V Video

R Recensione

10/10

Talking Heads

Remain In Light

Quattro cyber-stregoni africani ti fissano dalla copertina: uno è pazzo, l’altro arrogante. Il terzo  è nero di rabbia, davvero incazzato duro, ma fortunatamente l’ultimo sembra volerti consolare. Sarà per il rossetto. O forse per quegli occhi, così dolci anche dietro quel mascherone per nulla rassicurante. Il quadro nel complesso risulta quantomeno disorientante. Allarmante, forse. Oltre che, per tanti versi, inguardabile. Cosa si nasconde dietro a questa immagine? Be’, c’è scritto. Sono i Talking Heads. Si legge in alto sulla copertina, anche se le due “A” si sono cappottate in seguito ad un segreto rito voodoo. E l’album è Remain In Light. Si legge in basso sulla copertina. Una piccola e timida intrusione che non vorrebbe disturbare nessuno. Ma è inevitabile non cogliere il contrasto del titolo con l’oscurità dell’immagine che lo sovrasta. Un’immagine che diventa storia, miscelando per la prima volta fotografia e computer grafica ed aprendo la via all’elaborazione digitale che oggi imperversa in ogni campo della comunicazione.

Pietra miliare già dalla copertina. E se David Byrne può essere la mente che sta dietro al progetto musicale (che in realtà ha in Brian Eno un secondo elemento fondamentale - si pensi alla parallela produzione di un altro capolavoro come My Life In The Bush Of Ghosts, di Byrne ed Eno -), la copertina vide il coinvolgimento in prima persona della bassista Tina Weymouth e del batterista Chris Frantz. Attraverso conoscenze al MIT di Boston riuscirono ad avere su floppy disc una serie di fotografie che furono girate al designer ungherese Tibor Kalman. Questi sovrappose le maschere tribali sui volti dei Talking Heads, che rimasero esterrefatti ed entusiasti. Byrne disse, nel 1995, che “sembrano maschere africane disegnate da qualche bambino al computer. Una specie di techno-maschere che nascondono alla perfezione la musica del disco”. Ed in effetti lo stesso lavoro oggi lo potrebbe fare un bambino di cinque anni sul PC di casa, ma sono passati 29 anni, e direi che è un’ottima giustificazione. L’immagine scelta per il retro-copertina fu vista da Tina e Chris al MIT come esempio di manipolazione al computer. Raffigura uno stormo di caccia statunitensi Grumman TB-3 Avenger in volo. La foto fu scelta perché cinque di questi aerei scomparirono nel 1945 sorvolando il Triangolo delle Bermuda. “Una storia spettrale ed enigmatica che poteva raccontare molto bene il sound dell’album”, dirà ancora David Byrne, anni dopo la pubblicazione del disco.

 

Parlare di Remain In Light comporta il grosso rischio di non riuscire a trasmetterne adeguatamente la grandezza. Se uscisse oggi o in un qualsiasi domani, suonerebbe comunque come uno dei dischi più innovativi di sempre. Apice del percorso che ha visto il funk cerebrale dei Talking Heads miscelarsi con la genialità del produttore Brian Eno, è il quarto album della band e l’ultimo di un percorso quadriennale straordinariamente nitido, iniziato nel 1977 con il memorabile esordio Talking Heads: 77 (Sire, 1977) e proseguito poi con More Songs About Buildings and Food (Sire, 1978) e Fear Of Music (Sire, 1979).

Remain In Light (Sire, 1980) è il suono di un’orchestra funk di un futuro indefinibile e definitivo. La perfetta sintesi, esplicata in maniera quasi figurativa come si conviene in un contesto pop-art, fra nevrosi urbana occidentale e primordialità africana, espressa attraverso un uso tribale ma moderno delle percussioni, delle chitarre schizzate, dei bassi che rimbalzano dappertutto su sgargianti tappeti sintetici e dei cori propiziatori alternati a strofe perlopiù declamate in stile predicatore. Ed ecco i tre punti fondamentali da cui origina il sound unico del lavoro: 1) il concetto di fusione, musicale e non solo, qui applicato agli elementi della new-wave di stampo newyorkese (e del circuito Cbgb’s in particolare). Tali elementi vengono vivificate dalla natura danzante del funk e della disco e da quella tribale della musica africana 2) in termini di struttura e composizione le canzoni sono minimali, incentrate su groove di singoli accordi e non più sulle armonizzazioni degli stessi. I pezzi si fondano su basi ritmiche strumentali che si sviluppano e ruotano intorno ad un singolo centro tonale. Gli strumenti sono tutti suonati in modo percussivo e spesso il basso resta uguale per tutta la durata del brano. Alla base di una simile applicazione c’è ovviamente la dance, che al tempo andava veramente forte. La costruzione del groove è invertita, muovendosi dal basso (dal tappeto sonoro) verso l’alto (elementi armonici e melodici) e non viceversa. 3) la parte vocale prende le mosse dalla esortazioni evangeliche dei predicatori radiofonici e dalla forma tradizionale delle prediche religiose, in cui al sermone si alterna, come conseguenza spontanea, la canzone corale.

