Talking Heads
More Songs about Buildings and Food
More songs about buildings and food è la consacrazione dei Talking Heads nel mondo della new wave. Le acerbe sonorità del primo album si evolvono e maturano all'ascolto risultando più "intellettuali", meno irriverenti. L'album è ottimo, le sonorità frenetiche sono onnipresenti ma si percepisce un controllo sulle stesse, una più abile capacità di dare spazio ai tempi ed alle parole di Byrne e agli strumenti tutti. Meno frenesia ma superba eccentricità e capacità di condurre l'ascoltatore in un percorso obbligato realizzato da Byrne e compagni, prodotte questa volta dall'“architetto sonoro” Brian Eno. E' anche grazie al suo intervento che quest’album risulta ben più complesso ed intrigante dell'esordio.
Proprio per la presenza di Eno, che con i Talking Heads comincia una delle collaborazioni più lunghe e fruttuose della sua carriera, il disco evidenzia dei tratti somatici simili all'esordio dei Devo di cui egli sarà produttore.
Questo disco, come tutta la prima parte della discografia dei Talking Heads, sopporta senza stanchezze ascolti ripetuti e massici. Brani orecchiabili ma mai banali.
Ci pensa il pezzo d'apertura a dettare la marcia del gruppo : alta, veloce, senza freni. Il ritornello di “with our love” lascia il posto a quello che sembra il bucolico motivetto di “the good thing”, ma il coro è ansioso, di persegure la cosa giusta. Anche in “warning sign” il motivetto tutto di un tratto cambia e diviene apprensivo, il canto trasmette il segnale di pericolo. Brani brevi in cui il ritmo segue la voce di Byrne e per questo motivo cambia spesso e bruscamente. Cambi improvvisi dal brioso all’irrequieto e viceversa. “Found a job” è il pezzo più lungo, quello che chiude la prima facciata con un fantastico crescendo che forse finora rappresenta il momento più significativo del disco.
“Artists only” è un capolavoro dalle sonorità curatissime e dense, paragonabile per la frenesia a “psycho killer” di “77”. È un crecendo perché “i am not in love” non è da meno: si rallenta solo quando l'autore prende atto di non essere innamorato. L'ansia creativa del cantante - artista crea motivetti impazziti e atmosfere originalissime, sempre impreziosite dalle sfumature sonore di Eno. Si riparte e si solcano le tracce per il futuro. “Stay ungry” è un tema “fantastico” che semina l’umore che ritroveremo in “Fear of music”. Il brano che ha avuto maggior successo in classifica fu la trascinate cover di Green River "Take me to the river" che se non è tra i più belli rappresenta una sperimentazione ben riuscita: la cover di un classico seguendo i canoni del gruppo.
Il saluto è allegro e festoso ma i testi di “the big country” dicono completamente l’opposto.
La copertina che ritrae i quattro come in un puzzle è anch’essa un capolavoro di originalità, ed anch’essa realizzata da un idea di David Byrne attraverso il collage di oltre 500 scatti con polaroid istantanea.Un gran bel lavoro da parte del gruppo, nel senso più ampio del termine, che permette alle teste parlanti di realizzare un ottimo album, coerente con la loro crescita artistica e con l’evoluzione delle loro musicalità.
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