R Recensione

9/10

Jethro Tull

Aqualung

Un barbone dallo sguardo bieco e luciferino, respirando affannosamente abbandonato a sé stesso in una delle tante panchine del parco, maliziosamente e lubricamente sogguarda le ragazzine a passeggio: è Aqualung,abbietto e diseredato protagonista dell’album più ispirato e controverso di una delle formazioni britanniche fra le più originali: i Jethro Tull. Uscito nel 1971, proprio allo sbocciare del progressive rock, “Aqualung” strutturalmente più complesso e ritmicamente variegato ed irregolare, spiazzò e sconcertò una critica abituata alle sonorità folk rock e blues dei precedenti “This was”, “Stand up” e “Benefit”, ottimi prodotti che non lasciavano di sicuro presagire l’avvento del raffinato ed esplosivo “Aqualung”.

Libero dalle opulente e cervellotiche elucubrazioni del prog,acuminato negli arrangiamenti filtrati’hard-rock, al folk fino alla tradizione classica, l’opera fu testimonianza di inaspettata maturità musicale e stilistica, forse l’apice nella carriera dei Jethro Tull, se si esclude l’indimenticato “Thick as a brick”.

Il tormentato e ancestrale rapporto fra uomo e religione, fra dubbio, menzogne e fede impastata alla condizione dei miserabili, degli emarginati striscianti nei bassifondi della società è il cardine di questo quasi-concept; il celeberrimo attacco della title-track, un riff di chitarra potente ed incisivo, aprirà il magistrale sipario sulla storia del clochard Aqualung e il cantato di Ian Anderson, in un’impareggiabile alternanza di graffiante corposità ( rilevante nell’intiera sezione ritmica) e di filtrate, nostalgiche lontananze acustiche, dedicherà al reietto parole di commiserazione, in un freddo dicembre che trascorrerà come al solito, su una panchina.

Il tableau successivo, rugginoso negli arrangiamenti, è quello desolato di “Cross-eyed Mary”, pietoso ritratto che l’entrata superba di un vibrante e intensamente ascendente flauto traverso, dipinge di Mary la strabica, prostituta dal cuore d’oro momentaneamente attratta da Aqualung; ritmi spezzati e rapidi, vocals volutamente sgraziate ed aspre, flauto insidioso e squisitamente 70’s, ne fanno un paragrafo rabbioso e infuocato nella sua forza dirompente.Irruenza sopita repentinamente dalla delicata “Cheap day return”, brevissima e acustica riflessione folk per voce e chiatarra, pausa meditativa dalle vicende del disgraziato protagonista che prolunga il mood in “Mother Goose”:

Percussioni di sfondo, cantato pulito ed ondeggiante in un insieme di immagini e sensazioni acustiche senza un preciso filo conduttore.L’assetto folkeggiante viene ulteriormente bilanciato e confermato dalla ballata “Wound’ring aloud”, contemplazione romantica di coppia addolcita da archi, pianoforte e flauto.Ma l’armonia si adagia per qualche istante ancora, l’anima quieta e sogna per pochissimi minuti, il tempo che la sacra triade di flauto, pianoforte e basso concederanno per precipitare nella splendidamente sardonica “Up to me”,con un Anderson irresistibile e intenso nel narrare agre vignette fra toni e semitoni acustici ed elettrici. Ma l’andamento quasi popolaresco che si è andato delineando verrà soffocato dalla coltre plumbea della mini-suite “My God”, invettiva cruda e satirica contro l’ipocrisia del Cristianesimo, lontana dagli intenti del Cristo risorto, piegato e assurto ad elemento di manipolazione sociale “..made Him bend to your religion,Him resurreceted from the grave-.. He’s the god of nothing if that’s all that you can see..”.

La tramatura mistica e oscura nell’intro acustico per voce, chitarra e piano, cederà al fraseggio taglientemente hard-rock ad opera del chitarrista Martin Barre, per seguire il ruvido cammino intrapreso; è un inarrestabile susseguirsi di mutamenti di tempo e di geniali, stralunati assoli di flauto che leviteranno la composizione in caratura e pathos fino ad esondare in una straordinaria reinvenzione flautistica in bilico fra folk, prog e classicismo delle atmosfere prossime ai Carmina Burana, rinvigorite da corali, memori del medioevo religioso più torbido. Poi, come un refrain, si ritorna circolarmente nell’irriverente polemica d’apertura.Composizione favorita di Anderson, “My God” doveva, all’inizio, titolare l’intero album, ma un bootleg eponimo di ottima fattura immesso sul mercato fece ripiegare su “Aqualung”.