Questo tipo di lettura è facilmente applicabile praticamente a tutti i brani di Remain In Light, con l’esclusione di un paio di pezzi nella seconda metà del lavoro. Le strofe sono declamate come da un invasato: “glossolalia”, si chiama. E’ quando uno parla posseduto da uno spirito, con la possibilità di esprimersi anche in lingue a lui stesso sconosciute. Questo collegamento “esterno” è alla base della poetica di David Byrne. Esplicativa, in questo senso, una sua dichiarazione: “Lascio che le parole scorrano liberamente. Spesso non so cosa significhi una canzone fino a che non è finita. Certe volte non so di cosa parlino, ma hanno una specie di risonanza. Mi dicono qualcosa, o toccano qualcosa, anche se non saprei dire di cosa si tratti esattamente. Si potrebbe pensare che non so cosa sto facendo, ma non credo sia così. Se sei in grado di seguire il tuo istinto, allora vuol dire che sai cosa stai facendo. Ed essere in grado di interpretare il risultato è un tipo di competenza del tutto diversa”. Da più parti si è inteso leggere nei testi di Byrne una sorta di ovvietà, di banalità nelle affermazioni sul mondo, come se venissero fatte da un alieno che per la prima volta osserva il nostro pianeta. Del resto, all’intervistatore intellettualoide che gli confida che il suo verso preferito è “there is water under the ocean” (in Once In A Lifetime) lui risponde: ”Sì, è un verso un po’ stupido. Era così scontato”. E quando il giornalista insiste dicendo che la musica rende quel verso davvero significativo, taglia corto: ”Sì, fa davvero sembrare che un’idea così stupida sia realmente profonda”. A questo punto ognuno potrà farsi un’idea di quanto seriamente Byrne si prendesse, o di quanto seriamente prendesse il giornalista.

Per quanto riguarda il processo di creazione musicale, è ancora Byrne a descrivercelo in prima persona: “I brani del disco sono tutti nati da improvvisazioni. Per Once In A Lifetime all’inizio avevo solo una frasetta di chitarra e poco altro, ma abbiamo finito con l’accumulare quintali di roba sul nastro. Se la suonavi tutta in una volta sentivi una cacofonia, ma le tracce erano più o meno nella stessa tonalità. Re o sol, o qualcosa là in mezzo. Abbiamo creato le varie sezioni della canzone aggiungendo e togliendo le singole tracce. Dicevamo, per esempio: queste otto tracce entrano nel ritornello e poi spariscono di nuovo quando parte la strofa, e a quel punto attaccano questi altri strumenti. Ma in realtà gli stessi strumenti suonano per tutto il tempo. La struttura è stata creata al mixer”. Innovazione, dunque. Nella composizione, negli arrangiamenti, nel suono e nella vocalità. Innovazione nel metodo, nel concetto stesso di creazione musicale. Innovazione così spontanea da apparire quasi fortuita, fuori dal controllo degli artisti. Ma ovviamente così non è. Sperimentare significa spesso produrre lavori alieni e pressoché impresentabili all’ascoltatore medio. In questo caso la sperimentazione produce un lavoro definitivo, di immediata fruibilità commerciale, come se fosse iniziata e terminata (trovando quindi la sua forma di realizzazione perfetta) nello spazio di un solo disco. Il senso di precarietà dei concetti, di ironia nell’approccio e di casualità dei risultati si traduce nel disco in una indescrivibile profondità e stratificazione sonora, in una perfezione nell’equilibrio degli opposti che non verrà forse mai più eguagliata e che troverà espressione anni dopo nel suono post-umano dell’ house, di cui i Talking Heads saranno ispiratori.

