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R Recensione

7,5/10

Ought

Sun Coming Down

Catartico. Il secondo lavoro a firma Ought espande e struttura il discorso iniziato con l'esordio “More Than Any Other Day”. E se allora persistevano elementi in qualche modo ascrivibili alla scia “canadian wave” (il gusto per la frenesia sghemba e stralunata che poteva essere ricondotto a band come Wolf Parade e Frog Eyes), oggi le connotazioni geografiche sembrano evaporate di fronte ad una proposta da un lato più autonoma e personale, dall'altro ancoratissima ad una "famiglia rock allargata" entro cui potremmo spaziare dai Television ai Fall, passando per Talking Heads e Sonic Youth, fino alle propaggini contemporanee vagamente waveggianti.

In poche parole (quelle del batterista Tim Keen): “The songs are better. It’s more complicated. The production is more interesting”. Meglio di così non si potrebbe dire.

A far funzionare tutto, però, sembra essere la fortissima componente “collettiva” della band: Darcy, Keen, May e Steedworthy fanno dell'interazione reciproca un vero punto di forza, colmando ogni passato cedimento compositivo con un'intelligenza d'insieme che si rivela, inspiegabilmente, maggiore della semplice somma delle parti. I pezzi sono “jam” dal punto di vista della fluidità e della libertà espressiva, ma sono anche ottimamente strutturati, ben lungi dal suonare come sciolte divagazioni free-form. C'è espansione, c'è libertà, ma il controllo delle dinamiche sembra essere serrato.

Esemplare, perciò, un brano come “Beautiful Blue Sky” (di cui vale la pena ascoltare la versione live): una concitata progressione ritmica dove ogni elemento fa la sua parte per dar vigore ad una cavalcata dominata dall'incessante beat motorik e dall’incredibile performance di Darcy, che fa il bello e il cattivo tempo con la sua metrica strutturante, perfettamente integrata nel flusso sonoro. Il paragone potrebbe rivolgersi ai Life Without Buildings, presenti tanto nel lirismo a metà tra lo spoken word e il sillabare ritmico, quanto nelle parti di chitarra, divise tra obliquità wave e leggere pennellate timbriche dal sapore post-rock (per respiro scenografico).

Pezzo esemplare, questo, ma non l'unico degno di nota. La tavolozza dei colori di cui dispongono gli Ought è utilizzata con sapienza, per un affresco composito e variabile. “Men for Miles”, in apertura, è un post-punk ruvido e dissonante, declamato in pieno stile Mark E. Smith e saturo di frenesia urbana, “The Combo” è una stilettata in crescendo, in continua accelerazione, mentre “Celebration” e “Never Better” si avviluppano in concitate spire psicotiche che ricordano, a tratti, l'istrionismo gotico di un Peter Murphy. “Passionate Turn”, dal canto suo, è il primo esempio di quella capacità compositiva che troveremo coronata in “Beautiful Blue Sky”: la band costruisce qui evoluzioni progressive fatte di accumuli e scariche, di campi lunghi più volte minati da cambi e assestamenti ritmici, per svolgimenti sempre condotti a conclusioni coerenti, a tutto tondo. Si prenda ancora “Sun's Coming Out”: suite di bordate di feedback e liriche declamate che passano dall'accumulo caotico alla stasi, fino al passo sclerotico dell'outro, il tutto entro una cornice rarefatta -come in controluce- e psichedelica.

Gli Ought sono diventati grandi e hanno dato forma ad una creatura complessa, stratificata, difficile da liquidare con sentenze affrettate. La complessità, qui, è sintomo ed espressione di creatività e di ponderazione, di vigore e dinamismo. Il percorso avviato è interessantissimo. Vedremo se porterà da qualche parte o se si avviterà su sé stesso.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 5 voti.
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B-B-B 7,5/10
Lelling 7,5/10
REBBY 7,5/10

C Commenti

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REBBY (ha votato 7,5 questo disco) alle 11:16 del 14 giugno 2016 ha scritto:

Un buon album con tre pezzi eccellenti (Men for miles, Beautiful blue sky e Never better) su otto diventa ottimo eheh

Cas, autore, alle 18:50 del 16 giugno 2016 ha scritto:

peccato che il Canada qui non tira più... bei tempi quelli della canadian wave