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R Recensione

7/10

Virginia Wing

Measures of Joy

Dal distretto di Camberwel, a sud di Londra, il trio dei Virginia Wing (Alice Merida Richards, Sam Pillay e Sebastian Truskolaski) è dedito ad una variegatissima formula psichedelica: pur avventurandosi tra autorevoli riferimenti (dalla cosmische music agli Stereolab, mischiando elettronica sperimentale e aggiornata neo-psichedelia), l'impasto risultante è tutto tranne che la mera somma della parti. Le sonorità assumono sembianze indefinite, ibride, dove ad emergere è la grande personalità di una band capace di percorrere direzioni autonome e slegate dalle tendenze più alla moda.

Nel complesso, dunque, Measures of Joy se la gioca con una forma canzone contaminatissima, che sovente si disintegra e si slabbra, ritrovandosi soffocata nelle dense spire di una sampledelia a base di campioni vocali, disturbi concretisti, linee sintetiche circolari. Si prenda la prima “The Body Is a Clear Place”: un lento incedere sorretto da un basso ipnotico che si avventura in coltri di eco e campioni stranianti che rimandano alla wave di Sheffield di fine anni Settanta, per poi venire sconquassata da un motivo di synth che inaugura una costante ed inarrestabile mutazione (dal vigore ritmico di metà brano al ritorno alle nubi cosmiche dell'outro). Simile nello svolgimento la successiva “Estuary”, tutta un fluttuare tra campi magnetici e cumuli traslucidi di droni, ciclicamente rinnovati e rinforzati, per un dream-pop liquido e spaziale (formula che raggiunge l'apice in “Juniper”, mesmerizzante bozzetto di espressività astratta).

Anche quando la formula si fa più terrena l'impressione è sempre quella di un suono che giunge filtrato attraverso matrici liquide, per un senso di torpore diffuso che non si concede mai a slanci che possano definirsi veramente “vitali”. Prevale l'estasi, lo stordimento. Così in “World Contact”, dove il tribalismo wave rimane come invischiato nelle dense tessiture che alimentano un gioco di deflagrazioni cosmiche richiamate da forze centripete. In “A Complex Outline” il contrasto tra i gelidi campioni vocali, la sognante melodia tratteggiata dalla Richards e gli irraggiamenti elettronici non è mai risolto, per un affascinante brano multistrato, mentre “Meshes” si dedica ad una neo-psichedelia riconducibile a band come Toy e Patterns, anche se mescolata con l'estetica noise-decadente di certi Sonic Youth. “Read the Rules”, dal canto suo, è uno dei pezzi più spigliati (quella bellissima linea frastagliata di synth e le pennellate shoegaze), mentre “First and Fourth” appare sospesa in un magico equilibrio di armonie stralunate, dove i frammenti acustici, sparsi, sembrano assumere ordini tanto casuali quanto appropriati.

Quello che distingue questo Measures of Joy è il non accettare compromessi: ogni brano è una tavolozza di esperimenti, un gioco di contrasti, un'immersione in apnea. L'altra faccia della medaglia, però, è la perdita della visione di insieme. Measures of Joy ha ancora l'aspetto di una cassetta degli attrezzi: manca lo spessore complessivo, il filo conduttore che renda la proposta non una semplice raccolta di brani ma, per l'appunto, un tutto organico. Le premesse sono buone. Aspettiamo e speriamo che il trio maturi ancora un po'.

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