I primi tre pezzi sono sconvolgenti, e bastano da soli a mettere sul palco ciò che in questo disco è contenuto. Born Under Punches (The Heat Goes On) apre le danze, nel vero senso della parola. Un funk imbizzarrito, da far gola ai Red Hot Chili Peppers dei vecchi tempi,  con basso snappato fuori controllo e percussioni sincopate a scavare buchi in cui cadere. Il cantato di Byrne nella strofa sembra l’invettiva di un matto da piazza di paese, mentre il ritornello si apre a cori morbidi e oscuri, rassegnati, che costituiscono l’esatto complemento del parlato. L’atmosfera è davvero quella della giungla. Sembra di scostare due felci per assistere al rito di una sconosciuta popolazione indigena. Ci sono anche bestie di tutti i tipi che si muovono nell’ombra intorno al villaggio. La più misteriosa si segnala nell’assolo digitalizzato di metà pezzo.

Follia, che si impasta per quasi sei minuti di basi, sostituendosi e sovrapponendosi negli elementi fino a svanire in un fade che apre le porte al seguito. Crosseyed And Painless riprende più o meno sulla stessa linea, con un ritmo più quadrato e regolare a cui si contrappone un basso che invece se ne frega, e che fa un po’ quello che gli pare quando gli pare. Byrne si da una regolata, toglie un filo di pathos per aggiungere ritmo alla scansione vocale e trova un ritornello che sa di ballo nei cieli, di droga che ti ha preso bene, probabilmente benissimo. Qua e là, come in tutto il disco, succede di tutto. Un po’ di rap, schitarrate affilate come la falce della Morte, precipitazioni sintetiche che regolarmente ti trovano sprovvisto di ombrello. La tensione sale con The Great Curve, che nei suoi quasi sei minuti e mezzo trova lo spazio anche per un paio di solo al limite del metal (c’è Adrian Belew a supportare il Talking Heads Jerry Harrison). Stessi elementi, con chitarra mordi e fuggi che rimbalza pallate sintetiche in arrivo da ogni parte. Un’urgenza che non lascia scampo. La stratificazione vocale è teatrale, impressionante e crea un’impalcatura che ancora oggi non si è finito di capire da che parte vada guardata. La leggerezza di Once In A Lifetime arriva allora a portare un minimo di sollievo.

Forse la più celebre canzone dei Talking Heads, è un semplice ritmo che sorregge lo scorrere di suoni digitali privi di un qualsiasi proposito armonico e melodico. E’ un fiume placido, quieto, ma infido su cui Byrne snocciola una sfilza di luoghi comuni che poi commenta nell’esplosione funk del ritornello, con un cantato che sa tanto di osteria e fiaschi di vino e secondo me anche molto di presa per il culo. Houses In Motion declina il reggae nel linguaggio pop-art della new-wave newyorkese e crea la prima, appena percettibile, rottura nel tessuto del disco. Un parlato dimesso, che smette di essere spaccone per illuderci qualche istante. Poi ecco che torna il predicatore, all’improvviso, urlando come per scuoterci da un apparente ritiro. Dietro di lui segue un elefante. Lo interpreta il grande Jon Hassel con la sua meravigliosa quanto incredibile tromba. Basterebbe questo momento a giustificare la conservazione di un pezzo così in un freezer eterno. La rottura diventa evidente con l’arrivo del minimalismo pre-house di Seen And Not Seen. Basta alternanza di voci e personaggi, basta arroganza e sfrontatezza nei toni. La voce è una riflessione, un sussurro, una confessione deposta in un flusso elettronico. Non c’è più l’urgenza iniziale, si è smarrito in buona parte anche il piglio funk. Ma se volete trovare le radici del suono Morr Music (Lali Puna e soci) siete molto vicini ad un elemento fondante. La successiva Listening Wind è il pezzo più psichedelico del lotto ed è quello che più ho amato nella mia adolescenza. Ballata oscura ed intimista, che nel titolo si autodefinisce alla perfezione, relega il funk sullo sfondo per preferirgli sonorità arabeggianti ed eteree, tristissime, che si impigliano sul ritmo e subito scivolano via, turbinando come foglie nel vento. Il ritornello è un viaggio dentro se stessi oppure lontanissimo da se stessi. Ti ubriaca, senza bisogno di spendere soldi e ti assorbe, ma offrendo e non sottraendo. E’ uno di quei pezzi che normalmente, quando inizia, si smette di parlare. La chiusura è affidata alla lugubre The Overload. Lentissima, sorprendente in questo contesto, è una tenebrosa esplorazione dark travestita da ballata. I fantasmi freddi di Nico in viaggio con i Joy Division e i Bauhaus, per un traguardo illusorio e tragico da raggiungere a cavallo di flussi sintetici ostili.

