R Recensione

9/10

Whipping Boy

Heartworm

Fecero la musica giusta nel momento sbagliato”. Questo sarebbe necessariamente l’epitaffio che dovrebbe accompagnare il monumento agli Whipping Boy in un ipotetico “Museo delle Grandi Occasioni Perdute della Musica Rock”. Difficilmente l’essere  troppo in anticipo sui tempi è costato così tanto, in termini di successo, come è avvenuto per il quartetto di  dubliners, costituito agli albori degli anni ’90 da  Ferghal McKee (vocals), Paul Page (chitarra), Myles McDonnell (basso) e Colm Hassett (batteria). Ascoltarli significa riconoscere che, già assai prima  del revival post-punk, della cosiddetta new wave of new wave, e dell’affermarsi di gruppi come Interpol, Editors, Bloc Party, era già in atto il recupero di sonorità e di approcci etico-estetici che si rifacevano direttamente alla fenomenologia dei primi eighties.

Acerbo, ma non sgradevole, condizionato da un amore sviscerato per i Velvet Underground (di cui i WB, furono inizialmente una cover-band), è il primo album Submarine (1992), opera nella quale comunque solo a tratti si vedono le potenzialità in grado di esprimersi compiutamente solo qualche anno più tardi. Nel periodo che separa l’opera di esordio dal capolavoro “Heartworm” (1995) gli Whipping Boy procedono nell’assemblaggio del loro originale universo sonoro che, ovviamente partendo (e non poteva essere altrimenti) dai loro eroi Reed e Cale, amalgama influenze post punk (Joy Division, Bunnymen e Sound su tutti), lezioni noise via Jesus And Mary Chain e Sonic Youth, interferenze glam (Bowie) ed intensa espressività vocale  fra Ian Curtis e Leonard Cohen.

L’iconografia di Heartworm è già essa stessa precisa ed esplicita dichiarazione sulla poetica e sul background culturale di riferimento del gruppo: in una copertina, dominata dai toni azzurri, campeggia un cuore ghiacciato e percorso da ampie linee di frattura, sul quale si riflette il volto sfocato di Ferghal McKee; è dunque l’amore, nelle sue non poche sofferenze ma anche nella sua capacità rigenerativa, il tema dominante dell’opera a partire dall’appassionata dichiarazione di Twinkle (She’s the air I breathe), passando per l’amarezza ironica di The Honeymoon Is Over (You had to lear to tell your lies), fino alla trepidante incredulità di Morning Rise (I can’t help thinking that I love you). Il booklet interno poi, con i suoi occhiali da sole scuri, con il black and white espressionista dei ritratti del quartetto ci rimanda ad un albero genealogico che dalla Factory di Andy Warhol arriva alla dark wave di Joy Division e Bauhaus,

Sul piano musicale poi non c’è un momento di rilassamento lirico, di caduta emotiva, di “ennui” auditiva. Heartworm è un susseguirsi ininterrotto di capolavori a cominciare dall’incredibile “Twinkle”, appena introdotta da uno struggente violino very irish che subito lascia il posto ad uno sconvolgente intreccio di sezione ritmica, chitarra e voce che, fra rallentamenti e accelerazioni, è parente stretta di Twenty Four Hours dei Joy Division. Epica e drammatica al contempo è “When We Were Young” col suo incedere marziale e insieme dolente, fatto di abbandoni, liquori e vecchi telefilm; il lato romantico del gruppo emerge commuovendo fino alle lacrime nella prima parte di  “Tripped” (per poi trasfigurarsi nella catarsi delle chitarre noise finali) e nella semi-acustica “The Honeymoon Is Over”; “We Don’t Need Nobody Else” inizia con un parlato loureediano che un po’ alla volta si innalza in una sinfonia di distorsioni, sibili e voci filtrate che rimandano ai migliori Jesus And Mary Chain.

Fantasmi Joy Division e New Order emergono nella trascinante melodia del basso di “Blinded” uno dei vertici assoluti di Heartworm; “Personality” ha incidere pop e intensa sensibilità lirica, esaltata dal ricco arrangiamento di archi; le chitarre psichedeliche e la voce filtrata di McKee in “Users” e “Fiction richiamano influenze della scena di Liverpool (Bunnymen e Teardrop Explodes) mentre le linee di basso sembrano provenire da preziosi e inediti outtakes della band di Ian Curtis. Ancora melodie struggenti di violini accompagnano l’intenso finale di “Morning Rise” brano nel quale la sensibilità romantica degli Whipping Boy può trovare pieno e libero sfogo in una profonda e sublime speranza d’amore.

Non potrebbe esserci finale più adatto; ma i ragazzi di Dublino non vogliono perdere il filo con il passato ed ecco così la (quasi) ghost track “A Natural”, vero e proprio reverente omaggio ai loro eroi newyorkesi, inizialmente quelli di “The Gift” o di “The Murder Mistery” e infine quelli distorti e dissonanti di Heroin. Ora è veramente finita, anche se le emozioni accumulate resteranno a lungo, a compensarci anche dello scioglimento del gruppo, avvenuto nel 2000, dopo litigi, tensioni ed un terzo, deludente, album. E con la convinzione che con un po’ più di buona sorte adesso potrebbero essere là, insieme a Editors e Interpol, a rinverdire, anche loro,  i fasti del post punk.

