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R Recensione

7,5/10

Protomartyr

Under Color of Official Right

Detroit ha prodotto, nella sua storia recente, notevoli dosi di ferocia sonora. Quelli che si chiamano i colpi di coda della deindustrializzazione. Ed ecco che, a distanza di tanti anni, i figli dei figli dei superstiti di quell'area desolata (è di un anno fa la dichiarazione di bancarotta) stanno tornando a farsi sentire. Sembra infatti che la città, da lungo tempo abbandonata dal mercato dell'auto, sia oggi piuttosto viva dal punto di vista artistico.

I Protomartyr sono fieri rappresentanti di una scena locale tutt'altro che defunta. Il loro sophomore Under Color of Official Right, uscito a due anni di distanza dall'esordio No Passion All Technique, rappresenta un abbondante assaggio di prorompente vitalità, andando peraltro ad ingrossare la nutrita scuderia della Hardly Art.

La proposta dei quattro di Detroit è un interessante ibrido tra post-punk d'antan (The Fall, Gang of Four), slanci post-core (le ritmiche squadrate, di consistenza quasi math) e accumuli chitarristici a metà tra noise e shoegaze.

Si inizia con Maidenhead, che sembra suonata da dei Beach Fossils convertitisi all'hardcore, continuando con la splendida Ain't So Simple, primo apice dell'album, capace di giocare con i rimandi alla storica band di Andy Jill e Jon King, innestando sull'andamento caracollante incisive sferragliate noise, che prenderanno il sopravvento nella successiva Want Remover, nervoso dispiegarsi di furia sonica, dove non mancano apporti squisitamente melodici, tra cui il giocoso giro di basso e i ricami della chitarra solista. Come avere a che fare con degli Strokes in piena crisi di nervi. Molti ancora i pezzi forti: la trascinante Trust Me Billy, l'austera e lacerante What the Wall Said, la solenne -in aria di Interpol- Come & See, ma soprattutto la stupenda Tarpeian Rock, dalle fitte trame di manipolazioni sonore e cupezze dub, dove viene evocato tutto il fascino perverso di un Mark E. Smith e dei suoi Fall, o il lento stop and go ritmico di Bad Advice, che si fa via via più minacciosa e sinistra, esplodendo infine in un fragoroso finale, e ancora la stilettata impietosa di Scum, Rise!, galoppata abrasiva di grande impatto.

Un album che scorre senza soluzione di continuità, affastellando i pezzi l'uno dopo l'altro in un meccanismo coerentissimo ed impeccabile. Il successo della formula dei Protomartyr sta nel non appiattirsi su tonalità monocromatiche: ogni brano, e quindi l'album nel complesso, è un turbinio di tonalità, di dinamiche ritmiche e timbriche (il lavoro sulle chitarre è ottimo, così come spicca la padronanza nel processo compositivo), di mood anche divergenti accostati però tra loro con grande efficacia. Un album completo, che ci regala una delle migliori prove post-punk dell'anno.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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Dimash 7,5/10

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