 

Ci ritroviamo, al termine dell’ascolto, nudi e sudati. Da qualche parte il nostro ufficio deserto ci reclama. Siamo scesi per le strade della City a danzare con i visi dipinti e le ossa nelle orecchie. Ne è uscita un’orgia bestiale che ha mandato in pattume la nostra ordinaria compostezza, ha svilito i nostri sogni da due soldi, ci ha imposto la riorganizzazione dell’ordine degli istinti. E poi ci ha lasciato lì, crudelmente, a riflettere sulla condizione disumana che confondiamo con il progresso.

Remain In Light compie trent’anni a breve. Per attualità, potrebbe ancora dover uscire.

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Voto degli utenti: 9,2/10 in media su 54 voti.
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target 9/10
lev 8/10
sarah 10/10
thin man 10/10
krikka 8/10
bart 9/10
Franco 10/10
brian 10/10
ROX 9/10
Noi! 8/10
Zeman 10/10
REBBY 10/10
Kid A 9,5/10
loson 9/10
max997 10/10
ethereal 9,5/10
Lepo 9/10
rubiset 8,5/10
Sgt.Manu 9,5/10
alekk 10/10
B-B-B 8,5/10
Lelling 8,5/10
VDGG 8/10
cripta 10/10

C Commenti

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benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 1:53 del 31 agosto 2009 ha scritto:

Bellissimo disco ma anche con qualche velato segnale della parabola discendente che i TH avrebbero cominciato a percorrere. Continuo a preferirgli Fear of Music per forza, compattezza e profluvio di idee. Complimenti per l'ottima recensione!!

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 9:14 del 31 agosto 2009 ha scritto:

Ottima recensione, bravissimo Paolo!

E sul disco cos'altro c'è da dire...CAPOLAVORO!

target (ha votato 9 questo disco) alle 11:34 del 31 agosto 2009 ha scritto:

Spettacolare. Sublime analisi di un disco superiore. D'accordo su tutto, compresa la considerazione finale sulla loro debordante attualità e l'amore verso "Listening wind". Se ne parlava altrove dei capolavori usciti nel 1980, ma qui val bene ripeterlo: che annata assurda.

Lazarus (ha votato 9 questo disco) alle 15:08 del primo settembre 2009 ha scritto:

Pietra miliare già dalla copertina

LOL mi è sempre sembrata l'unica cosa stonata (per me è davvero orripilante) di questo super lavoro: se avesse avuto quella di my life in the bush of ghosts arebbe stato meglio, neh?

paolo gazzola, autore, alle 16:24 del primo settembre 2009 ha scritto:

"Il quadro nel complesso risulta [...] inguardabile"

Innegabile l'oggettiva bruttezza della copertina, che prende a pedate qualsiasi teoria del colore. Ma del limite che porta l'osceno al sublime ci sarebbe da parlare per giorni... Che sia poi una pietra miliare della foto-elaborazione è un dato di fatto, tecnico, svincolato dal valore estetico dell'immagine.

lev (ha votato 8 questo disco) alle 23:07 del primo settembre 2009 ha scritto:

senza dubbio un disco epocale, ma io gli preferisco "fear of music". questo a mio parere, ha il difetto di essere un pò freddino.

sarah (ha votato 10 questo disco) alle 14:01 del 5 settembre 2009 ha scritto:

Su questo penso siamo un po' tutti d'accordo.

thin man (ha votato 10 questo disco) alle 22:45 del 7 settembre 2009 ha scritto:

Per importanza, influenza sull'intera scena e piacere all'ascolto uno dei dischi da isola deserta. Fear Of Music non è più compatto ma ha dalla sua una creatività più variegata rispetto a Remain In Light.

dario1983 (ha votato 9 questo disco) alle 13:53 del 17 settembre 2009 ha scritto:

onestamente preferisco i primi tre, più immediati e meno pomposi. ma un nove è d'obbligo.

