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R Recensione

7/10

The Feelies

Here Before

E adesso, parola ai protagonisti: era ora, dopo un decennio di rivisitazioni, incursioni, recuperi e flashback operati da centinaia di band che quegli anni li conoscono perlopiù per ragioni anagrafiche. Ultimamente è successo che, stimolati dal terreno fertile, i protagonisti di quei mitici '80s si siano rimessi in gioco, come stimolati dalla sfida lanciata dalle nuove leve. “Sappiamo ancora reggere il confronto, marmocchi” sembrano dirci pezzi grossi come i Gang of Four, i Wire, o i Devo. E la cosa vale nel bene come nel male (pensiamo ai Duran Duran, o agli Sbandau Ballet).

Forse il ritorno dei mitici Feelies non ce lo saremmo aspettati. Dopo il loro storico e fulminante esordio datato 1981 passarono cinque anni per una seconda uscita. E ancora i lavori successivi furono centellinati per vedere la luce un'ultima volta, alla quarta prova in studio, nel 1991. Cinque dischi, 30 anni: alla faccia del mito della produttività.

Saranno invecchiati? Si saranno rammolliti? Riproporranno una versione edulcorata del loro sound? Il punto è che, a partire dal 1986, i Feelies sembrano aver trovato un equilibrio imperturbabile incentrato su una forma canzone a metà tra il post-punk e il folk-rock fatta di tre accordi di semi-acustica, ritmi up-tempo, cesellature di chitarra elettrica e vocalizzi reediani. Should Be Gone sia presa come primo esempio di come il tempo abbia poco influito sulle tonalità sgargianti tipiche della band di Glenn Mercer, conservando in tutta la sua freschezza l'attitudine a melodie cristalline e fragranti, ad una scrittura fresca e disinvolta. Certo, la maturità si fa sentire in una maggiore compostezza e nel facile ricorrere a retrospettivi tributi (Again Today e On and On paiono essere espliciti omaggi a Lou Reed). Ma pezzi come When You Know o Time is Right, con i loro riff incalzanti, dimostrano come ben poca polvere si sia accumulata in questi anni. Prendiamo ancora Later On, costruita lentamente su riverberi di armonici, incedere lento e aperture melodiche sempre più definite, o la baldanzosa Way Down, col suo basso pulsante e l'efficace refrain, per ritrovare i Feelies dei tempi migliori. La spigliata intro Nobody Knows, la bellissima ballad Morning Comes, la riflessiva e posata conclusione di So Far non fanno che aggiungere fascino ad un ritorno riuscito e divertente.

I momenti di stanca, che pur si presentano (Change Your Mind e Here Before, pezzi deboli non a caso piazzati a metà album, come per riprendere fiato) non pesano più di tanto sul risultato complessivo.

Passando molto meno tempo a guardarsi alle spalle di quanto potrebbero permettersi, i Feelies riescono ad inserirsi con vigore in un panorama certamente favorevole, ma a maggior ragione esigente e sovraccarico. Poca nostalgia e tanta carica, questo rende la band tanto accattivante ed attuale. Ci voleva, detto sinceramente. Bentornati dunque!

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keolce 6/10

C Commenti

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brian alle 10:19 del 4 maggio 2011 ha scritto:

“Sappiamo ancora reggere il confronto, marmocchi sembrano dirci pezzi grossi come i Gang of Four, i Wire, o i Devo." non condivido, se invece di tornare per sentirsi nuovamente giovani fossero rimasti con i nipotini in braccio sarebbe stato meglio! questo devo ancora ascoltarlo!

REBBY alle 17:01 del 4 luglio 2011 ha scritto:

Difficile restare coi nipotini in braccio se gli eventuali figli sono al massimo adolescenti o post-adolescenti eheh. The feelies sono stati una meteora misconosciuta della new wave e persino il "vate" Reynolds non li cita nemmeno di striscio, mi pare, nel suo mastodontico libro sugli anni dal 1978 al 1984. In quel periodo realizzarono un solo album (del 1980, noneh 1981), ma di grande valore: Crazy rhythms. Ricomparvero con lo stesso nome nella seconda metà degli anni 80 sotto il patrocinio dei REM, facendo cose meno "nervose", canzoni "a metà tra il post-punk e il folk-rock...", come dice Matteo. E rispuntano oggi con le stesse intenzioni (alla fine fanno musica pre-punk di derivazione reediana, versante più morbido, byrdsiana,...) e continuano a fare le cose per bene, nulla di rivolozionario, per forza, forse anche l'età non lo permette. Ma è un bel disco, che sarà apprezzato da chi apprezza il genere (io si), senza pregiudizi. Meno picchi rispetto all'ultimo Wire, ma anche meno cali vistosi (a dire il vero al momento non ne sento proprio).

NathanAdler77 (ha votato 7 questo disco) alle 18:00 del 15 luglio 2011 ha scritto:

Morning Comes

Un gran bel ritorno, altro che i giudizi da neuro apparsi su certe "onde anomale"...Siano sempre lodate le loro meravigliose progressioni loureediane in re minore e gli amati Byrds a pascolo con i Television ("On And On", "Should Be Gone", lo stupendo folk stop-and-go di "Later On", "Way Down"): Million & Mercer restano una garanzia, anche dopo trent'anni di "mito". La straordinéria "Time Is Right" avrebbe ancora due o tre cosine da insegnare a gente come Strokes, Franz Ferdinand etc.