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7/10

Desperate Journalist

Desperate Journalist

Il post-punk è duro a morire. Destinato a conoscere riletture molteplici come il garage o la psichedelia, il genere sorto dalle ceneri del punk ormai quasi quarant'anni fa sembra conoscere una fase di grande fortuna in questo inizio 2015. A ribadirlo è l'esordio dei Desperate Journalist, quartetto di Londra che, però, mischia le carte quel tanto che basta per una proposta gustosamente ibrida.

Si ritrovano qui le stesse componenti che dieci anni fa avevano fatto la fortuna della meteora The Organ: un post-punk corposo unito ad una vena fragrante alla Smiths (quei fiori in copertina non possono non far pensare ai mazzi che Morrissey era solito lanciare sul pubblico), per un guitar-pop non privo di consistenti deviazioni jangle.

Sviluppato a partire dalla Rickenbacker a 12 corde di Rob Hardy e dalla voce possente di Jo Bevan, il sound di “Desperate Journalist” combina l'aggressività punk ad un senso melodico a base di crescendo anthemici ed enfatici, sfruttando come si deve una sessione ritmica tipicamente new wave. Così nella prima “Control”, dove Hardy si lancia in un fiorire di arpeggi ricamando su un procedere in crescendo che fa da alveo per le proprietà sonore della band: una vocalist portante, una sessione ritmica puntuale e serrata, una melodia guitar-based che si fa carico di buona parte dello sforzo compositivo.

La somiglianza con la band di Katie Sketch è alta ma non tale da affossare l'interpretazione di Jo Bevan e soci. I brani oscillano piacevolmente tra un senso new wave dolciastro (la bella “O”, dall'attacco al sapor dei primi U2, la chiaroscurale “Distance”, con la sua melodia grave puntellata dal basso di Simon Drowner, o ancora “Eulogy”, con quelle sfumature alla Banshees ad impreziosire l'atmosfera) e una più sbarazzina -per quanto grondante di sensibilità romantica- anima jangle (in brani come “Remainder”, “Nothing” e “Cement”, tutte caratterizzate per i fitti contrappunti chitarristici, tra Johnny Marr e Peter Buck, di Rob Hardy).

Un suono forse ancora leggermente acerbo, ma parecchio strutturato. La capacità dei Desperate Journalist è quella di riuscire a non fossilizzarsi su una formula a senso unico, permettendo alle varie componenti del sound di interagire, dialogare, dare insperati frutti. Un esordio promettente che getta solide fondamenta per una proposta con tutte le carte in regola per sfondare.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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