V Voti

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loson 8/10
denis 8/10
Cas 8/10
krikka 7/10

C Commenti

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Mr. Wave alle 0:39 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

interessante...

prendo nota dell'album. Dopo la lettura della recensione, credo abbia le carte in regola, per esser gradito dal sottoscritto, dopo aver letto le influenze stilistiche e i gruppi a cui s'ispirano e che fanno riferimento.

target (ha votato 8 questo disco) alle 10:42 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

she's the only one for me now and always

Ah! che bel disco mi tiri fuori dai Novanta inglesi! Davvero notevole, con melodie sempre centrate e un suono che in quegli anni era raro da trovare, tagliente senza essere troppo sporco. Alcuni pezzi sono monumenti, "Twinkle" per prima (ma a me ad esempio fa impazzire l'inizio acciaioso di "Users"). In compenso non riesco a concepire "Heartworm" senza certo brit-pop (certo, non quello più divulgato), a partire dai Manic Street Preachers o dagli Auteurs, e senz'altro molti sinfonismi dei ritornelli (decisamente poco new wave) non si capiscono senza il contesto britannico di quegli anni. Non lo vedo, insomma, come un disco così estraneo ai suoi tempi; certo un album immeritatamente sfortunato (per sonorità simili, anche se più recenti, godo molto ad ascoltare i belgi Mintzkov, un tempo Mintzkov Luna - "M for means and L for love" del 2003 ha molto, secondo me, dei Whipping Boy).

benoitbrisefer, autore, alle 12:46 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

L'influenza di certa musica inglese dei primi anni '90 (non me la sentirei di definirla brit-pop), che in modi diversi si è rifatta alle esperienze della new wave, è indubbia. Giustamente sono da citare gli Auteurs (che titolano per l'appunto "new wave" il loro primo album), ma aggiungerei anche alcuni gruppi che si sono mossi a cavallo fra '80 e '90, come James e House of Love, o alcuni aspetti dei primi Suede. Ma è anche vero che la voce di Fergal McKee e le linee di basso discendono direttamente dal mondo post-punk e in particolare dai Joy Division in modo direi inequivocabile e sono proprio questi aspetti che rendono gli WB un po' anomali nella musica inglese di metà anni novanta.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 14:01 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

Quoto Target. Un album assolutamente figlio del suo tempo, nonostante i richiami a certo indie-pop "rumoroso" della Creation. Forse è il primo Whipping Boy, "Submarine", a essere al di fuori di qualsiasi scena o catalogazione, ma in "Heartworm" si sente tantissimo l'influsso di Auteurs e Manic Street Preachers. Che, ricordiamolo, sono brit-pop.

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 14:51 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

ne carne ne pesce

target (ha votato 8 questo disco) alle 15:51 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

Marò, paul, mi fai proprio il prezioso in questo periodo! Comunque, sì, benoit, devi sapere che sotto la spinta carismatica, benché a tratti delirante, del Loson ho accettato anch'io un'interpretazione più larga del brit-pop di quanto si intenda generalmente (ossia Suede, Blur, Pulp, Oasis e figliocci), per cui la contaminazione con altre ascendenze musicali non intacca la britannicità diffusa (e quindi l'essenza brit-pop) di band come i Whipping Boy di "Heartworm" (o i Manics, o gli Auteurs). Vabbeh, comunque, alla malora le etichette: questo è un gran bel disco.

benoitbrisefer, autore, alle 16:49 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

Personalmente sono sempre un po' perplesso quando si cerca di delimitare un artista entro un'etichetta, a meno che non sia egli stesso che si voglia classificare oppure se ci troviamo di fronte ad un suono che non ammette molte discussioni e che fa parte senza ombra di dubbio di una scena fortemente connotata. Se con brit-pop vogliamo allargare l'ambito a più gruppi che presentino un suono tipicamente british fra la fine degli '80 e i '90 allora certamente l'elenco sarebbe estremamente lungo, conterrebbe i gruppi citati da target e molti altri (difficile suonare più british di house of love, james e tanti gruppi creation). Per quanto riguarda i MST riconosco una scarsa frequentazione della loro musica anche perché non riesco ad appassionarmi (eufemismo)alla tipologia di vocals(e ripeto che su questo punto la voce degli WB è assai più "dark" di tutti i gruppi citati), mentre gli Auteurs li conosco e li ho apprezzati fin dalla loro comparsa sulla scena e ricordo bene che inizialmente (e qualcuno lo fa ancora!) furono accostati alla scena neo-glam figlia di Bowie e Bolan (bha! però dimostra le diverse percezioni che ognuno ha delle stesse cose); per quanto mi riguarda in Haines ci trovo molte influenze che vanno ben oltre il Brit-pop (e che magari lui stesso non ha mai ascoltato) e che rientrano più in generale nel pop chitarristico anglosassone che va dai Beatles ai Bunnymen, dai Kinks ai Go Betweens, dai Television agli House of Love, da Simon and Garfunkel a Belle and Sebastian, dagli Smiths ai Decemberists.E in tanta confusione rinuncio alle etichette....

benoitbrisefer, autore, alle 16:51 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

...ovviamente i Decemberists non avrebbero mai potuto costituire un'influenza per ovvie ragioni cronologiche!

loson (ha votato 8 questo disco) alle 20:55 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

Benoit, il brit-pop non è una scena fortemente connotata. Questo, anzi, è il grave malinteso che la stampa inglese dell'epoca certo non ha contribuito a fugare. Il brit-pop non è uno stile nè, in fin dei conti, una scena (a meno che con esso non si intenda esclusivamente il fermento "cool britannia"); non parte dagli anni '80, bensì dai '90 e, in particolare, dal primo album degli Suede che ha segnato il superamento dello shoegaze e del baggy, e l'approdo a una nuova estetica. In sostanza, io vedo il brit-pop come un equivalente della new wave: una macro-categoria in cui si possono delineare sottocorrenti o stili assolutamente peculiari.

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 22:20 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

oddio brit pop è stato una scena ben definita, x quanto possa avere contorni chiari un genere musicale, anche reynolds parla di "il movimento brit pop -blur, oasis, elastica supergrass, pulp...- si rifà ai giorni in cui l'inghilterra dominava l'etere: gli anni 60 (beatles, kinks, who) e la new wave dei tardi 70(buzzcocks ecc). ma i punti di riferimento provinciali e l'insularità stiilistica del brit pop, se da un lato conquistano ampie fette della gioventu britannica, da un lato possono risultare problematici nell'esportazione del sound in america, dove il grunge continua a spadroneggiare".

quindi il raggio d'azione è ben definito (in un certo senso anche l'estetica), certo come dice loson solitamente si intende il fermento cool britannia, ma propio x quel fermento la stampa inglese coniò sta benedetta etichetta )

loson (ha votato 8 questo disco) alle 4:03 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

