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R Recensione

7,5/10

Algiers

The Underside of Power

"Southern Gothic Masterpiece", si diceva. Perché tutto il nero contenuto nella musica degli Algiers rifletteva la luce sinistra del post-punk europeo e la polvere nera del gospel degli Stati del Sud. A distanza di due anni da quel folgorante esordio, gli Algiers sono esattamente come li ricordavamo: armati fino ai denti di rabbia, claustrofobia, consapevolezza e spiritualità. 

Il punto di partenza è sempre la vocalità di Franklin James Fisher, definitivamente immerso nel ruolo di portavoce di una nuova "black consciousness" urbana, una consapevolezza politica degna di Zack De La RochaSaul Williams e pochissimi altri. Fisher è l'anima degli Algiers e ne rappresenta il vissuto e il rappresentato, supportato da una band che gira a velocità forsennate supportata dal nuovo batterista Matt Tong (già impeccabile motorino nei Bloc Party). Quello che era rimasto in sospeso dal 2014 era l'eventuale presenza di canzoni. Si sospettava, infatti, che in mezzo a quel mare di attitudine e a quella forza devastante, non emergessero i singoli brani. "The Underside of Power" conserva intatta quell'aggressività frontale figlia del punk ("Animals"), del rock (le trame basso/chitarra di "Cry of the Martyrs" sono adrenalina pura) e delle derive sperimentali dell'hip-hop (l'attacco di "Walk Like a Panther" è degno dei Dalek); e rinnova la volontà di porsi come veicolo di un messaggio sociale contemporaneo e coraggioso. Il primo passo in avanti di questo secondo capitolo si manifesta nel lavoro di Adrian Utley alla produzione, capace di canalizzare la tensione nelle ambientazioni cinematografiche (genere horror, ovviamente) di "Plague Years", di dare respiro al gospel sporco di "A Murmur. A Sign." e di allargare gli orizzonti verso lidi sperimentali (sentire il piano percussivo di "The Cycle, The Spiral: Time To Go Down Slowly") e reminiscenze degli anni '90 ad anticipare il futuro che verrà ("Hymn For An Average Man" sembra suggerire l'annunciata collaborazione futura con una band chiamata Massive Attack). Il secondo passo in avanti (non strettamente necessario, ad avviso di chi scrive) è la presenza delle cosiddette canzoni, ovvero di almeno tre brani dotati di integrità, compiutezza e, perchè no, "spendibilità": la prima (l'integrità) è "Cleveland", bomba incendiaria pura, lanciata contro il razzismo nel caos di drum machine impazzite e vocalità gospel apocalittiche ("Here come the(m) boys in black and white/With the kerosene/It's been the same evil power since in ‘63/They hang in Homewood, Alabama with the whitest sheets"). La seconda (la compiutezza) è "Death March", la quadratura del cerchio che porta l'oscurità post-punk nei ghetti neri del mondo. La terza ("la spendibilità") è "The Underside of Power", pezzo tesissimo e melodico che da solo rispolvera i fasti della new wave di seconda generazione (scrivo Interpol giusto per invogliare il pubblico giusto).

Southern Gothic Masterpiece, seconda serie.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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woodjack 7,5/10

C Commenti

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woodjack (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:25 del 8 novembre ha scritto:

"scrivo Interpol giusto per invogliare il pubblico giusto" >> così mi avevi quasi dissuaso! ma l'ho ascoltato lo stesso, disco tosto, più quadrato, prodotto, organizzato del precedente, sostanzialmente più patinato, ciononostante forte di una energia ancor più viscerale. Un mix che si fa sempre più interessante, anche (dal mio punto di vista) perchè sposa la tecnologia.