Il brano restò comunque il più richiesto ed applaudito durante i concerti, segnando non solo all’interno dell’opera ma anche nel percorso stilistico del gruppo, un punto d’arrivo (e anche di partenza), agendo da spinta propulsiva alla successiva diversificazione melodica di stampo prog all’interno del medesimo pezzo e ad una maggiore articolazione, ampliamento e ispessimento degli arrangiamenti, senza tuttavia superflue ridondanze ( come nel già menzionato “Thick as a brick” o nel bellissimo “Minstrel in the gallery”).”Hymn43”, sorta di coda blues-rock di “MyGod”, smorzatane la tensione, continuerà la corpulenta apostrofe anti-clericale nelle liriche incendiarie.. “If Jesus saves-well, He’d better save Himself from the gory glory seekers who use His name in death”.

Brevissima, pochissimi attimi di acustica ironia sulla morte cristiana, “Slipstream”, quel che basta per essere travolti da”Locomotive breath”; fra Liszt e il jazz, accordi di pianoforte tesserano la membrana sincopata hard-rock/blues, densa nel pingue basso e negli stop subitanei delle drums.

Eccelso Ian Anderson in vocals e inossidabile flauto traverso, istrionicamente accompagnerà il beffardo, disperato respiro di una locomotiva senza freni.” Wind up”, ballad dal progressivo irrobustimento dei patterns, chiuderà l’ultimo atto della diatriba religiosa, tirandone pungentemente le ultime somme: dalla santocchieria di un cattolicesimo falso e distorto, strumentalizzato quale mezzo di coercizione e controllo, allo sprezzo e al vituperio da parte di coloro che come Aqualung, il perbenismo bigotto e codino della piccola-borghesia chiamano falliti “..How do you dare to tell me that I’m my Father’s son when that as just an accident of Birth”.

Le acri parole sputate sui baciapile e su un dio fasullo spegneranno le luci della ribalta sulla tragicommedia di”Aqualung”. Indiscutibilmente il capolavoro dei Jethro Tull, l’album restò e resterà sempre nella storia non soltanto del rock, ma anche di quella musicale del gruppo, tutt’oggi a all’attivo, seppur ormai lontani dai fasti e dalle apoteosi che raggiunsero nei primi anni ’70, tanto da proporre ancora, nelle loro esibizioni, gran parte del repertorio di “Aqualung”.

V Voti

Voto degli utenti: 8,7/10 in media su 50 voti.
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Echo 8/10
Cas 7/10
lev 9/10
rael 5/10
Elafe88 10/10
bart 5/10
dalvans 10/10
mattia8 9,5/10
REBBY 9/10
tecla 10/10
alvin 8,5/10
Kid A 10/10
CIMI 8,5/10
loson 7,5/10
alekk 9/10
Santos01 9,5/10
Sultan90 9,5/10
B-B-B 10/10
PehTer 9/10
Robio 8,5/10
Lelling 10/10
luca.r 7,5/10
inter1964 8,5/10
ThirdEye 6,5/10
brogior 10/10

C Commenti

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PierPaolo (ha votato 9 questo disco) alle 9:09 del 16 dicembre 2008 ha scritto:

Grande disco, bella rece

Complimenti Brionia. Per favore si mettano a posto gli a capo, nei primi periodi.

rael (ha votato 5 questo disco) alle 10:46 del 16 dicembre 2008 ha scritto:

NOIA

lev (ha votato 9 questo disco) alle 19:17 del 16 dicembre 2008 ha scritto:

tanto di cappello a uno dei dischi più belli e geniali dei '70. oltre che a uno dei super classici della storia del rock

Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 21:33 del 16 dicembre 2008 ha scritto:

Bello!

simone coacci (ha votato 9 questo disco) alle 22:41 del 16 dicembre 2008 ha scritto:

Uno dei pochi dischi prog che riesco ad ascoltare dall'inizio alla fine! Perfettamente ricostruito nelle parole di Brionia.