X Paul: non era solo il sacro quadrilatero "Suede-Blur-Pulp - chitipare) a raccattare a piene mani dai '60 e dai '70 (per non dire dagli '80) inglesi. Se Reynolds - che peraltro all'epoca era interamente calato nella realtà dei "rave" - inquadra alcuni (sommari) canoni stilistici per definire una "scena", non vedo perchè altre band che presentano le stesse caratteristiche debbano esserne escluse. I Super Furry Animals non erano brit-pop? E i Radiohead di "The Bends"? E i Puressence? Eppure i primi erano anche vistosamente e fricchettonamente psichedelici, mentre gli altri pescavano a piene mai dalla new wave epica e romantica di Echo & The Bunnymen, U2, Waterboys... Il punto è che pretendere di rintracciare una unità stilistica nel brit-pop è impossibile, non c'è pezza. Anche se ci si limita a considerare quelle quattro-cinque band cardine, dove sono le così evidenti similitudini? Forse ci si può confondere fra Suede e Blur? E fra Pulp e Oasis? Naa, tolta la riaffermazione del proprio essere squisitamente "english", non sono ravvisabili elementi così forti da accomunare queste band. Ripeto: il brit-pop è stato una pluralità di manifestazioni, che per pura comodità o bieco patriottismo (si sa che gli inglesi a queste cose ci tengono...;D) si è deciso di limitare ai nomi più rilevanti e "autoctoni" del panorama.

benoitbrisefer, autore, alle 0:33 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

Una interpretazione più sfumata e ampia del termine brit-pop (ma allora chiamiamolo british rock, o qualcosa di simile)che includa molteplici esperienze musicali degli anni '90 penso possa essere senz'altro condivisa. Per quanto concerne l'accenno alla seconda metà degli anni '80 cercherò di essere più chiaro: è evidente che il brit-pop è fenomeno anni '90 sorto anche come reazione nazional(ista)e al grunge americano (ma poi i Blur fanno "13" che del grunge è fortemente debitore), ma ritengo che nella seconda metà degli eighties vi sono stati molti gruppi che non possono essere né assimilati allo shoegaze e neppure alla scena madchester. Essi, a mio avviso, rappresentano il trait d'union fra la new wave, che esaurisce la sua spinta propulsiva fra l'83 e l'84 (cfr. Reynolds), e appunto il brit-pop; cito qualche nome a braccio: James, House of Love (nel disco con la farfalla del 1989 c'é "The Beatles and the Stones" guarda caso i nomi più citati a proposito di Blur e Oasis), Housemartins, Bodines, Biff Bang Pow, Wedding Present, Weather Prophets, Loft, LLoyd Cole,That Patrol Emotion, Mighty Lemon Drops.... A prescindere dai livelli qualitativi e dalle diverse caratteristiche formali e stilistiche si evidenziano nelle loro opere delle sonorità tipicamente british.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 3:46 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

In effetti un "genere" che raggruppa tutte le band degli '80 che hai citato esiste eccome: indie-pop. Si tratta per lo più di gruppi orbitanti attorno alla Creation, di derivazione sixties nell'impianto armonico (il college rock di R.E.M., Smiths e Rain Parade - questi ultimi inquadrabili anche nella più ristretta scena Paisley Underground) o ammiccamenti più rumorosi alla Jesus And Mary Chain. Un suono, quello di cui parli tu, emblematicamente sintetizzato nella celeberrima compilation per l'appunto chiamata "C86 The Birth Of Indie-Pop", comprendenti chicche come gli stessi Mighty Lemon Drops e Wedding Present, i primi Primal Scream, Shop Assistants, Pastels, Bodines, Servants e via dicendo.

benoitbrisefer, autore, alle 10:47 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

ok, ma anche per l'indie rock ci troviamo di fronte ad un fenomeno eterogeneo e ricco di quelle differenti sfumature che si possono riscontrare nel brit-pop (poco hanno a che vedere le spigolosità That Patrol Emotion con le dolci ballate Lloyd Cole o con il quasi post punk Wedding Present). giusto scrivere "genere" fra virgolette.... pensiamo solo a quello che è stato inserito nel "genere" new wave (dai Bauhaus a Kid Creole!!!!)

loson (ha votato 8 questo disco) alle 14:03 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

Indie-rock è un concetto molto più vasto e ambiguo di indie-pop, che a conti fatti identifica una corrente e un suono ben specifici: Felt, i Primal Scream del primo album, Pastels, Wedding Present, Smiths e così via. Tutti questi gruppi sono contraddistinti dal recupero del jingle-jangle "sessantino", rivolti alla contemplazione quasi metafisica di un ideale di "purezza" che con la new wave si era irrimediabilmente perduto. Insomma, 'sti gruppi giocano contro la new wave (e contro synth-pop e new romantic in particolare), non a suo favore. I That Petrol Emotion, se proprio li si vuole inquadrare, sono giustappunto indie-rock (addirittura pre-baggy, per certi versi...), come hai detto tu, e non indie-pop. Hai ragione infine quando dici che il brit-pop non è un "genere" vero e proprio, esattamente come non lo sono la new wave o il post-rock. L'importante è d'altronde individuare i fermenti collettivi, le assonanze di intenti più che di stile.

benoitbrisefer, autore, alle 14:43 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

ok, prometto che con questa la faccio finita!

