Jaga Jazzist
One-Armed Bandit
Tin! Quanto lo odio il rumore della posta appena arrivata. Se non è qualcosa di importante, questo giro, smoccolo come si deve. Gira, fa, briga, apri, chiudi, sbaglia, riapri: nuovo messaggio da Fabio Codias. Che vorrà mai, a quest’ora. Oggetto della mail: Jaga Jazzist. Hmmm. Una prosopopea su quanto siano importanti, quanto siano bravi, quanto ci si aspetti il disco nuovo e, alla fine, fulmine a ciel sereno, chiusura simil-morse: “sono diventati bellicosi”. Come? Rileggo: “bellicosi”. La tentazione di rispondere “cosa fumi abitualmente?”, per un attimo, è forte. Da bravo apprendista che sono, mi metto a spulciare, in ordine rigorosamente casual (casual chic?) il vocabolario etimologico delle band raggruppate sotto la cifra “bellicosi”. Rage Against The Machine, via… Cannibal Corpse, via… Area, via… Patrick Wolf – ah, no, scusate, questa è la pagina di “Belli Cosi” - . Niente, Jaga Jazzist è dove l’avevo lasciato: sotto il monicker “eleganza”. Poi, però, mi sorge un dubbio. Se un fan dell’orchestrina norvegese qual è Fabio mi invia un testo così lapidario, un motivo c’è. A meno che non si torni al primo assunto di cui sopra, che sbugiarderebbe fra l’altro le nuove tendenze salutiste che tanto si vanta di paventare in giro…
Eppure qualcosa di vero, a guardare nemmeno così bene, c’è. “One-Armed Bandit”. E che è, uno slogan di guerra? Peto veniam! Non ho intenzione, giovane e stupidotto come ancora sono, di finire riverso, novello Giulio Sacchi, fra cumuli della spazzatura. Non ancora. Che ci azzecca un bandito con un braccio con l’algida manipolazione sonora dei Nostri? Quell’indecifrabile, abbacinante mistura di cool jazz, elettronica, free rock e strenne post sarebbe stata l’ultima soundtrack che avrei ideato per un qualcosa di tangente l’ambito poliziottesco. Piuttosto, giusto per ricollegarci allo scorso capitolo, il frenetico “Un pezzo, un culo! Un pezzo, un culo!” dell’inarrivabile Gian Maria Volonté de “La classe operaia va in paradiso”. Un disco, un’emozione (“What We Must”, 2005, come apice di un percorso in ascesa continua e di un’evoluzione ammirevole). Uno di quei gruppi per cui la formula “nessuno suona come loro” perde quasi un po’ del suo abusato valore. Sarà mica che l’imbarbarimento degli amici Motorpsycho li abbia condizionati? È destino, insomma, che debba ascoltarlo, giubbotto antiproiettile addosso per evenienze varie ed eventuali.
Per cominciare: da quando ho – disgraziatamente – conosciuto sul campo gli Emerson, Lake & Palmer ho una diffidenza tenace e ben poco sradicabile verso qualsiasi pezzo rock che mutui il nome dall’ambiente classico. Nulla contro quelle sfere, per altro a mio avviso ben oltre che elitarie, ma se dovessi chiedere alla musica di sacrificare un suo aspetto sarebbe l’ampollosità, peccato capitale che piaga, lussureggiante, certo ambizioso, teatrale prog rock. Qui, nella tracklist, spicca orgogliosa una “Toccata” di oltre nove minuti. Rimanesse teoria potrebbe candidarsi come miglior pericolo scampato del 2010, ma è l’ascolto a fare uscire di testa. La carica passionale e le giravolte intergenere di brani come “All I Know Is Tonight” vengono marmorizzate e sostituite da pura, impeccabile tecnica accademica. Un lasso di tempo che – orrore! – sembra non finire mai, laddove prima invece si esigeva, in prima persona, non terminasse. Il doppiopetto che rimpiazza i jeans: un’architettura tastieristica di fragile cristallo su cui i fiati muggiscono con roboante lirismo, che nemmeno il Wagner più propagandistico si sarebbe sognato, pace all’anima sua (no). Lo shock è grosso e perdurante. Ancora: come giustificare “Book Of Glass”, un’outtake di “Oslo Skyline” che furoreggia su tapping di basso al limite della fusion? Manieristico, forse, potrebbe calzare. Pensandoci bene, la prolissità della title-track, imperniata su di un clavicembalo barocco – Jethro Tull? – a sua volta cicatrizzato in un sistema acido, è manna dal cielo.
Poi, i Jaga Jazzist si ricordano di essere i Jaga Jazzist. E meno male, ci aggiungo io in calce. Quella che poteva essere una Caporetto – impensabile, fra l’altro – si risolve in una foriera di grandissimi pezzi. Uno è “Prognissekongen”, grassoccio free jazz, spigoloso come la sua denominazione. Interessantissima, e degna di ulteriori sviluppi futuri, “Music Dance Drama”, pirotecnico tuffo post-zappiano ricamato da sax e tromba che viaggia a ritmo di una drum machine: qualche punto in meno valgono, a rigor di logica, sia “Banafleur Overalt”, fiabesco balocco che alterna sincopi elettroniche a squarci prospettici blues, sia “220 V/Spektral”, che si agita sotto continue esplosioni chitarristiche sino ad arrivare al bellissimo finale, una vera e propria ascensione noise purificata da ogni orpello.
Peccato solo che le ciliegie, all’apparenza così invitanti, lascino spesso un insospettabile, acro retrogusto di insipienza.
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