Lazarus (ha votato 9 questo disco) alle 15:17 del 17 settembre 2009 ha scritto:

RE:

scusa bello ma andostà sta pomposità in questo lavoro? posso capire densità stratificazioni gravitas l'apocalissi finale di overload ma pomposità proprio no mica è progressive alla yes o ELP o no?

dario1983 (ha votato 9 questo disco) alle 15:23 del 17 settembre 2009 ha scritto:

RE: RE:

esistono tanti tipi di pomposità. non bisogna per forza essere i genesis o i camel per essere pomposi. intendo pomposità nella produzione e negli arrangiamenti. 1977 era più spontaneo e immediato e andava più incontro ai miei gusti, senza nulla togliere a questo spendido capolavoro delle teste parlanti.

Dr.Paul alle 15:23 del 17 settembre 2009 ha scritto:

la butto lì...ma fra questo e bush of ghosts preferire quest'ultimo è da matti?

Lazarus (ha votato 9 questo disco) alle 15:26 del 17 settembre 2009 ha scritto:

RE:

no anche perché dei due remain è il derivativo e ha poi la cover più brutta: io preferisco il bush

REBBY (ha votato 10 questo disco) alle 18:18 del 17 settembre 2009 ha scritto:

E 3! Anch'io, se costretto a fare una scelta, mi

piglio quello di Byrne/Eno.

benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 20:03 del 17 settembre 2009 ha scritto:

fra i due litiganti....

Insisto. Ai due di cui sotto continuo a preferire Fear of Music non fosse altro per "Heaven" (ma ci sono anche "Life During wartime", "Drugs"......

Per quanto riguarda il termine "compattezza" per definire FOM non stava a significare mancanza di varietà, ma si riferiva al fatto che i TH qui hanno raggiunto compiutamente la sintesi delle idee e delle intuizioni dei due dischi precedenti;

rispetto a FOM, Remains in Light mi sembra, in alcuni brani, già un po' di maniera.

benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 20:03 del 17 settembre 2009 ha scritto:

fra i due litiganti....

Insisto. Ai due di cui sotto continuo a preferire Fear of Music non fosse altro per "Heaven" (ma ci sono anche "Life During wartime", "Drugs"......

Per quanto riguarda il termine "compattezza" per definire FOM non stava a significare mancanza di varietà, ma si riferiva al fatto che i TH qui hanno raggiunto compiutamente la sintesi delle idee e delle intuizioni dei due dischi precedenti;

rispetto a FOM, Remains in Light mi sembra, in alcuni brani, già un po' di maniera.

benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 20:05 del 17 settembre 2009 ha scritto:

Il commento è duplicato non per megalomania ma per problemi di connessione

PandoFightSound (ha votato 10 questo disco) alle 14:31 del 24 settembre 2009 ha scritto:

Sicuramente il disco che mi ha aperto gli occhi sulla Musica, insieme a Before and After Science di Brian Eno e Close to the Edge degli Yes. E lo dico da 14enne!

Lazarus (ha votato 9 questo disco) alle 15:44 del 24 settembre 2009 ha scritto:

RE:

no dai non menzionare close to the edge su questa scheda di remain in light che mi vengono i brividi...eri partito bene però peccato ahahhaah

PandoFightSound (ha votato 10 questo disco) alle 20:38 del 24 settembre 2009 ha scritto:

RE: RE:

non ti piace Close to the Edge? Male!

Hermann W. Simon (ha votato 8 questo disco) alle 2:54 del 26 settembre 2009 ha scritto:

ahem...m'è scappato il dito...volevo aggiungere che la recensione è precisa e trasuda competenza e passione, anche se solo a titolo personale, io ho sempre preferito i Talking Heads acerbi e scatenati di 77, e quelli nevrotici e raffinati di Fear Of Music...Remain In Light, resta tuttora un disco impressionante, ma a mio parere privo di spontaneità e troppo ammiccante, il che comunque vale come chiave di lettura anche in senso positivo, volendo...

bestropicalia (ha votato 8 questo disco) alle 13:44 del 20 dicembre 2009 ha scritto:

Il puro genio della coppia Byrne-Eno al suo massimo apice (insieme a My life in the bush...ovviamente).