Bene, cercherò di spiegare quale è la mia personale posizione sui "generi" musicali ricorrendo ad una disciplina che forse mi è più congeniale (per motivi di lavoro)e cioè la filosofia. La tendenza dell'uomo è stata sempre quella di cercare di fermare e rendere razionalmente comprensibile la molteplice mutevolezza della realtà attraverso categorie interpretative che dessero intelligibilità al caos del mondo del divenire. Così sono nati i 5 generi sommi di Platone, le 8 categorie aristoteliche, le 4 ipostasi di Plotibo, i 5 gradi ontologici di marsilio Ficino, il dualismo cartesiano, le 14 forme sintetiche a priori kantiane, i tre stadi di Comte etc. Si tratta di categorizzazioni che, come ha bene messo in luce Nietzsche, permettono all'uomo di reggere il peso della vera natura irrazionale del reale (guarda caso rappresentata dall'estetica musicale dionisiaca!). Credo che alla fine nel mondo della musica avvenga un po' lo stesso: cercare di classificare in generi e categorie per razionalizzare ciò che per sua natura non è alla riconducibile ad una strutturazione logica (alla faccia di Hegel che nel suo panlogicismo è il più irrazionale degli irrazionalisti!). Allora, se le categorie ("generi") rimangono un utile strumento per cercare di comprendere più o meno dove stiamo andando a parare, una mappa che ci porta "intorno" all'oggetto della ricerca senza pretendere di essere epistéme (sapere definitivo) ma solo proposta interpretativa, esse sono fondamentali. Se invece esse diventano rigida gabbia in cui dover necessariamente inserire tutto il reale diventano la nietschiana "menzogna millenaria". I Jesus And Mary Chain sono indie pop?, sono dark?, sono shoegaze?, sono sperimentalismo noise?, sono reazione alla new wave? sono residuo new wave?,sono psichedelia? sono neo-psichedelia? sono rock? Probabilmente c'è un'unica risposta esaustiva: sono categoria "Jesus and Mary Chain" tutto il resto sono legittime possibilità che occorre esplorare, valutare e verificare senza perdere di vista che ogni interpretazione ha in sé un buon grado di soggettività. Come sostiene Popper nei riguardi della scienza (e a mggior ragione potremmo pensarlo nei confronti della critica musicale) essa è frutto dell'interazione fra tre mondi: M1, la realtà così come è, M3, l'insieme delle teorie, degli studi delle ipotesi formulate dall'uomo nel corso della sua storia, e infine M2, il nostro soggettivo mondo psicologico, fatto di intelletto e di emozioni, di speranze e di desideri, di affetti e di razionalità, che filtra M3 per poter comprendere M1. Ecco perché penso sia altrettanto legittimo sentire gli Whipping Boy come sodali dei Manic Street Preachers. ma anche ritenerli epigoni dei Joy Division: alla fine (valutato il contesto storico, analizzate le strutture ritmico-melodiche, interpretate le liriche etc.) l'unico "genere" certo rimane quello di "Whipping Boy".

P.S. scusate la logorrea e mi impegno a rispettare quanto detto nel titolo

loson (ha votato 8 questo disco) alle 19:01 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE: ok, prometto che con questa la faccio finita!

I generi sono una comodità, come hai giustamente rilevato. Non hanno giustificazione intrinseca, se non quella di fornire uno strumento. Sono altresì un buon modo per valutare - sommariamente, certo - il grado di "ferratezza" in un determinato ambito artistico. Esempio: puoi anche conoscere a memoria tutte le sceneggiature dei film di Lang e contemplare l'unicità induscussa del suo "sguardo", ma se non "rilevi" il contesto artistico di cui fa parte e i legami col resto della scuola espressionista tedesca degli anni '20, vai poco lontano in una analisi storico-critica). Appunto per questo ti chiedo: dove sarebbe il mio errore? Perchè cerco di essere il più elastico possibile e, piuttosto che individuare decine di sottocaegorie (anche col brit-pop è stato fatto: cool britannia, new mods, etc.), preferisco sceglierne una (chiamala brit-pop, brit-rock, genoveffa o episteme) che arrivi a racchiudere un intero fermento? Mi baso su dati per me oggettivi: nemmeno le band della cosiddetta "cool britannia" si assomigliavano stilisticamente, perchè quindi recintare codesta lillipuziana scena e scinderla totalmente dal contesto?

benoitbrisefer, autore, alle 14:48 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

errata corrige

1. Plotino (non Plotibo)

2. dopo "Allora" (riga 15) inserire "dobbiamo chiarirci"

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 15:07 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

eh loson, che reynolds nei 90 fosse calato nella realtà rave non è che cambia di molto la questione, è ininfluente ) i super furry difatti nel brit pop ci entrano di sguincio proprio x i motivi che tu dici, stesso discorso x the bends, oggi tutti lo infilano nel filone brit facendo una gran confusione, all'epoca no, basta sfolgiare le riviste specializzate di allora, esiste anche un numero di Uncut interamente dedicato al brit pop (uscito qualche anno fa)....ci sono tutti, 146 pagine ci sono tutti.... i radiohead niente, neanche un trafiletto una minuscola fotografia, niente, 0,0.

i punti di incontro fra pulp oasis blur suede, sono tutti nella loro forte connotazione british...di difficile esportazione in america come dice reynolds "la barriera pop/rock agilmente abbattuta da gruppi come suede pulp, e come beatles, bowie, roxy, smiths avevano fatto prima di loro, negli states era a prova di bomba, look sgargiante, androginia e una sana dose di creatività erano tabu per i rockettari americani".

i radiohead non erano brit fino al midollo, hanno sempre avuto una componente trad-rock epico fino al 95 (tanto è vero che li bollarono come nuovi u2), stesso discorso x i manics...sempre reynolds li tiene fuori dal brit pop causa la loro attitudine trad rock facilmente esportabile, tiè puo essere brit pop everything must go, ma anche loro non erano brit pop. oggi si tende ad infilarci chiunque abbia imbracciato una chitarra tra il 91 e il 98 in uk, ma in realtà non è cosi. secondo me è meglio, queste etichette che inglobano di tutto e di piu io nn le comprendo, le etichette...ok poco piacevoli ecc, servono per capirsi a parole, quindi devono essere quanto piu precise possibile!! prendi il post rock...una delle etichette piu odiose, vuol dire tutto e nn vuol dire niente, quando uno non sa come inquadrare un disco dice post rock e tutto si sistema, io quando ho scoperto che erano post rock i talk talk sono rimasto a bocca aperta, ma tant'è! )

fabfabfab alle 15:14 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

E qui occhio, che il buon Los non è daccordo con sta cosa del post-rock (io personalmente sì) ... dai una rapida occhiata alla discussione sotto la recensione di "Boo Human" dei Joan Of Arc !

fabfabfab alle 15:14 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

E qui occhio, che il buon Los non è daccordo con sta cosa del post-rock (io personalmente sì) ... dai una rapida occhiata alla discussione sotto la recensione di "Boo Human" dei Joan Of Arc !

loson (ha votato 8 questo disco) alle 18:48 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

Gli ultimi post di Target sono assolutamente condivisibili (non per niente siamo fratelli ;D).

