarre impegnate l'una nel motivo twang-western, l'altra in un elegante ricamo jangle. E mentre le liriche dipingono una sofferta litania (“the purpose of living / is harder to find”) il clima si surriscalda, fino ad arrivare alla combustione finale, in progressivo fading.

Il disco si gonfia e accumula elettricità in brani come “Bells of Paonia”, cumulo ambient di riverberi e stratificazioni, si rilassa con “April Fools”, con le sue leggere pennellate di synth che macchiano uno dei brani più briosi del lotto, sfuma nell'elegante acquerello di “Ballerina”, trova uno sfiato nell'incalzante “Hummingbird” (o negli sviluppi della prima “Home is Where?”) e finisce ibernandosi nell'ultima, lunare, “Madness”, sorta di rivisitazione degli Spiritualized più eterei.

Un album che attesta l'ottimo stato di salute di una band in continuo movimento. I Fresh & Onlys, si interrogano, sperimentano, cercano un'identità. Il che significa, certamente, scarsa propensione all'equilibrio (ed è forse questa instabilità d'insieme a non far spiccare House of Spirits come potrebbe). In ogni caso, però, il dinamismo e la versatilità della proposta divertono ed attraggono. Speriamo che le prove degli ultimi quattro anni sappiano prima o poi approdare ad un risultato definitivo, alla meritata consacrazione.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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Gio Crown 7,5/10

C Commenti

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Gio Crown (ha votato 7,5 questo disco) alle 11:43 del primo agosto 2014 ha scritto:

Magnifiche senzazioni!

La grandezza e l'ampio respiro dei pezzi mi hanno davvero rapito in fantasie tipo grandi praterie americane (I'm awake) o profondi luoghi oscuri dove si suona una musica dai riflessi cosmici (Animal of one)...scusate le metafore forse un po' forzate!

Condivido le definizioni date dal recensore "...approccio atmosferico e “texturale”, attento alla profondità sonora più che alla linearità compositiva" trovo però che le composizoni siano perfette nella loro diversificazione...ed anzi questo vagare tra generi magari distanti fra di loro impedisce al disco di diventare monotono. Per esmpio passare da certe accenni post punk di Aprils fool a quelli vagamente country&western di Ballerina (che però non diventa mai lagnosa come tale genere può essere)

Devo dire che spesso ho ritrovato armonie e passaggi che mi ricordano molto altri tempi (possibile anni 80/inizio 90? specialmente Candy, Home is where?)..non so...tuttavia davvero molto accattivanti.

é vero forse hanno bisogno di maturare ancora un po' per trovare una dimensione precisa, ma perchè porre loro limiti se spaziare dal passato ai giorni nostri produce risulatati eccellenti come questo?

Cas, autore, alle 20:36 del primo agosto 2014 ha scritto:

grazie del commento! "ampio respiro": verissimo. come è giustissimo rimarcare la capacità di spaziare tra generi, facendolo non disordinatamente, ma anzi calando tutto quanto in una formula personale e piuttosto organica. io parlo di instabilità perché -ma è una mia interpretazione- l'abilità ad impossessarsi dei generi non conduce ad un vero e proprio ibrido. da questo punto di vista mi sembrava molto più riuscito lo scorso lavoro. ma è questione di sfumature: questo rimane un gran bel disco!