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R Recensione

7,5/10

Desperate Journalist

Grow Up

Grow Up”, crescere. Si fa per dire, ovviamente, perché la ragazza in copertina (la cantante Jo Bevan da adolescente), avvolta nella luce diafana di un elegante bianco e nero, nel suo completo da fatina con le sneakers, sembra voler rimarcare proprio l’opposto: la nostalgia del voler rimanere come si era, di non andare oltre, di fossilizzarsi in quel quadretto poetico che è la gioventù nei nostri ricordi. Così la musica: il nuovo album dei Desperate Journalist è si “andato avanti” (c’è più focus, maggiore controllo delle dinamiche, una più calibrata capacità di sintesi), ma continua a rimpastare la materia di una volta sia per quanto riguarda il sound (un indie-rock chitarristico marcatamente jangly), sia per i riferimenti stilistici (Cure, Siouxsie, Morrissey e Marr, Cranberries, The Organ).

La verità, pensandoci, è che la giovinezza è più bella quando la si ricorda da adulti, perché raffinata e idealizzata. "Grow Up” sembra allora il riflesso -adeguatamente depurato dalle asperità- dell'esordio, e il risultato è sì un album più accurato e maturo, ma senza che si perda un briciolo di freschezza. Basti ascoltare l’un-due-tre di “Hollow”, “Resolution” e “Be Kind” per avere un’idea di quanto sia consolidata la proposta: la gestione della profondità sonora e delle atmosfere vede un Rob Hardy in piena forma, con la sua Rickenbacker lanciata in distorsioni noise (“Hollow”), in energici e solenni riff espansi (“Resolution”) e in gentili ricami jangle-pop (“Be Kind”), sempre coadiuvato da una solidissima sezione ritmica di marca post-punk e da una trascinante Bevan, una delle più talentuose vocalist in circolazione, vera forza motrice dei brani senza per questo sovrastare gli altri elementi della band.

Il disco scorre senza scossoni (fatta eccezione per una sezione centrale un tantino meno convincente rispetto al resto della tracklist e una produzione che, personalmente, non mi convince appieno), infilando uno dopo l’altro pezzi come la galoppante “All Over”, la malinconica e tremola “Purple”, il jangle di “Your Genius” e la maestosa “Oh Nina”. Quello che si raccoglie, in “Grow Up”, è una tradizione pop ricchissima che va dagli Smiths a band anni Novanta come Adorable e Whipping Boy, fino a ridare lustro al revival wave di una manciata di anni fa. Quanto fatto ai tempi dell’esordio è riproposto e rifinito in questo pregevole secondo capitolo, che ci regala una band in piena sintonia e in confortante evoluzione. Forse non già cresciuti, ma sicuramente in crescita.

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