X Paul: Reynolds è un monumento, siamo d'accordo, ma non significa che ci prenda su tutto. Hai letto cosa pensa del gothic rock? Sono giudizi pesanti, che tradiscono una evidente non comprensione (o fraintendimento) della materia trattata. Stessa cosa per il brit-pop: Reynolds, e molti come lui, hanno frainteso, ghettizzato e impietosamente ignorato la dimensione collettiva - anche se ovviamente circoscritta ad un ambito "nazionale" - del fenomeno brit-pop. E' inutile che mi citi lui o altre fonti per convincermi del fatto che i Radiohead non fossero brit-pop, perchè tu ed io partiamo da un diverso assunto: per te il brit-pop è una faccenda iper-specifica, per me un risveglio collettivo che può estendersi anche a quelle manifestazioni meno in linea con il "pensiero dominante". Sempre per il medesimo motivo, mi sembra inutile discutere sul post-rock, dato che ne abbiamo una visione alquanto distante.

target (ha votato 8 questo disco) alle 15:14 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

Piuttosto, chiediamoci: con l'errata corrige hai smentito il proposito di farla finita soltanto formalmente oppure anche in modo sostanziale? No, a parte gli scherzi, non farla finita per nulla. La discussione sta prendendo pieghe molto interessanti. In sostanza, hegelianamente, se ben ho capito: tu hai proposto una tesi, io un'arruffata antitesi, loson (losonianamente) una sintesi, paul né carne né pesce [] e poi tu hai chiosato e universalizzato. Proprio a questo punto, se non ricordo male, cadrebbe secondo l'ottica hegeliana la birra in compagnia. Ma non potendola fare, proseguiamo il discorso. No, dai: mi sembra ineccepibile quello che dici. Infatti qui ognuno di noi sta leggendo questo disco da un M2 diversa, e soprattutto da un utilizzo leggermente sfasato della categoria "brit-pop". L'M2 mia e di Los, essendo molto legata al brit-pop e a una sua interpretazione a maglie larghe, ci portava a stupirci che nella tua analisi del disco il brit-pop non fosse menzionato, anzi, letto in filigrana come una dimensione musicale estranea all'album (uscito, appunto, nel momento sbagliato). E' ovvio che se partiamo da una diversa lettura della categoria poi i risultati sono diversi. Per questo molte categorie (non tutte) - sono d'accordo con Los - le userei in un senso davvero ampio, di contesto comune, aria condivisa, in modo da rischiare meno ingabbiature possibili, e in modo da poter godere un po' di un residuo rapporto irrazionale con la musica, di un'immersione caotica nelle sue declinazioni e contaminazioni. Senza per forza trovare il sotto-sotto-genere. Che è un meccanismo iper-razionale perverso e tutto sommato dannoso (e qui, mi pare, siamo tutti d'accordo). Adesso vado a bermi una birra da solo.

target (ha votato 8 questo disco) alle 15:27 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

Dai, paul, Reynolds non è la bibbia. I Manics erano esattamente quello che Reynolds dice del brit-pop: britannicità, "look sgargiante, androginia e una sana dose di creatività". Sembra una loro definizione dei tempi di "Gold against the soul"! Tanto che in Merica non li cagò mai nessuno, tranne ai tempi di "The holy bible" (che, non a caso, ha del grnunge dentro). "Everything must go" e tanto più "This is my truth tell me yours" sono brit-pop senza se e senza ma, addirittura in perfetto parallelismo con quello radiofonico più vulgato (tanto che ebbero infiniti passaggi commerciali ovunque, pensa ai tempi di "If you tolerate this..."). Insomma, non la penso come te. Alcune categorie (non tutte, chiaro) devono essere a maglie larghe.

benoitbrisefer, autore, alle 17:29 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

x target

In realtà con l'errata corrige volevo entrare nei paradosi del tipo "Idomeneo cretese disse che tutti i cretesi mentono" da cui: se dice il vero mente, se mente dice la verità!! Vabbé vorrà dire che starò zitto del tutto solo se me lo chiederete!! Mi fa piacere che conveniamo sulla opportunità non scientifica (perché non falsificabile direbbe Popper) di usare categorie a maglie assai larghe e che, se dovessimo stringerle troppo, di dichiararlo preventivamente. A questo punto hegelianamente (ma concediamoci pure la benedizione di Gadamer e del suo circolo ermeneutico!) provo la necessità di una birra anche per me ed una terza (sennò che triade dialettica sarebbe) ovviamente per loson.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 19:04 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE: x target

Ah, grazie per la birra, ma io preferisco ,un martini. Shekerato, non mescolato, ghghgh

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 20:56 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

ma non è questione di partire da assunti differenti, esistono coordinate specifiche x inquadrare un genere come il brit pop, esistono, non c'è nulla di astratto, io non voglio far cambiare idea..ormai sono apssati tanti ani, io porto dati di fatto inoppugnabili, e poi perdonate prima era allmusic a non essere la bibbia, ora reynolds non è la bibbia, reynolds non ci prende su tutto...ok, e chi è che ci prende su tutto? adesso pero vorrei i nomi e cognomi...ho un sospetto ma non ci voglio credere ))

loson (ha votato 8 questo disco) alle 21:31 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

Paul ma ti senti bene? Hai letto il mio ultimo post? Cosa pensi di come Reynolds giudica il gothic rock? Ti sembra la verità assoluta? Nessuno ci prende su tutto, siamo esseri umani. Abbiamo opinioni. Le visioni sull'arte cambiano, mica si fossilizzano. Il modo in cui Reynolds e gran parte dei critici inquadra il brit-pop secondo me è limitante, parziale. Posso dirlo o no?

benoitbrisefer, autore, alle 21:04 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

x loson

Credo che ormai sul brit-pop ci siamo ampiamente chiariti: bastava semplicemente stabilire che significato dare al termine (e fondamentalmente è accettabile la tua proposta, sulla base di alcuni parametri molto generali,di riconoscere con esso la scena britannica anni '90, mentre nel mio giudizio sugli WB mi riferivo alla interpretazione più riduttiva ma anche più divulgata) e dunque non ti imputo alcun errore. Sono personalmente un po' più perplesso quando tendi a inquadrare globalmente come indie-pop esperienze musicali piuttosto diverse maturate nella seconda metà anni '80. Conosco la compilation C86 ma sappiamo bene che talvolta sono operazioni anche un po' artificiose che "vogliono" una scena a tutti i costi (anche nelle compilation della Factory convivevano i Joy Division con i Durutti Column). Credo che ci fosse in quel periodo un ventaglio di proposte piuttosto diversificato che sfugge a certe rigide catalogazioni (ecco perché ho preferito usare il più vago "indie-rock" per individuarle). Infine niente mi toglie dalla mente che se a parole molti dei gruppi succitati (fra tutti gli Smiths)si ponevano contro (oltre?) la new wave, nei fatti (musicali) non tutto era stato rinnegato (e ovviamente non mi riferisco al synth-pop o al new romantic).

