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R Recensione

7,5/10

Simona Gretchen

Post-Krieg

Simona Gretchen, nostra eroina sin dagli esordi, in quanto tale muore dentro e con questo disco per un’overdose tutt’altro che serena: overdose di inquietudini che tentano di pacificarsi invano, di sentimenti condivisibili ma difficilmente condivisi, overdose di sensazioni troppo amplificate e troppo assimilate da un corpo minuto che ingabbia a stento un animo infetto in espansione morbosa.

Simona Darchini, faentina classe 1987, in arte Gretchen, personaggio del Faust goethiano (per tutti i particolari vi rimandiamo all’intervista e alla recensione del 2009), confezionò quattro anni orsono quel micidiale Gretchen Pensa Troppo Forte, instabile pozione sull’inadeguatezza dello stare al mondo, preghiera pagana, anatema e dissacrante dileggio. Torna oggi, dopo aver dato nel frattempo alle stampe un oscuro 7”, Venti e Tre, e aver fondato un’etichetta, la Blinde Proteus, con quello che pare destinato ad esser ricordato come il suo epitaffio artistico.

Post-Krieg è, se possibile, un baratro concettuale, che amplifica il malessere dell’autrice semplicemente annegandolo sotto una spessa coltre di realtà. Un disco che incute terrore perché paralizza subdolamente, esasperando la sottigliezza del confine tra respirare e non respirare, morendo alla fine di una morte non solo fisica, ma soprattutto spirituale.

Spunta di rado la luce, sin dall’intro In, recitata in tedesco, che “apre” la scena per la title track: lo scenario è livido di stoner grasso, la voce è affogata al limite dell’inespressivo, le linee di basso granitiche, il finale epico. Hydrophobia è arpeggio cupo che esplode e poi si placa, ma è soprattutto una sentenza nelle liriche: “ingenuo è chieder scusa se a giorni alterni/si tenda alla promiscuità quanto alla clausura/la verità trascende i gesti eppure morde più del cane/che ringhia senza tregua/e non accetta cura/paura di mentire, ma a giorni alterni/negli altri è naturale, non v’è traccia di censura/la guerra vera è quella che arriva dopo la violenza/per crudeltà sconvolge/e per essenza pura”. Enoch è strumentale (in ogni senso) lieve ma rassegnato dalle aperture cinematografiche, e si avvale del violino di Nicola Manzan, mentre Pro(e)vocation pare appena più distesa nelle trame, quasi scollegata, infine sguaiata.

Il trittico finale disarma, terrorizza, illude… termina. Everted (part I), bellissima senza mezze misure, è crudele nell’attacco, soave nel canto e nell’arpeggio, Everted (part II) rievoca di tintinnii e pianoforte i brividi marziali di cui l’intero lavoro è pervaso, e si fa più sospesa quando sfocia nella conclusiva Everted (part III), suite che è altalena tra equilibrio e instabilità, in cui la voce si fa brusio di sottofondo: si rivela più tardi psicotica di echi, riverberi, stop e ripartenze sbilenche, estenuanti, affannate, indi rabbiose. E poi il buio.

Si chiude così uno dei sophomore meno accomodanti e ammiccanti, e per questo più paurosamente onesti, che vi capiterà di ascoltare nei natii confini. La speranza è che è un talento raro come quello di Simona Gretchen non muoia per davvero con questo disco, ma si reincarni in un altro cigno, malato d’accordo, cui rimanga quel filo di voce per sussurrarci ancora una volta il suo caustico disagio.

“ciò che ha inizio ha anche una fine e non puoi biasimare/chi è rincorso dalla fine ancor prima di cominciare/ridevano e sembrava fossero i più contenti/risero così forte da non sembrar gli stessi/il timore, come l’intuizione, di aver visto giusto/di pensare che esser vani o morti, in fondo, sia lo stesso/oggi il mio timore, invece, è che lo scopo fosse questo”

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