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R Recensione

7/10

Teenage Panzerkorps

German Reggae

Hai voglia a riempirti la bocca di parole come “oggettività”, “obiettività” (e se anche ci metti due b non cambia niente), “neutralità”, professionalità” … tanto non se ne esce. La domanda è noiosa come una replica di “Elisir”: fino a che punto si può anteporre il gusto personale all'analisi critica? Può un quadro di Kandinsky essere “oggettivamente bello”? Perché da bambini si replicava a qualsivoglia sfottò estetico al grido di “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace” mentre in età adulta ci si ritrova ad abusare di espressioni totalizzanti come “oggettivamente eccelso”, “capolavoro assoluto” o “genio totale”? Perché nel linguaggio corrente nessuno ti risponde più “sì” o “no” ma partono tutti a razzo con un perentorio “assolutamente sì” o “assolutamente no”? Ma assolutamente cosa? Perché quest'immodestia linguistica? Perché ostentare sicurezza ad ogni costo è diventato così figo? I nostri figli saranno tutti dei Fabrizio Corona? E qual è la nostra colpa, a parte quella di essere tutti dei Silvio Berlusconi?

Oggettivamente la musica dei Teenage Panzerkorps fa schifo. Non ci si capisce un cazzo, è un'accozzaglia malfatta di ritmi marziali, chitarre post punk e anatemi in lingua tedesca. Come dei Joy Division in versione ignorant-nazi (senza voler rinfocolare vecchie polemiche). Come dei Fall chiusi in cantina senza cibo e acqua.

Il terzo album di questi quattro maniaci (due americani e due tedeschi che si riuniscono una volta l'anno quando i due yankee vanno in vacanza in Germania, tipo Seconda Guerra Mondiale “friendly version”) si intitola “German Reggae”, e ascoltarlo è come ricevere una secchiata di letame in faccia. Mezz'ora totale per sedici blitzkrieg assassine e malsane, che riescono miracolosamente ad introdurre elementi nuovi all'immobilismo marziale dei dischi precedenti. Rimane il fatto che fin dall'iniziale “Brief Terror” (un minuto e mezzo di declamazioni imperative in lingua teutonica su una base new-wave stuprata) si evince l'intenzione dei quattro di non voler rinunciare neanche per un momento alla loro lucida follia, protratta con delirante convinzione attraverso tribalismi lo-fi (molto lo-fi) (“Human Animal Burial”), nichilismi punk (“Kill Your Eyes”, “Etheric Double”), assalti insensati (“Dog Swan”) e dichiarazioni di guerra (“Kampflust”). Poi ad un certo punto – nella title track – spunta fuori un bel tema di chitarra, e a volte la furia si placa piacevolmente (“Machine Racists”), ma la sostanza rimane quella di un disco – oggettivamente – terribile, cantato male, registrato da schifo e gratuitamente violento.

Giusto per dovere di cronaca: dopo pochi minuti ho dovuto interrompere l'ascolto perché il mio vicino di casa, Mario – ex partigiano ottantaseienne – mi ha quasi sfondato la porta gridando “Diofa, Fabio, son tornati i tedeschi! Nascondimi!”. Dopo averlo tranquillizzato facendogli capire che era colpa del volume troppo alto dello stereo, ho rimesso su il disco e mi è piaciuto moltissimo, per i motivi sopra elencati.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

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TexasGin_82 alle 10:51 del 4 febbraio 2011 ha scritto:

Bravo Fabio, oggettivamente.

Davvero bella l'introduzione. Mi trovi pienamente d'accordo sull'argomento. Il disco ora lo ascolto.

paolo gazzola alle 13:48 del 4 febbraio 2011 ha scritto:

Davvero bella l'introduzione

E del finale cosa dire?

Genio totale, assolutamente sì.

Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 12:42 del 11 febbraio 2011 ha scritto:

splendida recensione

davvero complimenti Fabio. Godibilissima!

Il disco in sè è in effetti registrato male (ho sempre il dubbio che siano le casse del mio pc ad essere scrause ma in questo caso è evidente che non sono la sola causa) però caspita se merita. Prendi una Kampflust, una dichiarazione di guerra, dice te, e caspita se è vero. Sono folgoranti e rapidi colpi di genio come questo che rendono German Reggae una ficata. Aggiungo una cosa: siamo, è vero, in pieno campo post-punk abrasivo. ma sarà per la lingua tedesca, sarà per certi tribalismi e rumorismi, sarà perchè in fondo anche i PIL si rifacevano esplicitamente (e dichiaratamente) a gente come Neu, Faust e compagni, ma non si sente anche un gustoso retrogusto ddel kraut-rock più "americaneggiante"?

synth_charmer alle 12:55 del 11 febbraio 2011 ha scritto:

si, Fabio è uno dei pochi che riesce a trascinarti nelle recensioni anche quando tratta generi distantissimi dal lettore quando scrive così, finirei per leggere anche una sua ricetta della zuppa di cipolle, o un'elegia al berlusconismo

fabfabfab, autore, alle 15:13 del 11 febbraio 2011 ha scritto:

Grazie, adesso basta se non ci credo davvero. @synth-carlo: la ricetta della zuppa di cipolle la lascio a te, perchè saprai sicuramente farne buon uso (almeno questo è quello che si dice in giro!), e il giorno in cui leggerai una mia elegia al berlusconismo sappi che io sarò morto, e quella merda l'avrà sicuramente scritta qualcun'altro