loson (ha votato 8 questo disco) alle 21:42 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE: x loson

No ma è giusto cogliere le peculiarità di ciascun gruppo, anzi doveroso. Se si parla, a livello generale, di indie-pop per definire una certa corrente stilistica principalmente inglese degli '80 non è per livellare, ma per esaltare le specifiche differenze fra band. Tipo: Chopin e Wagner erano entrambi romantici, però diversissimi fra loro ed è questa intrinseca unicità che rende grandi gli artisti. Ciò non toglie che se parlo di romanticismo è anche a loro che devo far riferimento.

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 22:19 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

loson tu non hai letto bene il mio ultimo, le visioni sull'arte non c'entrano nulla. parliamo di brit pop e mi dici che lui era calato nel rave...quasi a voler intendere non si sa cosa, ora punti sulla sua visione del gothic, il modo in cui reynolds e i critici inquadrano il brit pop è limitante secondo te, certo che puoi dirlo, puoi dire tutto, ma cosa cambia? sarà che la mia umiltà mi impedisce di pensare di poter riuscire a cambiare la storia dalla tastiera del mio pc, reynolds e i critici non sono affidabili insieme ad allmusic, chi è affidabile ti chiedo? io credo si possa dare leggermente piu credito a chi il neologismo lo ha inventato non credi? forse sono troppo umile io ...o troppo stronzo nn lo so ahahhah

loson (ha votato 8 questo disco) alle 23:00 del 5 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

Dio bono...Allora, io non voglio cambiare nulla, non ho la forza e le idee per cambiare qualcosa, nè m'interessa. Esprimo semplicemente la mia opinione, quando ne ho una e quando ho voglia di scrivere due righe in un qualsiasi forum. That's all. Parlo della visione del gothic che ha Reynolds perchè è una sua opinione personale, particolarissima, che stride clamorosamente con la tua (mi sembra che consideri l'esordio dei Bauhaus importante, giusto? Ecco, lui lo considera una merda) e con quella che hanno molte voci auterovoli in ambito critico. Cosa prova questo? Che anche lui ha i suoi punti di vista privilegiati e le sue belle idiosincrasie, come tutti noi. Visto che per te Reynolds è nel giusto quando parla di brit-pop, mi chiedevo se eri altrettanto d'accordo con la sua visione del gothic, ma evidentemente non mi vuoi rispondere... E bada, questo non dico che Reynolds sia inaffidabile, perchè per me è un mito, il mio critico musicale preferito in assoluto, un gigante. Questo però non significa che abbia ragione su tutto. O meglio: non significa che io debba concordare con tutto quello che scrive.

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 11:41 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

loson anche tu non hai risposto a nulla delle mie domande, che a reynolds non piaccia il gothic e che consideri brutto l'esordio dei bauhaus è ininfluente, li siamo nel pieno de gustibus, inquadrare un genere musicale è tutt'altra cosa, non è queastione degustibus

target (ha votato 8 questo disco) alle 11:54 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

Non è questione di gusti, paul, ma è questione di punti di vista, che possono essere diversi senza che l'uno (più autorevole, precedente cronologicamente, quello che vuoi) debba per forza essere migliore dell'altro. Dai, però, ora stiamo svaccando un po' troppo, e soprattutto si è perso il vero filo del discorso, che era quello delle birre.

benoitbrisefer, autore, alle 14:11 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

... e di martini shekerati (e non mescolati), altrimenti si ricomincia daccapo.

Alessandro Pascale alle 14:27 del 14 febbraio 2009 ha scritto:

non conoscevo il disco nè il gruppo quindi ringrazio il Benoit per la piacevole scoperta (perchè sì se non si è capito mi piace davvero molto). ma ci ho sentito solo io i Suede nell'open track? E in generale anche un pò di Nick Cave...?

andy petretti (ha votato 9 questo disco) alle 0:06 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

uno dei più bei dischi...

Tanto per chiarire, ero a Londra quando questo album uscì, e se lo cagarono in pochi. Detto questo, è uno dei lavori migliori di un periodo comunque parecchio prolifico. La band non è riuscita a fare niente di meglio, né prima né dopo, ma questo album ha tutto per essere ancora oggi un classico della mia collezione privata. Quando ascolto When we were young ("when we were young nobody died, and nobody got older") un'ondata di nostalgia per la mia età dell'incoscienza mi lambisce e assorbe, e sento di nuovo i rumori e i profumi di mille incoscienti estati fa... disco bellissimo, dimenticato dai più ma fondamentale per un certo concetto di musica. Accade spesso che alcune persone si riuniscano per produrre un disco, uno solo, destinato a lasciare una traccia. Questo è il loro. Applausi e un inchino.

andy petretti (ha votato 9 questo disco) alle 0:15 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

RE: uno dei più bei dischi...

...e comunque, qualcuno vuole dirmi che cosa c'entrano tutte le discussioni sul britpop con un disco del genere? Qui si confonde la seta con gli stracci, innanzitutto di brit questi irlandesi non avevano niente, non furono mai accomunati alla scena di blur, oasis etc e nemmeno ebbero una frazione infinitesimale del loro successo. Poi, qui si canta di occasioni perdute, di memorie, di momenti grigi, del passato mille volte meglio del presente, di un sostanziale malessere che fa a pugni con il concetto di britpop che andava in quegli anni (e se qualcuno ha da discutere a proposito, si ascolti i primi Supergrass e se ne taccia). E' ingiusto accomunare a quel movimento una band che nulla c'entra. Questo è un disco da ascoltare e apprezzare a prescindere.

