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R Recensione

7/10

Protomartyr

The Agent Intellect

I Protomartyr volevano fare un album che suonasse diverso dall'ottimo “Under Color of Official Right” e così hanno fatto. “The Agent Intellect” è, fin dal titolo, un lavoro più pensoso e tridimensionale, sia liricamente che musicalmente. Non che manchino rabbia e aggressività, semmai queste sono come compresse, latenti: i brani procedono senza quasi nessuna vera e propria esplosione nervosa (come succedeva spesso, invece, tra i solchi del precedente album), dispensando cumuli e cumuli di tensione lacerante, ora repressa in cupi andamenti post-punk ora libera di fluire in gonfi addensamenti noise.

Il che si traduce, innanzitutto, in partiture chitarristiche che si ammassano in strati di arrangiamenti densi e massicci. Così in brani come “Coward Starve” e “I Forgive You” (la prima contrassegnata dalle striature in riverbero delle sei corde, la seconda da un motivo ostinato e feroce), Greg Ahee lavora da fantasista, costruendo partiture a blocchi, con una predilezione per una scompostezza mai tanto radicale. Rispetto a “Under Color of Official Right” la band fa un passo avanti sia per asprezza (le tribolazioni della chitarra in “Uncle Mother's” hanno qualcosa di epico, le stilettate di “The Hermit” sono mozzafiato) che per la conquista di maggiore definizione sonora (“Pontiac 87”, un gioiellino di variazioni, “Clandestine Time”, dove le chitarre quasi scompaiono nella rarefazione, “Ellen”, tutta costruita su accumuli sonici progressivi). A fare ordine, lungo tutto l'album, sono le geometrie ossessive e circolari di una sessione ritmica compattissima e squadrata.

La voce di Joe Casey, poi, si assesta qui su un crooning grave e monocorde, evitando i sobbalzi schizofrenici (così tanto Mark E. Smith) di un anno e mezzo fa. A partire dalla prima “The Devil in His YouthCasey fissa le coordinante di un lirismo trascinato e annoiato, mantenuto basso anche quando sarebbe meglio -per motivi di intonazione- alzare un po' i toni. I brani che funzionano meglio sono proprio quelli dove le esecuzioni strumentali si accordano a questa scelta ostinata senza forzare troppo la mano, per non parlare di quelli dove Casey ritrova un po' del colore originario (“Coward Starve”, “Boyce or Boice”).

Un lavoro più riflessivo, si è detto, che sconta per questo minore immediatezza. E l'immediatezza, oltre ad un songwriting brillante, era l'elemento che rendeva tanto ficcante la proposta della band di Detroit. La messa a fuoco, qui, non sempre è ottimale, e non tutti i brani sono così convincenti (penso ad una coda stanchina, dove i quattro si dilungano fuori misura: si prendano una “Why Does it Shakes?” o una “Feast of Stephen”, incapaci di imprimere svolte significative a composizioni inutilmente ripetitive e, alla fine, inconsistenti). I Protomartyr, però, conservano una stazza d'eccellenza, dimostrando non di aver poco da dire, semmai di star cercando nuovi modi per esprimersi. Una realtà dinamica e in movimento quindi. Non resta che attendere il prossimo approdo.

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