TheManMachine alle 12:36 del 18 dicembre 2008 ha scritto:

Recensione documentata e appassionata nel migliore Brionia style, questa musica non fa per me decisamente, ma in fondo cosa conta, è sempre un piacere leggerti qualunque sia l'opera che prendi in considerazione!

swansong (ha votato 9 questo disco) alle 16:49 del 18 dicembre 2008 ha scritto:

Niente da dire!

Non sono certo il mio gruppo rock preferito e non li ho mai amati parcolarmente, ma questo è per me un signor disco ed indubbiamente il loro lavoro migliore.

Narra la leggenda che verso la fine dei 60 un certo Tony Iommi (giovane chitarrista di buone speranze! eeeeh già...) abbia provato per qualche tempo alla corte di Mr. Anderson, ma poi non se ne fece niente (per fortuna!), perchè il giovane Tony non sopportava l'ego smisurato ed accentratore del menestrello, ma soprattutto aveva altri progetti ed altre idee che gli frullavano in testa. La sua firma tuttavia la lasciò eccome. Il potente riff di My God sta lì a dimostrarlo credo...

Bellissima rece!

Cas (ha votato 7 questo disco) alle 12:40 del 3 gennaio 2009 ha scritto:

mai riuscito a reggerlo più di tanto...

Echo (ha votato 8 questo disco) alle 17:02 del 23 gennaio 2009 ha scritto:

GRAN DISCO

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 10 questo disco) alle 12:25 del 25 aprile 2010 ha scritto:

Stupendo

Penso sia veramente un grandissimo disco. Vi è una miscela di rock, folk e prog molto equilibrata, niente è esagerato, niente fuori posto. Gli incastri fra flauto e chitarra elettrica sono perfetti. La voce di Anderson è incisiva come non mai. Poi con brani come la title track, Locomotive Breath, My God, Wind Up, Cross Eyed Mary, c'è poco da discutere, trattasi di capolavoro.

bart (ha votato 5 questo disco) alle 11:29 del 5 maggio 2010 ha scritto:

Un classico del rock, che però risente del passare del tempo. Apparte la title-track e qualcos'altro, c'è poco da ricordare

dalvans (ha votato 10 questo disco) alle 15:08 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Epocale

Il secondo capolavoro dei Jethro Tull

Utente non più registrato alle 14:07 del 8 marzo 2012 ha scritto:

Album spettacolare, uno dei migliori dei Tull.

Utente non più registrato alle 11:28 del 20 luglio 2012 ha scritto:

...secondo il mio modesto parere, i "seguaci" dei Black Sabbath (e non sono certo fra questi) sentono l'influenza di costoro in qualunque riff che sia "oscuro"...anche nel caso di My God...

Se anche ciò fosse vero, si può tranquillamente affermare che l'influenza c'è stata eccome, ma al contrario...

Per quanto mi riguarda, è stato un bene che la parentesi di Iommi nei Tull sia stata breve...

alvin (ha votato 8,5 questo disco) alle 20:14 del 31 ottobre 2012 ha scritto:

Grande album per Anderson e soci, la perfetta sintesi tra prog, rock e pop, un album da avere

alekk (ha votato 9 questo disco) alle 19:19 del 11 gennaio 2013 ha scritto:

l'apice dei tull,uno dei capisaldi del rock anni 70'. Anderson al top della sua carriera

glamorgan alle 8:40 del 30 giugno 2014 ha scritto:

devo riascoltarlo, ascoltato 2 volte senza suscitarmi grandi emozioni, sospendo il giudizio. A quanto dicono i jethro Tull erano il gruppo preferito di John Lennon

andrea-s alle 11:18 del 30 giugno 2014 ha scritto:

Non ho mai sentito nulla di Lennon e Jethro Tull, credo sia una fandonia. Anche a me questo disco non dice nulla. Troppo ancorato a vecchie concezioni-soluzioni per come sono io oggi.

Mattia Linea (ha votato 9,5 questo disco) alle 16:20 del 14 agosto 2014 ha scritto:

Disco fondamentale ma non di facile ascolto. Clive Bunker alla batteria è un mostro, ma quello che più di tutti risalta è il flautista/cantante/mendicante Ian Anderson, vera mente del gruppo. Una traccia più bella dell'altra. "My God" e "Locomotive Breath" da ascoltare e riascoltare.