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R Recensione

7,5/10

Preoccupations

Preoccupations

Diciamolo, “Viet Cong” era un gran bel nome per una band. Eppure lo sfacciato politically correct contemporaneo, così infarcito di raffazzonato senso comune e becero revisionismo (le vittime che passano per carnefici e viceversa), ha finito col prevalere, costringendo Matt Flegel -dopo diversi show cancellati proprio a causa dell’oltraggioso moniker- a cambiare nome. Una svolta non particolarmente traumatica, vista la mancanza di qualsiasi motivazione ideologica dietro la scelta di chiamare gli ex-Women come la resistenza comunista durante la guerra del Vietnam, anche se affrontata con qualche mea culpa di troppo (“non sapevamo, non ci rendevamo conto”, eccetera). Il risultato, poi, è stato un rafforzante feedback positivo: alla domanda “chi sono i Preoccupations?”, la risposta non può che essere “quelli che prima si chiamavano Viet Cong”. Doppio centro.

E così i Preoccupations (nome suggerito dall’amico Chad VanGaalen), liberi dalla vergogna, hanno potuto continuare indisturbati a proporre il loro post-punk rabbioso e infiltrato di scorie noise/industrial. Rispetto all’album del 2015 il suono si fa però meno sfilacciato e più compatto, rafforzando la formula dei pezzi più riusciti dello scorso capitolo (penso a “Continental Shelf” e “Silhouettes”) con l’aggiunta di una più accentuata componente sintetica e, più in generale, di una maggiore sensibilità melodica.

L’attenzione alla forma canzone è evidente, e assume addirittura movenze jangly nella bellissima “Monotony”, immersa in un sound liquido e denso, riverberato e psichedelico, tra striature flangerizzate di chitarre atonali e quella linea di synth che nel finale si incarta in loop per confluire senza soluzione di continuità nella successiva “Zodiac”, dedita ad un trattamento più efferato ed astratto (della stessa materia allucinata dei Cabaret Voltaire/This Heat), per un tribalismo post-industriale lanciato in un coinvolgente crescendo. Anche nella scurissima “Anxiety” le note di sintetizzatore tracciano una chiara linea melodica che ammansisce i droni gorgoglianti e i sinistri sibili di cui è costituita la massa sonora, mentre con “Memory” si riesce a rendere maneggevole un monolite di undici minuti grazie ad una struttura tripartita dai confini netti: due movimenti distinti, autonomi (il primo dall’incedere ieratico e torvo, il secondo più movimentato e feroce, per un ibrido di neo-psichedelia oscura e rock gotico sospeso tra la crudezza Joy Division e i più recenti Interpol), che però confluiscono uno nell’altro lasciando infine spazio alla coda ambient.

Si riparte con la slanciata “Degraded”, matassa grumosa di chitarre impastate, motorik convulso e saldissimo giro di basso (tra i brani più vicini all’estetica Toy/Horrors mai prodotti dalla band di Flegel), continuando con il post-punk tiratissimo di “Stimulation”, un rincorrersi mozzafiato, fino alla concitata outro, di riff taglienti e fitte tessiture in arpeggio, chiudendo con il synthpop magniloquente e cromato di “Fever”, nei cui viluppi troviamo tracce di Gary Numan, degli Associates, addirittura di Eno.

Questa volta si fa anche meglio rispetto a “Viet Cong”: ogni elemento è gestito con maggiore controllo, la capacità di sintesi è maggiore, il suono risulta al contempo più definito e dalla più ampia gamma cromatica (dai trattamenti degli effetti chitarristici della coppia Munro-Christiansen alle manipolazioni electro-noise), senza contare l’intelligente architettura della tracklist -coinvolgente e funzionale ad una buona gestione della tensione- ed una scrittura dalla notevole messa a fuoco. Che il cambio di nome, in fondo, non abbia fornito lo stimolo per uno scatto di orgoglio? La sensazione, a conti fatti, è proprio quella.

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Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 9 voti.
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target 7,5/10
motek 5/10
Vatar 8/10
hiperwlt 7,5/10
woodjack 7,5/10
Nowhere 3,5/10

C Commenti

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target (ha votato 7,5 questo disco) alle 10:37 del 12 settembre 2016 ha scritto:

Bell'analisi di Cas. Alla fine loro hanno scelto una forma di album breve (e in questo l'Ep di debutto è totalmente assimilabile ai due dischi successivi: 6-7 pezzi, e via) che in effetti è congeniale al loro suono grumoso, sempre vicino al rischio della saturazione. E così alcuni brani raccolgono più sezioni ("Memory", vera vetta: la seconda parte, con il cantato di Dan Boeckner, a me ricorda quasi gli U2 anni '80) mentre altri vengono abortiti. Peccato solo che "Forbidden" sia tra questi ultimi: mi sembra avere potenzialità da pezzone.

