The Feelies
Here Before
E adesso, parola ai protagonisti: era ora, dopo un decennio di rivisitazioni, incursioni, recuperi e flashback operati da centinaia di band che quegli anni li conoscono perlopiù per ragioni anagrafiche. Ultimamente è successo che, stimolati dal terreno fertile, i protagonisti di quei mitici '80s si siano rimessi in gioco, come stimolati dalla sfida lanciata dalle nuove leve. “Sappiamo ancora reggere il confronto, marmocchi” sembrano dirci pezzi grossi come i Gang of Four, i Wire, o i Devo. E la cosa vale nel bene come nel male (pensiamo ai Duran Duran, o agli Sbandau Ballet).
Forse il ritorno dei mitici Feelies non ce lo saremmo aspettati. Dopo il loro storico e fulminante esordio datato 1981 passarono cinque anni per una seconda uscita. E ancora i lavori successivi furono centellinati per vedere la luce un'ultima volta, alla quarta prova in studio, nel 1991. Cinque dischi, 30 anni: alla faccia del mito della produttività.
Saranno invecchiati? Si saranno rammolliti? Riproporranno una versione edulcorata del loro sound? Il punto è che, a partire dal 1986, i Feelies sembrano aver trovato un equilibrio imperturbabile incentrato su una forma canzone a metà tra il post-punk e il folk-rock fatta di tre accordi di semi-acustica, ritmi up-tempo, cesellature di chitarra elettrica e vocalizzi reediani. Should Be Gone sia presa come primo esempio di come il tempo abbia poco influito sulle tonalità sgargianti tipiche della band di Glenn Mercer, conservando in tutta la sua freschezza l'attitudine a melodie cristalline e fragranti, ad una scrittura fresca e disinvolta. Certo, la maturità si fa sentire in una maggiore compostezza e nel facile ricorrere a retrospettivi tributi (Again Today e On and On paiono essere espliciti omaggi a Lou Reed). Ma pezzi come When You Know o Time is Right, con i loro riff incalzanti, dimostrano come ben poca polvere si sia accumulata in questi anni. Prendiamo ancora Later On, costruita lentamente su riverberi di armonici, incedere lento e aperture melodiche sempre più definite, o la baldanzosa Way Down, col suo basso pulsante e l'efficace refrain, per ritrovare i Feelies dei tempi migliori. La spigliata intro Nobody Knows, la bellissima ballad Morning Comes, la riflessiva e posata conclusione di So Far non fanno che aggiungere fascino ad un ritorno riuscito e divertente.
I momenti di stanca, che pur si presentano (Change Your Mind e Here Before, pezzi deboli non a caso piazzati a metà album, come per riprendere fiato) non pesano più di tanto sul risultato complessivo.
Passando molto meno tempo a guardarsi alle spalle di quanto potrebbero permettersi, i Feelies riescono ad inserirsi con vigore in un panorama certamente favorevole, ma a maggior ragione esigente e sovraccarico. Poca nostalgia e tanta carica, questo rende la band tanto accattivante ed attuale. Ci voleva, detto sinceramente. Bentornati dunque!
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