Of Montreal
Paralytic Stalks
Un'istituzione del pop psichedelico, gli of Montreal. Capaci di divertire, disorientare, affascinare, ma anche di stordire con soluzioni strabordanti, con accostamenti cromatici eccessivi, con una luminosità esagerata diventata nel tempo marchio di fabbrica. Un vortice di pop barocco (The Gay Parade) e di elettronica variopinta (Satanic Panic in the Attic) che da quindici anni non ha quasi mai smesso di roteare.
Con il nuovo Paralytic Stalks la band di Athens dimostra certo di essere ancora in moto, ma senza una vera e propria meta. La pulsione sperimentale prevale sul caratteristico formato canzone affinato nel tempo, capace di raggiungere un riconoscimento trasversale (si pensi alla collaborazione con la diva neo-soul Janelle Monae). Certo, a riportarci ai lavori passati ci sono il brio cameristico di Spiteful Intervention, l'omaggio a Bowie di Dour Percentage, il bozzetto psych-folk di Malefic Dowery, composizioni tutto sommato “ordinate” nonostante la sintassi eccentrica. Poi però i brani compiono un cambio di rotta non perfettamente a fuoco, seppur coraggioso e complesso. A partire da Gelid Ascent, composizione melliflua e fluttuante, dall'evoluzione in ascesa, dalla ricerca sonora volta all'effusione di riverberi, eco, feedback e nebbie psichedeliche, l'album si consacra ad una nuova via fatta di suite dal lungo minutaggio, flussi sonori dove vengono messe in gioco costruzioni azzardate e sviluppi inaspettati, dove le lunghe code finali scavalcano e scompongono l'ingannevole solidità delle intro. Ye, Renew the Plaintiff pare un act degli Happy Mondays durante una botta notevole, Wintered Debts mette insieme Elliott Smith, Beatles e Flaming Lips, e infine Authentic Phyrric Remission prepara una pozione indigesta che tenta invano (perdendosi in divagazioni cacofoniche in cerca di legittimazione colta) di ergersi a summa concettuale della rinnovata carica sperimentale di Kevin Barnes e soci.
Ci sarebbero quindi tutte le potenzialità per fare di Paralytic Stalks un lavoro degno di nota. Peccato che l'album faccia fatica a decollare, risolvendosi in un autocompiacente eccesso di ego. Un collage disomogeneo, un calderone di intuizioni scollegate tra loro, non più di una tavolozza carica di (seppur brillanti) appunti. I dilungamenti strumentali non trovano troppe giustificazioni, facendo crollare il pathos raggiunto nei momenti migliori, mentre l'atmosfera festante risulta eccessivamente artefatta. “Ma è avanguardia” dirà qualcuno. No, l'impressione di chi scrive è che si stia proprio pisciando fuori dal vaso.
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