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R Recensione

7/10

Ought

More Than Any Other Day

Seppure di minore entità, si può comunque parlare di una seconda ondata per il pop canadese. Dai Fucked Up a Dirty Beaches, dagli Elephant Stone ai Darcys, passando per l'elettronica di Grimes, la produzione musicale di “quell'altra America” continua a svilupparsi e rinnovarsi. Gli Ought, da Montréal, con il loro art-punk contaminato di scorie wave, si uniscono al mucchio sfornando un interessantissimo esordio che mette assieme indie anni Novanta, post-punk e ruvida irruenza a metà tra il noise e il post-core.

Si parte con la cavalcata sferragliante di Pleasant Heart, sorta di ibrido tra Dinosaur Jr. e Fugazi, per continuare con la frizzante The Weather Song, incentrata sul fraseggio tra il motivetto di tastiera e il fremere nervoso delle chitarre, col basso a saldare tutto assieme (una costante, questa). A seguire la litania a base di strascichi di violino di Forgiveness, i levare insistenti di Around Again e il lento accumulo di Clariy!, influenzata tanto dai Sonic Youth che dal midwest emo di Cap'n Jazz e Sunny Day Real Estate (ed ecco il punto di congiunzione tra certo post-core e quel “qualcos'altro” che aleggia ovunque). Il tutto, facendo un bilancio di quanto ascoltato, è immerso in un ambiente sonoro sdrucciolevole, dove le strutture sono costantemente sottoposte a pressioni di varia natura (le chitarre stridenti e febbrili, le ritmiche scomposte in accelerazioni e stop repentini) che frammentano la linearità delle composizioni.

Il pezzo forte, quello che vale da solo l'acquisto dell'album, è pero Habit. Qui si concentrano tutte le doti del quartetto canadese: un brano mutevole strutturato su una scrittura impeccabile e su armonie stralunate. Il percorso è avventuroso: dallo stile declamatorio dell'intro al crescendo melodico, tra un ritornello che più Talking Heads di così non si può e armonie che paiono finalizzate ad un progressivo surriscaldamento, fino al freakout finale.

Niente di radicalmente nuovo sotto il sole, anche se il linguaggio messo a punto dagli Ought si dimostra dotato di indubbia personalità e forte di una comunicatività schietta, libera, spigliatissima. Le potenzialità per crescere ci sono tutte. Serve solo sfruttare la rincorsa rappresentata da questo esordio per il gran salto.

V Voti

Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 4 voti.
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ciccio 7,5/10
target 7,5/10

C Commenti

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target (ha votato 7,5 questo disco) alle 0:04 del 8 luglio 2014 ha scritto:

Bel disco, frenetico e scomposto, che certo prende i suoni (e l'attitudine punk della voce) da Fugazi e dintorni ma che secondo me, magari inconsciamente, eredita qualcosa anche dalla canadian wave: alcune storture negli incroci tra gli strumenti, alcuni passaggi repentini, il moltiplicarsi delle melodie, le capriole vocali, l'uso qua e là delle tastiere mi hanno ricordato in più di un momento roba come Sunset Rudown o Frog Eyes. Certo, il contesto è cambiato, i richiami '90 sono più marcati, l'impianto è più ruvido, ma sono ben contento di aver ritrovato anche tracce di quel baraccone sgangherato che a me non ha mai saziato abbastanza (quando parte il "ritornello" di "The weather song" a me viene in mente Spencer Krug tutta la vita che tarantola sopra un pezzo qualsiasi del suo periodo d'oro). A questo proposito, pure i Viet Cong proposti oggi da P4K (mooolto belli, e non a caso canadesi, dalle ceneri di quei Women che tanto io e Cas abbiamo apprezzato) mi sembrano vagare molto goduriosamente in queste latitudini. Daje che il Canada si risveglia.

FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 10:58 del 28 settembre 2014 ha scritto:

Recensione che mi sento di condividere: lavoro interessante ed eclettico, gravido di riferimenti interessanti. Non tutto funziona alla perfezione, ma l'esito complessivo rimane più che soddisfacente.