Bellerofonte (ha votato 10 questo disco) alle 20:51 del 26 marzo 2010 ha scritto:

"Evoluzione" al ritmo primordiale

Album pazzesco! Penso siano pochi i lavori di fronte a cui si ha l'idea di ascoltare qualcosa che ha stravolto tutto ciò che era stato fino a quel momento, lasciando un segno di inequivocabile luminosità... non ha caso si intola "Remain in light"!

bart (ha votato 9 questo disco) alle 15:00 del 12 aprile 2010 ha scritto:

Fantastico!

Un brano su tutti "The Great Curve"!

Franco (ha votato 10 questo disco) alle 16:17 del 12 aprile 2010 ha scritto:

Un vero capolavoro, una porta spalancata sugli anni '80 e sul futuro della musica negli anni a venire. Molto molto meglio (per quanto mi riguarda) di My Life in the Bush of Ghosts.

PS. The great curve è un pezzo stratosferico, Adrian Belew doveva essersi davvero dopato alla grande, non ci sono altre spiegazioni ))

brian (ha votato 10 questo disco) alle 11:03 del 20 maggio 2010 ha scritto:

l'ultimo grande disco dei talking heads. ascoltarlo leggendo i testi è ancora meglio.

Hexenductionhour (ha votato 10 questo disco) alle 22:10 del 22 febbraio 2011 ha scritto:

Il futuro nel passato.

brian (ha votato 10 questo disco) alle 10:14 del 4 maggio 2011 ha scritto:

eccezziunale veramente.

dalvans (ha votato 9 questo disco) alle 15:38 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Ottimo

Ottimo disco

Mirko Diamanti (ha votato 10 questo disco) alle 14:05 del 4 dicembre 2011 ha scritto:

Ah, sì,sì. Questo ce l`ho. Ci sono dischi di cui puoi dire solo questo, con un pizzico d'orgoglio, ma principalmente con un esplosione di trionfo che s'irradia da qualche parte tra le tue budella vascolari e si propaga in mille rivoli per tutto l'essere. E io questo ce l'ho. Edizione con Dvd 5.1. Bello.

ROX (ha votato 9 questo disco) alle 8:14 del 5 dicembre 2011 ha scritto:

la genialità di Byrne che si incontra con quella di Eno al servizio della bella musica

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 10:02 del 23 agosto 2012 ha scritto:

CAPOLAVORO!!!!!!!!

alekk (ha votato 10 questo disco) alle 13:15 del 5 dicembre 2013 ha scritto:

perfetto. ogni traccia è un capolavoro a se stante. difficile solo pensare a un lavoro migliore di questo. Born Under Punches,The Great Curve sono eccezionali. E la chiusura con The Overload che è un Joy Division rivisto dai Talking Heads è spettacolare

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 13:40 del 5 dicembre 2013 ha scritto:

Bellissimo accostamento. quello con i joy division, complimenti!

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 13:41 del 5 dicembre 2013 ha scritto:

Bellissimo accostamento. quello con i joy division, complimenti!

luin alle 18:59 del 5 dicembre 2013 ha scritto:

A quanto ne so The overload è nata proprio come un esperimento, emulare il suono dei Joy division senza aver mai ascoltato una loro canzone ma rifacendosi alle sole descrizioni della loro musica sulla stampa musicale.

REBBY (ha votato 10 questo disco) alle 22:31 del 5 dicembre 2013 ha scritto:

L'ho letto anch'io (esempio Wikipedia), ma mi sembra una grossa panzana. Ok non c'era internet, ma conoscevo io i Joy division, che abitavo in un paesino di 800 anime, non posso credere che non li conoscessero i Talking heads di NYC, che tra l'altro annoveravano tra le loro fila, praticamente, l'informatissimo Brian Eno (in quegli anni su new wave o post punk, come definì dopo Reynolds, difficile trovare uno più informato) tra le proprie fila. Leggenda internettiana, lo dice la logica.

luin alle 22:51 del 5 dicembre 2013 ha scritto:

Sì sembra strano anche a me, comunque come qualsiasi storiella non smentita è più divertente pensare che sia vera ^^

loson (ha votato 9 questo disco) alle 23:27 del 5 dicembre 2013 ha scritto:

Però questo aneddoto lo cita pure Reynolds in "Post-Punk"... Insomma, se è una panzana (e magari lo è) è più probabile che se la sia inventata Byrne stesso per giustificare la palese influenza della band di Curtis in quel brano.

