The Pop Group
Y
La storia della musica pop è la storia dell'interazione fra la cultura nera e la cultura bianca, non ci si scappa.
Anzi, volendo semplificare e banalizzare un po' il discorso, possiamo affermare che i grandi momenti del rock coincidono sempre con le fasi in cui le novità elaborate a livello underground dalla musica afro-americana incontrano le menti bianche più brillanti. Che aggiungono alla miscela una buona dose di concettualismo e radicalismo intellettuale, provando a elaborare un discorso che sia in grado di rivisitare ex novo la materia prima offerta dall'altra metà dell'universo pop.
In fondo, cosa altro sono beat generation, hard-rock & C. se non prodotti spuri del blues (acustico e soprattutto elettrico) così come del jazz (quanto se ne avvertiranno gli echi nell'estate dell'amore?).
E ancora, cosa rappresentano la new-wave e il post-punk, se non (anche) il momento in cui l'inteligencija bianca si è appropriata di funk e soul (onnipresenti), così come del roots-reggae e del dub, oltre che in episodi sporadici del jazz libero?
Ecco, soffermandoci su questa seconda fase, se vogliamo individuare il collettivo che più di ogni altro si è fatto trasportare in ogni direzione possibile dal propro amore per la musica nera e per la sua ribollente carica eversiva, è obbligatorio citare il Pop Group.
Mark Stewart e Gareth Sager leader indiscussi della band - erano cresciuti nella città più africana d'Inghilterra, nei quartieri popolari di una Bristol che a metà anni '70 pullulava di comunità caraibiche e di musica afro d'esportazione: funk martellante con linee di basso velenose e reggae/soul d'annata, che contribuirono a forgiare le band alternative allora in nuce e già in odore di post-punk - in direzione radicalmente anti-progressiva (anche se, a dir la verità, io ho sempre associato la proposta del Pop Group al progressive più radicale e oscuro stile Henry Cow, per quanto meno concettuale e sofisticato nelle architetture).
La grandezza e l'originalità del Pop Group risiede nella capacità di assorbire questi innumerevoli spunti per trarne una sintesi nuova e inaudita: se il basso e la batteria sono funk pesante che mutua figure ritmiche da Sly Stone, Funkadelic e compagnia cantante (spesso rallentando il dicorso, rendendolo più allusivo e sinistro che apertamente groovy), il sax è figlio di Archie Shepp e di Ornette Coleman, dissonante, contorto e senza compromessi; la chitarra è assolutamente cruda, al crocevia fra distorsione punk e sincopi funk; e la voce di Stewart è tanto solenne quanto glaciale e poderosa, capace di movenze spericolate, in odore di astrazione, così come di grida possenti inclini al primitivismo.
Ma non basta: il Pop Group incarna anche il concetto molto punk (sarebbe meglio dire la sua attitudine) per cui le idee radicali devono rivestire una forma radicale - a partire dal nome della band, che massacra il concetto stesso di pop eppure si definisce pop.
Ecco allora che la struttura astratta e libera dei dipinti musicali della band si sposa alla perfezione con un radicalismo politico lontano da banalità e facilonerie così come da perbenismi all'acqua di rose: con Stewart, il marxismo e l'umanitarismo si fondono in una causa nobile, definendo l'unico obiettivo e la ragione portante del discorso musicale e culturale tout court.
I diversi sistemi di pensiero, nella musica del Pop Group, collidono e si amalgamano per dar vita a forme nuove e sempre più radicali. Il Pop Group è quanto di più lontano possa esistere dalla normalità, non solo in ambito compositivo ed esecutivo, ma anche in ambito ideologico: la loro non è propaganda senza voce per un pubblico ristretto di convertiti, ma è spasmo e forza liberatoria, è adrenalina capace di travolgere l'ascoltatore mettendo in discussione ogni aspetto della sua vita (estetico, politico e non solo).
Non manca poi una possente dose di squadrismo militaresco: Our only defense is together as an army...I'll hold you like a gun, grida ad un certo punto Stewart nelle battute conclusive di She's beyond good and evil, portentoso funk dilaniato da schegge impazzite di chitarra e parodia feroce della Tatcher.
In ogni caso, il tutto è convogliato verso nobili obiettivi di fascinazione intellettuale: Words disobey me è funk inserito in un congelatore e saturo di teatralità.
Savage Sea è spericolato impressionismo dove paiono incontrarsi una musica classica deviata e la proposta asimmetrica della band.
E ancora, la straordinaria Don't call me pain è terreno fertile per le scorribande del sax di Gager, free-jazz che si infiltra piano piano fra le maglie della canzone con la sua forza espressiva impareggiabile, fino a disgregarne le trame in un mare di rumori.
The Boys from Brazil omaggia invece il film di Schaffner e l'omonimo romanzo di Ira Levin, e ne tratteggia gli orrori, trasformandoli tuttavia in un marasma sonoro di bellezza scintillante in cui convivono a meraviglia tutti gli ingredienti musicali prediletti, inclusa l'estetica produttiva reggae e dub che sfrutta al meglio lo spazio sonoro e minimalizza l'impatto strumentale.
Don't sell your dreams è l'invocazione definitiva di Stewart, sussurrata sopra un tappeto di musica libera da ogni steccato e preconcetto.
A detta di molti, Y è un capolavoro incompiuto, interessante ma troppo caotico: inutile dire che chi scrive non è assolutamente d'accordo.
Y, a mio modesto avviso, è semplicemente un capolavoro: un manifesto estetico, concettuale e politico che all'epoca fu uno schock e che ancora oggi rappresenta un salutare pugno nello stomaco (ed il lavoro successivo è quasi altrettanto valido: riporta sulla terra l'ubriacante astrattismo di "Y").
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