David Bowie
Heroes
Nella metà degli anni ‘70 David Bowie sprofonda in un momento buio della sua esistenza, ed a causa della droga il suo fisco ed i rapporti sociali sono in rovina. Per disintossicarsi del marcio che lo avvolge comincia un percorso introspettivo. Si rifugia a Berlino per ritrovare se stesso attraverso la ricerca. “Heroes” fu registrato nel 1977, realizzato insieme ai soliti compagni di viaggio, con Brian Eno e il suo fidato amico Robert Fripp, rappresenta il secondo capitolo ed il gioiello della trilogia berlinesecomposta inoltre da Low, pubblicato nello stesso anno, ed il successivo Lodger.
Lo studio di registrazione era situato nei pressi del muro, nel lato della Germania Federale. L’atmosfera di Berlino, negli anni della guerra fredda, influenzerà molto i nostri, e di conseguenza i risultati delle loro registrazioni risentono della vita sociale della capitale divisa tra vecchio e nuovo.
Prima di partire con l’ascolto guardiamo con attenzione la copertina, che aiuta a rendere questo disco una leggenda: si mostra un artista maturo raffigurato in colori forti, contrastati. L’artista si mette a nudo, pallido, rinunciando alle maschere del personaggio che lo hanno contraddistinto fino ad ora, diventa persona lasciando partire per altri mondi l’alieno che fino a qualche anno fa incarnava.
Il disco è diviso volutamente in due parti e nella prima, anche se troviamo una struttura più convenzionale, la composizione della canzone lascia intravedere dei cambiamenti e non sembra più quella che conosciamo, quella a cui siamo abituati.
Nel primo brano “Beauty and the Beast” la voce di Bowie è inconfondibile, solo un po’roca, più profonda. Il ritornello sembra grazioso, ma il ritmo è intenso, grave.
Dopo solo un paio di brani c’è Heroes: un inno epico, che da solo vale l’intero album a cui da il nome. Esso può assumere mille significati, uno per ogni occasione, uno per ogni scopo, prescindendo del significato che dalle ultime interviste è stato attribuito al testo del brano. Eroi anche per un giorno solo, in quanti modi si può dire, “possiamo essere eroi, solo per un giorno”, quante cose può significare questa breve frase. Bowie li esprime tutti: un concentrato di emozioni e significati. Heroes è commovente, struggente, malinconica, e per tutto ciò che esprime all’ascolto, in una sola parola: emozionante. Heroes è una canzone che colpisce direttamente al cuore di chi l’ascolta e viene impressa nella mente.
La formidabile voce del Duca Bianco si innalza sulla strumentazione impeccabile che si sovrappone a strati, gli uni sugli altri, ma che infine si piega alla veemenza del canto di Bowie, che alla fine urla, come solo lui sa urlare in quel modo: eccitato e disperato. Unico. Heroes è intramontabile ed indimenticabile, uno dei monumenti della discografia di Bowie ed una tra le più belle canzoni di tutti i tempi. In Sons of the Silent Age, si intravede il lavoro che ascolteremo quando gireremo il disco: un’ambientazione creata dal sassofono ci fa intravedere un ambiente buio, insicuro, vuoto, da cui provengono i figli dell’epoca del silenzio, epoca in cui anche il silenzio nel ritornello è considerato un suono “sons of sound and sons of sound”. “Blackout” e la stratosferica chitarra di Fripp, chiudono il primo lato in maniera rocckeggiante. Il ritmo cambia ma la voce di Bowie è però, invece, atonale, sia che sia bassa che più acuta. I versi apparentemente disgiunti l’uno dall’altro, sono scritti probabilmente solo per ricercare il canto perfetto, accompagnano la musica a prescindere dal significato. Le sonorità innovative sono un preludio di quelle che ascolteremo di qui a pochi mesi, con l’avvento e il dilagare della new wave.
La seconda facciata dell’album ci riserva non poche sorprese: è quasi completamente strumentale. Il disco di Bowie diventa un disco di Bowie-Eno, in quanto le tastiere ed il sintetizzatore di Brian prendono il posto della strumentazione. V2 Schneider che apre il lato “B” è ispirata dai Kraftwerk.
Tutto l’album, invero, è fortemente influenzato dalla corrente elettronica/tedesca di quel periodo.
Eno a cui sono affidate le tastiere e naturalmente il sintetizzatore, in questo disco musicista anziché produttore, con la sua genialità è allo stesso tempo influenza ed ispirazione della struttura dei brani nonché della musica stessa.
Sense of Doubt è grandioso, il più significativo dell’intero album insieme alla successiva Neukoln. Nell’analisi del subconscio c’è oscurità, imperscrutabilità, paura per l’incertezza delle scelte non ancora definite, l’angoscia che da esse ne deriva. Neukoln è decadente, l’uomo cercando nella sua coscienza stavolta non rimane completamente disilluso, riesce a vedere uno spiraglio di luce (il sax di Bowie) e c’è ancora speranza. L’atmosfera è rarefatta e allo stesso tempo cupa, l’orizzonte è all’infinito, ma c’è qualcosa che gli da fiducia, che gli fa credere che ci sia una via di uscita, finalmente, forse, visto che il brano termina con le note del sassofono che suona estenuato dalla ricerca, dai vani tentativi di espiazione.
Se anche ciò che si cerca non è stato ancora trovato, ora siamo sicuri che c’è una possibilità, ci sarà anche la forza per poterne prendere atto e la consapevolezza, quindi, per poter agire-reagire. David, accompagnato e protetto da Brian, riesce cantando The Secret Life of Arabia a conseguire il suo percorso interiore, a lasciarsi alle spalle un passato da cui ne esce guarito, rinato attraverso quest’esperienza nuova e completamente stupefacente. È il disco del riscatto, la giusta ripartenza dell’artista che si era impantanato nelle droghe e nell’accidia del successo. L’autore, inoltre, cantando l’ultimo brano chiude il disco a suo modo, e cantando se lo riprende comunicando al mondo intero ciò che è stato capace di realizzare, nonostante la diversità del lavoro conseguito rispetto solo a quello di qualche anno prima. Quest’ultimo brano è, inoltre, da intendersi come un anello di congiunzione con il successivo Lodger e con la sua musica che verrà.
“Heroes” copre una vasta gamma dei sentimenti umani: si va dalla spirale verso l’alto di V2 Schneider alla disperazione più profonda di Sense of Doubt, alla decadente Neukoln (quartiere decadente, appunto, di Berlino). Questo disco è ricercato e cercato, voluto così per rompere con il passato, per dimostrare che l’uomo-artista è tale a prescindere dalle vendite, e che i dischi poco commerciali non significa che non possano essere ispirati. L’album nonostante ciò, venderà tantissimo e piacerà a tutti, anche ai vecchi fans di Bowie. Una vittoria per loro espressa attraverso le parole di Eno che ci dirà “…non è detto che noi musicisti non si abbia il potere di imporre ai mass-media nuovi gusti, nuovi dettami stilistici. L’esempio di David è illuminante…”. I germogli della new wave sono stati piantati, la sperimentazione sonora di Eno e di Bowie, di cui il primo si serve magnificamente per la sua voce, trova risultati stupefacenti. I due riescono ad ottenere attraverso l’uso combinato delle loro migliori caratteristiche, degli strumenti e delle loro esperienze ed abilità compositive, una perfetta manipolazione del suono ed a plasmare atmosfere degne di uno dei migliori album di musica ambient. Il risultato è un disco epocale, un manifesto di pop elettronico, utopistico senza il talento creativo di Eno, improbabile senza la voce di Bowie.
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