Cas, autore, alle 20:32 del 12 settembre 2016 ha scritto:

vero, "Forbidden" potrebbe rappresentare il prossimo percorso da seguire... per ora secondo me si inserisce bene come intermezzo in un album ancora piuttosto saldo nelle sue coordinate stilistiche (anche se "Fever" mischia le carte in tavola...)

Vatar (ha votato 8 questo disco) alle 10:49 del 18 settembre 2016 ha scritto:

Questo disco mi ha regalato le stesse sensazioni di Deeper dei Soft Moon dello scorso anno, i primi brani sono ad altissimi livelli fino alla splendida Memory dove l'ombra dei Joy Division si staglia ben marcata, poi momento di smarrimento con brani che non sono riuscito a mettere ben a fuoco e finale di nuovo convincente con l'ottima Fever.

Nel complesso il mio giudizio finale è sicuramente più che positivo, uno dei migliori dischi usciti quest'anno, peccato per la pessima qualità di registrazione.

hiperwlt (ha votato 7,5 questo disco) alle 10:50 del 22 settembre 2016 ha scritto:

Mancano i pezzi clamorosi del primo (qui spiccano "Monotony", "Memory" e "Stimulation"), ma in sé ottima evoluzione del loro suono. Grande Cas

AndreaKant (ha votato 8 questo disco) alle 13:28 del 22 settembre 2016 ha scritto:

Un sound congestionato e claustrofobico che crea molta agonia ed e' altamente funzionale a creare un'atmosfera unica e pervasiva. Sfiora l'otto!

woodjack (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:09 del 22 settembre 2016 ha scritto:

analisi come sempre superdettagliata, Cas... certo che a me, di primo acchito - mi si perdoni il fanatismo - ritorna in mente The Idiot della premiata ditta Pop/Bowie... in fondo post-punk, synth cattivi (e buoni), industrial, motorik, Joy Division, Numan, Eno... era già tutto in quel disco, o no? Fondamentalmente però non riesco a definirlo un disco dark o angoscioso/claustrofobico...mi piacciono anzi i tocchi lievi, siano synth, archi o arabeschi chitarristici, sui corposi sfondi noise, la distinzione di questi piani sonori è quello che secondo me evita l'effetto saturazione di cui si parlava, e apre non poco il mood complessivo... bel lavoro.

Cas, autore, alle 8:43 del 27 settembre 2016 ha scritto:

"non riesco a definirlo un disco dark o angoscioso/claustrofobico": vero, ai ragione tu quando parli di apertura del mood. tutto è meno serrato, meno "impastato", e qualche spiraglio di luce riesce a filtrare.

The Idiot? sai che non l'ho proprio scovato questo riferimento?

woodjack (ha votato 7,5 questo disco) alle 19:05 del 27 settembre 2016 ha scritto:

vero? a me è la prima cosa che è venuta in testa quando ho cominciato ad ascoltarlo basterebbe l'articolazione nel canto sulla parola "Anxiety" per evocare lo spettro di Iggy Pop, ma anche il ritmo ottundente e il suono stratificato mi hanno ricordato le sonorità di quel disco... in fondo, come dicevo, molti dei riferimenti venuti fuori sono "figli" (o parenti) di The Idiot, vuol dire che le conclusioni a cui siamo giunti sono le stesse. Quando si sale e si vola invece, anche io ho avuto la sensazione di ascoltare Bono, come diceva target, ma si sa che gli U2 - benchè citati sempre relativamente poco - sono stati influentissimi negli ultimi 20 anni.

benoitbrisefer (ha votato 8 questo disco) alle 21:21 del 25 settembre 2016 ha scritto:

Puntuale e condivisibili recensione di un gran bel disco. I Preoccupations/Viet Cong mi sembrano quanto di meglio in circolazione per chi ha ancora interesse (quanti sono rimasti?) a rivisitare i fasti del post punk, ma con un approccio ed una sensibilità non anacronistici o demodée. In aggiounta alle osservazioni e commenti fin qui riportati vorrei suggerire l'impressione che un'altra band dell'epoca eighties a cui i P. guardano con interesse siano gli Psichedelic Furs ai quali non solo singoli brani (Monotony in testa) si rifanno, ma più in generale quel sound impastato e "grumoso" (per citare Target) che sono proprio precipua cifra stilistica dei primi due LP del gruppo dei fratelli Butler.

Cas, autore, alle 8:52 del 27 settembre 2016 ha scritto:

sì, buon paragone quello con i Psychedelic Furs (che forse inconsciamente ho ripreso ad ascoltare in queste settimane)