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 8:56 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

andy adori questo album e ne sono contento, anche se il discorso nostalgie personali.....rimane appunto personale! riguardo il brit seta/stracci, mi vai a prendere i supergrass che erano dei bontemponi...mediocri! riguardo il : "qui si canta di occasioni perdute, di memorie, di momenti grigi, del passato mille volte meglio del presente, di un sostanziale malessere che fa a pugni con..." è dal 1935 che si ascolta sta solfa eh, non è che sia una cosa da sbandierare orgogliosamente, chiunque prima di loro si è sbattuto con sti argomenti, chiunque!

andy petretti (ha votato 9 questo disco) alle 12:04 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

RE:

hai ragione, non è che i testi del gruppo siano stati una rivoluzione per la storia della musica in generale, mica hanno scoperto l'acqua calda... ma chi mai è riuscito a farlo in questi decenni? E' lo stesso discorso delle note, sono sette, non c'è niente da fare. Gli ingredienti non cambiano mai, la differenza sta nel manico, puoi essere un cuoco tremendo o uno chef di alto livello, e loro hanno mostrato livelli di brillante capacità compositiva, hanno raggiunto uno zenith che non sono più riusciti a ripetere. Cito i Supergrass: concordo con te che sono sempre stati mediocri buontemponi, figuriamoci se sto qui a difenderli, erano l'esempio più lampante di quello che si intendeva ai tempi per britpop, e te lo dice uno che allora lavorava dietro Soho Square e quel fenomeno se l'è vissuto in mezzo alle orecchie, con NME che ogni settimana urlava al prossimo ipotetico miracolo e le band che facevano a gara a chi suonava il pezzo più prevedibile per cavalcarne l'onda. E' chiaro che l'apprezzamendo di una band è un discorso esclusivamente soggettivo, altrimenti ascolteremmo tutti gli stessi quattro gruppi e certi dibattiti non avrebbero motivo di esistere. Detto questo, sono convinto che il livello compositivo di Heartworm fosse un gradino sopra agli altri, se sei nel dubbio ascoltati We Don't Need Nobody Else, o la già citata When We Were Young, e dimmi se qualcun altro ai tempi era in grado di scrivere cose così (sempre nell'ambito di questo strombazzato britpop, naturalmente, altrimenti basta tirare fuori i Radiohead di The Bends, o i primi Strangelove).

target (ha votato 8 questo disco) alle 12:18 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

Ecco, Andy, quello che io e Los cercavamo di confutare era proprio questa interpretazione banalizzante del brit-pop: certo che abbondavano band mediocri, farfallone, stupidine, come oggi in ambito indie-rock, ma il brit-pop non era solo quello. In questo disco, secondo me, che anch'io amo molto, ci sono tracce del brit-pop meno epidermico, meno esaltato dalle riviste tipo NME, ma più maturo, e pur sempre brit-pop: Manics, Auteurs, certi Suede. Citi gli Strangelove: beh, "Love & Other demons" è del '96, l'anno successivo a questo, ed è uno stupendo disco brit-pop. "Further" ('97) dei Geneva è un disco scuro, invernale, crepuscolare, umido, ma resta uno straordinario album brit-pop. Perché brit-pop deve essere solo Oasis/Supergrass/OceanColourScene/Dodgy e compagnia sfarfallante?

andy petretti (ha votato 9 questo disco) alle 0:16 del 26 febbraio 2009 ha scritto:

uff...

guarda, a me non piacciono le catalogazioni a prescindere, e questo forse non era saltato fuori dalle mie righe. Per quanto mi riguarda, cioè da persona che, mi ripeto, 'sto belin di britpop l'ha vissuto quotidianamente nel suo epicentro, il movimento in sè ha con il tempo assunto una connotazione lievemente negativa, quel concetto di hype che eventualmente si è mangiato la maggior parte delle band del periodo ha anche ridimensionato buona parte dei lavori che ai tempi venivano innalzati come opere imprescindibili della cultura britannica. E non ricordo di aver scritto (aspetta che riguardo... no, non mi pare proprio) che i Whipping Boy abbiano influenzato o guidato o intaccato il britpop, anzi: non c'entravano proprio niente con quel movimento, così come (opinione mia) non credo che c'entrassero gli Strangelove... la contemporaneità non rende automatica l'appartenenza... una nota finale: non sono qui per fare il classificatore, il critico imprescindibile, il punto di riferimento; mi limito a dire se un disco mi piace o meno, cerco di fornire i miei motivi, mi rallegro se qualcuno è d'accordo con me, e questo mi basta e mi avanza.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 9:39 del 26 febbraio 2009 ha scritto:

RE: uff...

Andy, dell'hype non mi importa nulla, e non dovrebbe aver peso nel momento in cui si giudica una band. E questo lo dico col massimo rispetto per le tue idee (diverse dalle mie, ma va bene così) e senza la volontà di fare polemica. Il brit-pop ha sì beneficiato nell'immediato di una vasta esposizione mediatica, ma ne ha pagato caro il prezzo, dato che sono state stampa, radio e televisioni - non senza la complicità di alcune band "compiacenti" (vedi Oasis e Blur e le loro stupide battaglie per la conquista delle charts) - a ridicolizzare il fenomeno e volerlo ridurre ad ogni costo a trend effimero. Gli effetti sono stati disastrosi, come in ogni caso di "rigetto": la maggior parte delle band finite nel dimenticatoio (anche quelle più creative), alcune tirano a campare in modo ignobile... Dei Pulp (uno dei nomi più famosi eh) manco si trovano più i dischi, a dispetto dei rampolli grunge - parimenti artefatti ma scaltri nello scegliersi un'immagine più in linea con quello spleen che tanto aggrada i giovincelli - tutti bene in vista sugli scaffali dei negozi. Vogliamo poi parlare di malessere e momenti grigi? C'è più astio e disperazione nel brano "Common Life" dei Pulp (per non dire nell'album "This Is Hardcore") che nelle pose sciatte e "depressed" dei grungers, ed è persino resa più efficacemente perchè mascherata da commedia. Il brit-pop (versante cool britannia, specifichiamolo) è stato anche e soprattutto gioire delle proprie miserie, compiangersi per le osannate conquiste della working class poi rivelatesi gabbia dorata, illusorio ritorno a un dandismo che non aveva più possibilità concrete nell'allora presente degli anni '90. Poi ripeto: se si vuole continuare a perpetuare i soliti stereotipi "brit-pop = Blur & Oasis con qualche altro scemotto di contorno e zero arte" si faccia pure, ma io non sono d'accordo con una visione così riduttiva.

andy petretti (ha votato 9 questo disco) alle 10:13 del 26 febbraio 2009 ha scritto:

che poi, alla fine...