REBBY (ha votato 10 questo disco) alle 1:52 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Può essere un'ipotesi o magari lo ha detto (lui od un altro componente della band) ad un giornalista come risposta (tra l'ironico e lo sciocchino) ad una domanda che faceva notare le evidenti analogie tra il sound di I remember nothing (dal primo album dei Joy division) eheh e quello di The overload" (avrà detto, mi sono ispirato alla tua recensione di Unknow pleasure, in realtà non li abbiamo mai ascoltati ghgh). La vanità del giornalista avrà poi dato l'avvio all'aneddoto..

Nel 1979 i Talking heads hanno fatto una tournée europea per presentare Fear of music, con una decina abbondante di date nel Regno unito. Il primo dicembre hanno suonato a Manchester, dovevano esser sordi (e loro non lo erano di sicuro) per non conoscere, almeno allora, i Joy division.

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 8:54 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Non credo siano stati influnzati dai "joy" ma che inconsciamente ne abbiamo mutuato qualcosa musicalmente parlando.

REBBY (ha votato 10 questo disco) alle 11:24 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Probabile (ma non sicuro: potrebbe essere un omaggio, una reinterpretazione, ...) che si tratti di un'influenza "inconscia", in musica tutti sono influenzati (almeno inconsciamente) dall' ascolto di opere precedenti (anche di un attimo) e spesso, specie tra coetanei, l'influenza è reciproca.

Trovo invece altamente improbabile che nessuno dei componenti dei Talking heads avesse ascoltato prima un brano dei Joy division. E chiarisco che non intendo con questo stabilire una graduatoria di valore su chi fosse la migliore tra le due band. Sono state e sono 2 tra le mie band preferite di quegli anni ed ancora oggi ascolto, con trasporto emotivo, i 9 lp che possiedo (tra gli uni e gli altri).

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 12:02 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Detto tra noi non vedo alcun nesso tra due gruppi che hanno ben poco in comune: oscuri gli uni solari altri, prettamente british i joy division, influnzati dalla wave new yorkese gli altro, ovviamente poi la produzione di Eno ridimensiona il loro sound pseudo-yankee.

REBBY (ha votato 10 questo disco) alle 12:46 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Capisco cosa intendi, in effetti il nesso più importante, per il mio vissuto, è quello che mi piacevano da matti in contemporanea e che sul mio piatto, dopo More song ..., giravano, spesso uno dopo l'altro, Fear of music ed Unknow pleasure e poco dopo Closer e questo.

Ciò nonostante quello di cui si parlava qua sopra era che esiste un nesso tra The Overload (quindi un singolo brano di questo album) e i Joy division e questa non sembrerebbe una panzana. Io sinceramente non ricordo di averlo notato a suo tempo, ma se me ne sono accorto di sicuro non gli ho dato sta gran importanza (proprio per il discorso sulle " inevitabili influenze reciproche" , condivido che avessero caratteristiche diverse, ma entrambi facevano parte della stessa "scena", pur essendo di nazionalità diversa, ed avevano, come si dice oggi, in genere la stessa utenza).

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 12:59 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

VI E' da dire che la differenza tra i 2 gruppi fa ravvissata nell'approccio musicale: irruento, disperato e innovatore quello dei "JOY" PACATO, SPERIMENTALE,TERZOMONDISTA(nel senso positivo del termine). Su remain grava un atmosfera di mistero, inquetudine, ma e' contemplativa e non di disperazione come quella di Curtis e soci.

