V Video

R Recensione

7,5/10

Disappears

Irreal

I Disappears sono sempre stati affascinati dal lato oscuro e sperimentale del post-punk, applicando ai loro pezzi una massiccia dose di disarticolazione sonora. “Irreal”, il nuovo lavoro della band di Chicago porta su lidi finora inesplorati una proposta costantemente affinata negli anni: su tutto aleggia un approccio dub che dona una cavernosa profondità al suono, trattato nel complesso (grazie ad una produzione curatissima, frutto di una ben precisa visione) come nera materia pulsante. C'è poi una rigida marzialità mista a rugginose meccaniche industriali: lo sfilacciamento che impestava un album come “Era”, così diviso tra rimandi ai Chrome, balzi in avanti alla Residents e sperimentazioni wave in stile This Heat, viene qui ricompattato in una densa matassa di textures che annientano quasi completamente la convenzionale forma canzone (si prenda lo scorrere a flusso di un pezzo come “Another Tought”, statica rincorsa di ritmiche rutilanti e pallidi innesti di feedback).

La partenza è affidata a “Interpretation”, brano capace di imporre il passo e tratteggiare quelli che saranno i tratti distintivi dell'intero album. Un incedere monotono e ripetitivo che si snoda su una linea densissima e pulsante di basso, mentre i battiti secchi sulle pelli sono effettati e riverberati, così da creare un alone lungo tutto il pezzo. Le chitarre di Brian Case e Jonathan van Herik, dal canto loro, fanno da sfondo dissonante, con le corde che creano una sorta di corrosivo loop metallico. Un sound dove l'aspetto ritmico assume grandissimo rilievo (dalle risonanze generate dal percuotere il manico della chitarra ai ritmi secchi e squadrati di Noah Leger). Così in brani come “I_O” o “Halcyon Days” si assiste ad una strutturazione degli spazi guidata da rigide geometrie a base di sincopi di funk devoluto, mentre il basso di Damon Carruesco si insinua con rintocchi che ricordano la marca dub di un Jah Wobble.

Il chitarrismo è qui sganciato da ogni convenzione accordale, sposando un rumorismo dronico votato all'apporto timbrico: in “Irreal” le sei corde si addensano in nebulose sfrigolanti e informi su martellanti patterns industrial, finendo col perdersi in nebbie cosmiche, in “Mist Rites” erigono un fitto coacervo di frammenti percussivi e laceranti droni noise, in “Navigating the Void” stridono sinistre solcando un soundscape frastagliato, in lenta dissoluzione.

C'è un senso apocalittico e desolato di groove, in “Irreal”. Una sensibilità ambientale da disastro nucleare, una vocazione sperimentale dedita alla sclerosi e alla stasi. Registrato da John Congleton presso gli Electrical Audio Studios di Steve Albini, il quinto disco dei Disappears è un avventuroso viaggio a base di stimolanti scenografie di post-punk sperimentale. Un viaggio che, fortunatamente, continua da quasi quarant'anni.

V Voti

Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 2 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
hiperwlt 6,5/10
REBBY 6,5/10

C Commenti

Ci sono 6 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Dr.Paul alle 12:28 del 30 gennaio 2015 ha scritto:

non saprei ancora come votarlo...ma piace piace!!

Totalblamblam alle 13:43 del 30 gennaio 2015 ha scritto:

te lo dico io perché ti piace ?.... bauhaus LOL . una considerazione: nel 2015 ha ancora senso definire un genere/gruppo post punk? a meno che il tempo non si sia fermato direte voi ghhgh

Cas, autore, alle 14:43 del 30 gennaio 2015 ha scritto:

secondo me sì, perché i riferimenti stilistici sono proprio quelli. il post-punk è un genere con precise direttive estetico/formali, al contrario, ad esempio, di post-rock, categoria ben più vaga ed imprecisa..

Totalblamblam alle 18:25 del 30 gennaio 2015 ha scritto:

si capisco ma a fatica nel senso che per me il post punk è finito nel 1980- 81 giù di lì e ora dopo circa 40 anni è solo revival

hiperwlt (ha votato 6,5 questo disco) alle 18:04 del 8 febbraio 2015 ha scritto:

Mi sembra un lavoro ancor più ossessivo, tetro e abissale rispetto ai loro dischi precedenti; alle mie orecchie un po' meno accattivante ("Pre Language" lo era: con quelle sue derive, oserei, più "psych/indie rock" nell'uso di certe soluzioni circolari). "Scenografie di post punk sperimentale": potrebbe bastare questo, d'accordissimo con (l'ottimo) Matteo. Ripasso per il voto

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 11:10 del primo giugno 2016 ha scritto:

Kraut rock (pre punk) + industrial (punk eheh) + dark wave (post punk), una sorta di rock pre techno ghgh