... sono d'accordo con te praticamente su tutto quello che scrivi, insisto con il dire che le catalogazioni possono a volte risultare riduttive, e in certi casi addirittura deleterie, e qui non volevo innescare uno scontro tra britpop e resto del mondo, desideravo semplicemente sottolineare il fatto che non tutto ciò che uscì in quel periodo poteva essere legato a quel movimento. Quella trentina di band che vennero così catalogate almeno riuscirono a fare un sacco di soldi prima di finire nel dimenticatoio, mentre i Whipping Boy, a parte un disco d'oro in Irlanda e un paio di singoli nei top 50, riuscirono a malapena a camparci, e nemmeno a lungo, visto che le vendite deludenti spinsero la Columbia a rescindere il contratto che avrebbe altrimenti previsto un'altra uscita.

Myles McDonnell, il bassista della band, intervistato nel 2000 a proposito di Heartworm, ebbe da dire:

“’Heartworm’ just didn’t slot in with the Britpop of 1994. It was too emotional, but there’s nothing wrong with that.”

(http://www.irishmusiccentral.com/whippingboy/biography.html)

Ora, se lo dico io capisco che mi si possa tacciare d'ignoranza, ma detto dall'artista in questione magari gli si può anche dare retta, o no?

loson (ha votato 8 questo disco) alle 10:36 del 26 febbraio 2009 ha scritto:

RE: che poi, alla fine...

Ma sai, gli artisti odiano essere catalogati e al 90% dei casi ci tengono a proclamarsi "fuori" da scene troppo spesso percepite come ghettizzanti. Se del brit-pop fosse stata data un'immagine più salutare e omnicomprensiva (un pò come si è fatto per la new wave) forse - forse - gli stessi Whipping Boy non avrebbero manifestato un simile ostracismo.

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 12:31 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

si i testi nn sono certo stati rivoluzionari ora dici, ma prima ne sottolienavi l'importanza strategica rispetto al britpop, era questo che mi lasciava perplesso!

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 12:31 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

si i testi nn sono certo stati rivoluzionari ora dici, ma prima ne sottolienavi l'importanza strategica rispetto al britpop, era questo che mi lasciava perplesso!

target (ha votato 8 questo disco) alle 10:50 del 26 febbraio 2009 ha scritto:

Stupendosa la disamina di Los. E direi che siamo d'accordo tutti. Mi sembra normale, poi, che il bassista dei WB si tiri fuori, e anche con un certo orgoglio, e (perchennò) con un certo snobismo, da un'etichetta tanto bistrattata. A me questo disco, come quelli degli Strangelove, dei Geneva, dei Rialto, degli Unbelievable Truth, di tante altre band "perdute" di quegli anni, continua a sembrare tutt'altro che estraneo al brit-pop. E che "Heartworm" fosse estraneo al brit-pop perché troppo "emotional" mi pare assurdo: e i Pulp? e i Suede? Più "emotional" di loro!!

ozzy(d) alle 9:20 del 19 marzo 2009 ha scritto:

e ti pareva se i tifosi del brit pop non tiravano fuor il grunge anche nelle diatribe tra di loro...LOL...guardate che anche molti gruppi grunge sono stati vittime del successo centrifugante dei nirvana, proprio come gente tipo i pulp lo sono stati da quello di oasis e blur...tipo i dischi di mudhoney e tad chi se li fila, e meno male che grazie a mark lanegan hanno ristampato quelli degli screaming tees....poi i suede nel 1996 in italia li facevano ascoltare pure dal mio barbiere, non erano mica questo fenomeno per eletti.....ma non ci sarà il virus telegrammiano anche qua? ah ah ah

denis (ha votato 8 questo disco) alle 18:42 del 18 luglio 2009 ha scritto:

allora...se invece di brit-pop parlassimo di brit-rock? così possiamo metterci dentro tutti... dai manics di the holy bible(pop?) ai blur di parklife...le etichette lasciamole ai giornalisti...reynolds poi secondo me di questo tipo di musica capisce ben poco...chiedere ai wire cosa ne pensano del tipo...è un ex raver che poi ha scopiazzato lester bangs. tornando a "heartworm"...uno dei più bei album brit-rock anni 90...uscito qualche anno fa avrebbe spazzato via interpol e compagnia bella. questi sapevano scrivere canzoni. ascoltare "we don't need nobody else" per credere. grandi

denis (ha votato 8 questo disco) alle 18:53 del 18 luglio 2009 ha scritto:

daje loson

comunque ho riletto tutta la discussione, concordo pienamente con la disamina di loson e target: è troppo facile banalizzare il brit pop riconducendolo al binomio blur-oasis con contorno di merdine tipo dodgy-menswear...c'erano fior di bands in quegli anni, con un notevole spessore artistico. banalizzare quel movimento mi fa tanto giornalista-del-mucchio-selvaggio-con-la-puzzetta-sotto-il-naso... un altro gruppo da one shot e poi più niente? i gene di olympian...cavolo che album...molto smiths-oriented, ma che canzoni! che ne pensate?

loson (ha votato 8 questo disco) alle 16:02 del 19 luglio 2009 ha scritto:

RE: daje loson

"Olympian" molto smithsiano, sì, però mi piace abbastanza. Certo all'epoca c'era di mooolto meglio in campo brit-pop, almeno a mio parere. E Reynolds resta un pilastro, dai...

otherdaysothereyes (ha votato 8 questo disco) alle 19:15 del 18 luglio 2009 ha scritto:

Eh si poi alla fine quello che conta sono le canzoni al di là delle etichette, e questo disco non ne è certo privo.

sarah alle 23:58 del 18 luglio 2009 ha scritto:

Si, i Gene erano una buona band, certo che la evidente Smiths-Addiction non deponeva a loro favore, ma in fondo chi se ne frega, a certe canzoni se belle si perdona questo e altro.