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R Recensione

7,5/10

Preoccupations

New Material

L’ormai vecchia querelle del nome dei Preoccupations rimanda, in proporzioni di gran lunga minori, a quei quattro studiosi bolognesi che, accostandosi tra gli scaffali e i dizionari della facoltà di filologia classica e di storia antica, assieme incominciarono a strimpellare. E, per non confinarsi nei ristretti e sterili scenari del nerd, inclusero una erre blasfema (ma timida, tra parentesi) nel primigenio nome, così diventando, insolentemente, gli Antich(r)isti. L’ormai vecchia querelle del nome di Matt Flegel e soci, si diceva, è invece arcinota. Viet Cong, nome scomodo e scabroso, è abbandonato nel 2016: per il secondo LP omonimo, il quartetto canadese pone rimedio alle proteste e alla cancellazione delle proprie date: chiamandosi, meno insolentemente, Preoccupations.

Dopo due anni giunge così, per la sempreverde etichetta JagjaguwarNew Material, che si annuncia con la geometria psichedelica di una cover bigia che inghiotte e che già preconizza paranoie e disillusioni, scolpite nel congedo strumentale, Compliance. Un disco oscuro, dunque, mirabilmente oscuro, in quel loro alveo ormai riconoscibile di post-punk, art-rock, new wave e verve industrial, in cui campeggiano – quasi naturalmente, per le premesse suddette di oscurità e malessere – The Cure (più di tutte in Doubt), Mark Lanegan (per la voce di Flegel, anche, benché meno roca, come accadeva già in Anxiety del precedente lavoro) e qualche brandello di Joy Division ed epigoni.

Nelle conturbanti linee di basso, nella secca e travolgente sessione ritmica e nei cupi sintetizzatori sta tutto lo scheletro di un album atmosferico che vede nelle marce serrate di Disarray e di Decompose (molto LCD Soundsystem) i suoi fiori migliori, librandosi per inaspettate praterie dance (Espionage). Preoccupations che, tuttavia, si diversificano dal passato per una maggiore ricerca melodica: è qui, forse, in questa curva verso una limpidezza compositiva e verso una più intima essenza testuale, che scoprono equilibrio, spessore e capacità comunicativa. La sfiducia, insomma, è sempre la stessa, ma in New Material lo scherno per gli effetti del capitalismo trova pace in un disincanto più personale e trova ricovero nel buio appagante di schitarrate piene di sudore e cuore. 

Ché forse un monaco benedettino non aveva così ragione a dire che delle cose ci resta solo il nome, talora scabroso e blasfemo e insolente: le note, restano, sopra tutto. 

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Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 4 voti.
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Vatar 7/10
Cas 6,5/10

C Commenti

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AndreaKant (ha votato 6,5 questo disco) alle 15:58 del 28 marzo 2018 ha scritto:

Qualche buon pezzo, ma rispetto ai dischi precedenti mi suona quasi come un passo falso. Da loro mi aspettavo di più

benoitbrisefer (ha votato 7 questo disco) alle 15:05 del 31 marzo 2018 ha scritto:

Come non concordare con l'omonimo/a dell'Immanuel konigsbergico? I brani mi sembrano troppo "sfrangiati", perdono in quella solidità noise che faceva tanto psychedelic furs epoca talk talk: se non ci fosse il collante delle ottime, emozionali e struggenti volcals molti brani passerebbero via un po' troppo anonimi. Se non un passo falso quanto meno un passo indietro e comunque sempre al di sopra di tanta roba fin troppo facilmente esaltata (si capisce che, nonostante tutto li porto nel cuore 'sti viet cong/preoccupations).Ad maiora!! (sperem)

Cas (ha votato 6,5 questo disco) alle 17:36 del 26 aprile 2018 ha scritto:

neanche a me convince molto questa via sottrattiva, con moduli ritmici e voce in primo piano, mentre le tessiture strumentali sono spesso lasciate a decantare, rilegate in sottofondo. manca di solidità, sì...

fabfabfab alle 11:14 del 27 aprile 2018 ha scritto:

Visti dal vivo l'anno scorso, poi ho visto (non dal vivo) alcune cose live dei Protomartyr, la domanda che mi sorge è: non è questo ultimo ritorno post-punk sia più "posa" che sostanza?

Cas (ha votato 6,5 questo disco) alle 16:52 del 27 aprile 2018 ha scritto:

in realtà i Protomartyr sono piuttosto politicizzati. ma alla fine la scelta di uno stile è anche una scelta di campo, quindi in qualche modo la posa coincide con la sostanza. il post-punk si presta alla sperimentazione, a una forma di aggressività affettata e cerebrale... poi certo, il genere è postumo, e i pionieri post-punk vivevano in un contesto dove la musica stessa era ideologicamente connotata. oggi riproporre lo stesso approccio sarebbe fuori luogo.

zagor alle 16:33 del 28 aprile 2018 ha scritto:

i Protomartyr fanno revival degli Interpol, che a loro volta rielaboravano Joy Division e Psychedelic Furs...non penso siano pose, ma i fisiologici corsi e ricorsi nella storia del rock.