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 13:02 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Volevo dire terzomondista quello dei Talking sìintende!

loson (ha votato 9 questo disco) alle 14:27 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Credo nessuno voglia sostenere l'esistenza di un nesso fra due band così diverse (diversi il contesto, il sound generale, le finalità, il mood, etc.), eppure The Overload e I Remember Nothing sembrano due varianti dello stesso canovaccio sonoro: espanso, lugubre, oscuro, meccanico e alienante/alienato.

alekk (ha votato 10 questo disco) alle 15:11 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Woow non pensavo che il mio commento avesse avuto così seguito ehehe. Inoltre tutti i commenti che avete postato li trovo giustissimi. Grazie Scottwalker per il complimento. Dopotutto a chi ama la

Buona musica non può esimersi dall'entrare in una discussione tra i punti di incontro di due band come

joy division e talking heads ! Saluto a tutti

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 9:21 del 9 dicembre 2013 ha scritto:

ciao Alek, vorrei sempre parlare di musica e partecipare a queste discussioni riguardanti gruppi come TALKING HEADS, TALK-TALK, ROXY-MUSIC, ULTRAVOX, SIMPLE MINDS, BLUE NILE, JAPAN ecc. ma dovrei trovare interlocutori disponibili

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 9:21 del 9 dicembre 2013 ha scritto:

ciao Alek, vorrei sempre parlare di musica e partecipare a queste discussioni riguardanti gruppi come TALKING HEADS, TALK-TALK, ROXY-MUSIC, ULTRAVOX, SIMPLE MINDS, BLUE NILE, JAPAN ecc. ma dovrei trovare interlocutori disponibili

benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 19:25 del 6 dicembre 2013 ha scritto:

Certo che Joy Division e Talking Heads sembrano essere agli antipodi, ma scrutando un po' più attentamente siamo poi così sicuri che qualche affinità elettiva non affiori? Trovo Fear of Music un album tutt'altro che solare; non lasciamoci ingannare dalle ritmiche etniche o dai non sense futuristi, nell'essenza FOM è dark e anche un bel po' disperato (Heaven è un posto dove non succede mai niente). E sull'altro versante quanto funk e dab si siano sorbiti nel circuito Factory ce lo racconta bene la signora Deborah Curtis nella sua (auto)biografia: quei suoni erano parte integrante della scena mancuniana di allora, un nome fra tutti A Certain Ratio....

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 9:25 del 9 dicembre 2013 ha scritto:

Ribadisco quello che ho detto prima (ma e' solo un mio personalissimo parere) nei TH vedo' un approccio solare, positivo che non ravviso nei joy division e naturalmente un sound piu' pacato e contemplativo i joy division vanno piu' sul personale.

Lazarus (ha votato 9 questo disco) alle 20:39 del 9 dicembre 2013 ha scritto:

scott walker io tutta questa solarità e positività nei TH non ce la vedo proprio anzi sono l'opposto nevrotici e cervellotici.

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 8:19 del 11 dicembre 2013 ha scritto:

Caro Gassed, rispetto il tuo parere, ma facevo un paragone tra loro e i joy division che sono veramente depressivi,ok?

Lazarus (ha votato 9 questo disco) alle 21:51 del 11 dicembre 2013 ha scritto:

okkeissimo che i JD sia depressogeni mi pare scontato curtis era un depresso e si è suicidato amen.mi sforzavo di capire il tuo commento "nei TH vedo' un approccio solare, positivo" che francamente non so da quali sensazioni tu ricavi: testi, ritmiche, melodie? little creatures potrebbe essere un disco " positivo" ma i primi quattro lavori non credo proprio che siano né solari né positivi.

scottwalker (ha votato 10 questo disco) alle 8:51 del 13 dicembre 2013 ha scritto:

Ciao Gassed, scusa il ritardo nel risponderti, non vedo l'aspetto depressivo di Remain, eccetto the overloard che si caratterizza per il sound inquietante e misterioso, the great curve mi sembra molto ritmato ma anche once .....è venato da una certa positività.

Mattia Linea (ha votato 7,5 questo disco) alle 20:42 del 18 agosto 2014 ha scritto:

In questo disco (pluriacclamato) i Talking Heads mettono da parte la voce, l'ego e i testi di David Byrne per dare più spessore al lato musicale della band: ispirati da riti voodoo e piccoli concerti in un breve soggiorno alle Hawaii, i Talking Heads decidono di inserire caratteri della musica africana all'interno delle loro creazioni. Percussioni a non finire creano una base ritmica magistrale: il suono è come se fosse riempito fino all'esaurimento. Personalmente, preferisco i Talking Heads con Byrne al centro della scena, anche se l'album rimane molto bello. "Once In A Lifetime", "Seen And Not Seen", "Crosseyed And Painless" e "The Great Curve" assolutamente stratosferiche.