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R Recensione

6/10

The Hollyhocks

Pop Culture

Nel 2009 Mattia Pafundi, Giorgio Rinaldi, Paolo Gallicchio e Gianluca Sivieri fondano a Torino gli Hollyhocks col preciso intento di rivitalizzare la new wave, aiutati dalla voce intensa di Pafundi, decisamente in linea con lo stile canoro eighties, e grazie all’indiscutibile bravura degli altri componenti, tra sintetizzatori, chitarre e batterie. “Pop culture” si presenta quindi con lo sfacciato obiettivo di rintuzzare la natura pop(olare) di quel sound che venne dopo il punk e che in qualche modo partorì un’intera generazione di progetti musicali (anche se qui l’etichetta post-punk è quanto mai fuori luogo), dai Joy Division ai New Order, dai Duran Duran agli Spandau Ballet, passando per The Cure e The Smiths. Seppur con evidenti differenze nello stile musicale, nei temi trattati, nel look, nella promozione mediatica, questi protagonisti della scena musicale degli anni Ottanta sono accomunati dalle proprie radici. Così è pure per questa band torinese, anche se proporre un disco simile nel 2013 risulta un’operazione azzardata che rischia di diventare un patetico scimmiottamento wave.

Dopo un intro elettrico parte il pezzo di traino dell’intero disco, “Drowning boulevard”, confezionato molto bene sia dal punto di vista della stesura che del mixaggio, con un video promozionale che avvicina molto l’immaginario degli Hollyhocks a quello degli MGMT. Se è vero che l’altro pezzo forte del disco è certamente “Bind me” (e forse “Lack of sense”, che in alcune capriole sintetiche ricorda addirittura i Daft Punk di “Discovery”), il resto di questo “Pop culture” non riesce invece ad entrare in testa, non lascia cioè grandi emozioni all’ascoltatore, se non un ossessivo movimento della testa per seguire il ritmo ed un continuo sbattito a terra della punta del piede. I timori che si erano presentati all’inizio del disco vengono qui confermati: al giorno d’oggi non si può produrre un disco così poco originale nei suoni e nelle strutture ritmiche. Dov’è quella rivitalizzazione della new wave? Dov’è finita quell’intenzione di rendere pop un genere così venato d’elettronica? Dov’è quell’intento provocatorio e assieme sofferto che rese grandi i protagonisti succitati?

Gli Hollyhocks hanno curato in maniera certosina i suoni di questo primo LP, ma certamente peccano di scarsa originalità. È un peccato perché se il talento è quella speciale dote che permette di far cose senza sforzo, senza accusarne la fatica – e qui di talento ce n’è parecchio – perché non ci si è almeno profusi nella spasmodica ricerca di una via veramente nuova a questo sound?

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